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Enter The Gungeon – Recensione

Dopo l’arrivo di titoli eccezionali come The Binding of Isaac: Afterbirth+ e l’esclusiva Golf Story, atterra su Switch un’altra perla proveniente dal sempre meno nascosto sottobosco delle produzioni indie. Parliamo del fenomenale Enter the Gungeon, che durante il suo debutto su Steam del 2016 ha venduto ben 200.000 copie nei primi 3 giorni andando a coprire i costi di produzione in sole 8 ore e permettendo così a Dodge Roll Games di sfondare rapidamente la parete delle home console con i porting per PS4 e XBOX One. L’utenza Nintendo vive però in un mondo tutto suo e i ragionamenti da fare per questa conversione sono piuttosto specifici, o comunque non esclusivamente centrati sulla qualità di questa conversione quanto più sul ruolo che un gioco simile può assumere sull’ammiraglia Nintendo.

La Switch è Indie-Friendly

Durante questo 2017 sono stati ormai versati fiumi di inchiostro (sopratutto virtuale) sul fenomeno Switch e su un successo che sembra aver colpito di sorpresa la stessa Nintendo. Fra il Metacritic score di Super Mario Odyssey, gli award conquistati da The Legend of Zelda: Breath of the Wild e le statistiche di vendita hardware, meno spazio è stato però dedicato ad un risultato su cui invece la casa di Kyoto sembra aver investito molta attenzione in fase di progettualità preliminare. Come molti user di Switch potranno confermare, la console ibrida della casa di Kyoto sembra infatti un porto naturale per le produzioni indie fatte di giocate mordi e fuggi, pixel art e un alto tasso di rigiocabilità. Se pensiamo al ruolo (negativo) che l’assenza di supporto third party ha giocato nel determinare il fallimento di Wii U, tale fattore va considerato quindi come tutt’altro che scontato, oltre che a confermare come Nintendo sia tornata a pensare con costanza al dopodomani e quindi a riposizionarsi fra le avanguardie del panorama videoludico. La presenza di Enter the Gungeon, nonostante le peculiarità del titolo, va infatti salutata immediatamente come una lieta novella.

Roguelike Bullet Hell

Pubblicato da Developer Digital, il titolo rappresenta la prima fatica di Dodge Roll Games, studio composto dal lead designer Dave Crooks insieme ad altri tre elementi tutti provenienti dal team Mythic, interno ad EA, che ricordiamo per un titolo ad alto tasso di sperimentazione come Unity. Coerentemente con la natura indie della produzione, Enter the Gungeon è un gioco che sfrutta le proprie necessità di budget come un mezzo per ridefinire ed innovare generi che sembravano ormai alla canna. Ci troviamo così di fronte ad un tipico twin-stick shooter con struttura da dungeon crawler condito però da una natura procedurale che mette immediatamente Enter the Gungeon nella stessa categoria di altri fortunati titoli roguelike come Nuclear Throne e, sopratutto, il magnifico The Binding of Isaac. Se per finire Delirium con The Lost avete dovuto ricorrere al supporto di un calendario per rintracciare nuovi santi da nominare ad alta voce, temo che Enter the Gungeon vi garantirà la scomunica coatta: il titolo di Dodge Roll è infatti tosto come un lo spigolo di un comodino, al punto che molti recensori hanno dovuto ammettere di non essere riusciti a finire nemmeno una run. Fortunatamente per voi, il vostro Grifone invece ci ha sputato il sangue ed è qui per raccontarvi tutto. Dopo Ikaruga non temo niente.

Un proiettile per uccidere il passato

Dunque, una volta finito il gioco nella sua interezza si scopriranno cose fondamentali riguardo la storia, la quale gioca un ruolo più importante di quanto possa sembrare. Nonostante le apparenze da classico titolo action-oriented in cui la trama funge da carta da parati, gli sviluppatori sono riusciti ad implementarne l’ossatura narrativa in modo assolutamente elegante. Come ammesso dallo stesso Crooks, tutte le pistole e i proiettili di cui Enter the Gungeon è infarcito rappresentano una sorta di ironico tributo nei confronti dello scrittore Dan Simmons e del suo Hyperion, romanzo strutturato appunto sulla possibilità di poter rivivere il passato e cambiarne il corso. Da raccontare è facile, farlo lo è meno, parecchio meno. Posto infatti che si riesca a portare a compimento una run intera fra i 5 livelli a disposizione, vedremo che il nexus inizierà a popolarsi di vari personaggi e curiosi esserini liberati progressivamente all’interno del Gungeon.

Arrivati ad un certo punto, inizieremo ad interagire con vari indicatori segreti che, ancora una volta come in The Binding of Isaac, spingeranno la nostra affiliazione RNG fra “Coolness” (buona) e “Curse” (cattiva), superata la quale inizieranno ad accaderci cose particolarmente spiacevoli – e qui evito gli spoiler. Finendo il gioco dopo aver raggiunto raggiunto determinati progressi nel nexus, avremo dunque la possibilità di costruire il famigerato proiettile che uccide il passato, composto da 4 pezzi sparsi nel Gungeon che andranno portati al negozio dell’ultimo livello, chiamato “The Forge”. Una volta completato questo proiettile, il gioco non terminerà più dopo il boss finale, ma continuerà  nel passato di ognuno dei 4 protagonisti (più 2 segreti), ognuno dei quali ha una storia propria, boss dedicati e finali esclusivi. Dopo aver cambiato il passato dei personaggi principali con successo, accederemo finalmente a Bullet Hell, il vero stage finale, per completare il gioco. Se si finisce la run principale ma si perde contro il passato non si otterrà nulla, eccetto delle monete che servono a sbloccare armi e item vari.

Accessibilità e Profondità

Questa base così dinamica ha permesso di forgiare l’intera struttura del gioco bilanciandone l’identità roguelike con elementi di evoluzione progressiva, creando dunque un’accattivante corrispondenza fra accessibilità e profondità. Potremo certamente buttare qualche momento libero per una run al volo, ma se si vuole finire tutto serviranno centinaia di ore di gioco che, se accetterete la sfida, trascorreranno però alla grande e vi ricompenseranno ampiamente dei soli 15 euri spesi. La giocabilità, tutta basata su dodge roll con frame temporaneo di invulnerabilità alla Dark Souls, è davvero sfiziosa, mentre un’eccellente grafica in pixel art ed un colonna sonora avvincente condiscono ulteriormente un piatto già ricco. Si può persino giocare in due, anche se l’azione può farsi spesso caotica. Perché non c’è una modalità online allora? La domanda per ora resterà senza risposta, visto che questa versione per Switch è un porting pressoché speculare di quanto già visto altrove. Purtroppo pare si sia persa per strada una certa efficenza tecnica complessiva, come per The Binding of Isaac, con vistosi cali di frame rate in corrispondenza delle fasi Bullet Hell più concitate. Si poteva fare qualcosa in più, anche se giocare in treno ad un titolo di questa natura è ovviamente già di per sé un’esperienza assai appagante. Invochiamo dunque altro indie per Switch, sperando in conversioni un po’ più solide.