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Black Panther – Recensione

Ed eccoci qui, dopo tanta attesa, alla recensione del remake in live-action del Re Leone. Come dite – quello deve ancora uscire? Ma non è possibile, l’ho appena visto…

Dalla sinossi ufficiale di Black Panther: Dopo la morte del padre, il giovane Simb…T’Challa torna a casa per prendere il suo legittimo posto di re. Quando un potente nemico ricompare all’improvviso (non è lo zio, ma quasi), il felino si ritroverà in un conflitto che mette a rischio l’intera savan…Wakanda. Suoi alleati saranno un vecchio sciamano e un’amica d’infanzia di cui è innamorato.

Il Wakanda è un’utopica nazione africana fondata su una montagna di vibranium, minerale alieno che le ha permesso di sviluppare tecnologie avanzatissime: i wakandiani possono curare una ferita d’arma da fuoco alla colonna vertebrale, realizzare jet invisibili, tute anti-urto e gadget che farebbero venire l’invidia a James Bond. Agli occhi del mondo intero, però, fingono di essere uno stato sub-sahariano povero qualsiasi “per non far cadere il vibranium in mani sbagliate” (la versione ufficiale), o perché, se cominciassero ad aiutare i vicini morti di fame, verrebbero “sommersi dai profughi”! Insomma, l’unico partito ammesso è #NoiConSalvini.

“Sono qui per vendicare mio padre”, Michael B. Jordan in Creed, Black Panther e Creed 2.

Le cose, naturalmente, stanno per cambiare: è venuto il momento, per il Wakanda e per il suo re Pantera Nera, di venire allo scoperto e aiutare l’oppresso black people, che siano gli africani tutti o i neri statunitensi su cui la polizia si esercita periodicamente al tiro a bersaglio. Ma come ci si presenterà alla Terra? La corte del Wakanda è divisa: mettiamo un fucile al vibranium in mano a ogni ragazzino nero o costruiamo centri educativi? Metodo terroristico o assistenziale? Vi lascio indovinare da che parte stanno i buoni e da quale i cattivi.

Black Panther, tutto intento a veicolare “l’importante messaggio”  celebrativo della cultura africana e quindi black, perde la leggerezza, il ritmo e il carico emotivo tipici dei film Marvel per stressare il proprio pubblico con retorica di blando empowerment che forse potrà funzionare sui giovani americani, ma che da queste parti non attacca. Anzi, sarà che sono nato su un’isola che la Lega Nord dei tempi d’oro avrebbe definito parte del continente nero, ma se fossi africano un film come Black Panther mi ferirebbe. Perché anche se la parola “colonialismo” viene nominata più volte, alla fine ci viene detto che se gli africani e i neri stanno male la colpa è solo loro: a ogni occasione si ammazzano fra tribù diverse e la stabilità della nazione è messa a rischio da terroristi interni (questo è ciò che nel film succede).

Alla fine, è sempre una questione di “Civil War”.

A parte le questioni politiche, di cui non potevo non parlare proprio perché il regista e sceneggiatore Ryan Coogler vi ha riservato un’importanza tale da definire e compromettere l’intero tono del film, Black Panther ha una durata eccessiva, combattimenti confusi, CGI abusata, confronto finale che ricorda fin troppo La Minaccia Fantasma, Andy Serkis che, senza una tuta di motion capture, va in over-acting incontrollato, protagonista inespressivo, e sceneggiatura paternalistica e prevedibile.

Dopo l’ottima svolta autoriale di Taika Waititi per Thor: Ragnarok, da uno come Coogler mi sarei aspettato come minimo altrettanto. E invece.