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La forma dell’acqua – Recensione

Un tipico salotto anni ’50 sommerso da un’acqua caliginosa, sedie che galleggiano attorno a un tavolo in una lenta danza, il divano new baroque – dalla forma simile a quella di un trono – si posa a terra, e una dormiente ci si adagia mentre qualcuno racconta della regina senza voce: sembra l’inizio di una fiaba, e infatti è la prima sequenza de La forma dell’acqua, in cui un’affascinante donna delle pulizie muta s’innamora del Mostro della laguna nera.

Il nuovo film di Guillermo Del Toro, che ha vinto il Leone d’oro a Venezia e si prepara a fare incetta di premi ai prossimi Oscar, è il sognante resoconto di una lotta fra personaggi atipici, marginali ed emarginati, che trovano in gentilezza ed empatia la loro primigenia forma d’espressione e forza, e il contesto in cui vivono, cioè una realtà rigida, solo superficialmente aperta alla diversità e violentemente conformista com’era l’America del Secondo Dopoguerra.

Protagonisti della vicenda, in effetti, sono tutti rappresentati di minoranze, costruiti in modo da sussumere le diverse variabili dell’archetipo di riferimento: non sono veri personaggi, ma metafore, precisi punti di vista sulla condizione della donna, dell’omosessuale, del mostro: di ciò che è diverso dal maschio bianco medio. Eliza Esposito (Sally Hawkins) lavora nelle pulizie di un centro di ricerca scientifica, non è capace di parlare ma osserva e ascolta, e “dice” sempre e comunque ciò che pensa. Il suo cognome, inoltre, è quello che viene assegnato ai bambini senza genitori noti. Giles (Richard Jenkins), il vicino di casa, è gay e non riesce ad affermarsi come artista e quindi come uomo. Zelda (Octavia Spencer), collega di Eliza, è una donna nera intelligente e saggia, e parla un sacco. Infine, il personaggio interpretato – sotto un realistico e pesante strato di trucco – da Doug Jones è un mostro anfibio catturato in Amazzonia, in cui era venerato come una divinità, strappato al suo ambiente naturale e condotto a forza in un laboratorio per essere, più che studiato, torturato.

La forma dell’acqua è un’ora e mezza di cinica passione. È un omaggio di Del Toro al cinema dei mostri, a quello degli outsider, al proprio: è chiaro il riferimento al classico Universal Pictures del 1954 Il mostro della laguna nera, ma c’è anche Scarpette Rosse (1948), La Strada (1954), Demoni e dei (1999),  e persino i suoi due Hellboy.  La forma dell’acqua è un film magistralmente costruito: forse troppo. Ogni elemento cade al posto giusto, in una lenta danza, e lascia l’amaro in bocca a chi ama i “film di mostri” per la loro sublime, ingenua imperfezione.

Se non altro, le appassionate di fantasy sanno cosa regalarsi a San Valentino.