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Recensione Secret of Mana: un classico per SNES riportato alla luce

Al contrario di molti altri classici del passato rivitalizzati per il pubblico contemporaneo, Secret of Mana è stato proposto per diversi sistemi casalinghi e portatili nel corso degli anni che hanno seguito l’acclamato esordio su Super Nintendo, non ultima la sua inclusione nella raccolta di giochi per il recente Nintendo Classic Mini: Super Nintendo Entertainment System. E’ dunque molto probabile che anche i giocatori più giovani abbiano quantomeno sentito parlare del mondo immaginato da Koichi Ishii che, con questo Seiken Densetsu 2 (La Leggenda della Sacra Spada), prese le distanze dal precedente capitolo della saga: il primo Seiken Densetsu, infatti, nasceva quale spin-off del ben più celebre Final Fantasy e come tale, pur essendo un action RPG, ne condivideva molti dei tratti più distintivi quali i moogle, i chocobo, la struttura dei menu e l’inventario, mentre con il sequel Ishii decise di infondere un’identità meglio definita all’epopea che aveva da tempo proposto alla dirigenza di Squaresoft, senza mai ottenere il nulla osta necessario per realizzarla. Secret of Mana rappresentò pertanto l’occasione giusta per emergere, nella quale anche i vertici Nintendo sembrarono credere moltissimo: il battage pubblicitario di tutto rispetto, che comprendeva inserzioni sulle riviste del settore e spot televisivi, mise in evidenza le caratteristiche rivoluzionarie del titolo, fra le quali spiccava senza dubbio la possibilità di coinvolgere fino a tre amici nell’avventura, ciascuno ai comandi di uno dei protagonisti in tempo reale.

Tuttavia, il titolo che raggiunse gli scaffali non fu quello originariamente concepito dal game designer: Secret of Mana avrebbe dovuto vedere la luce sul fantomatico lettore di dischi ottici per Super Nintendo ma, quando gli accordi fra la casa di Kyoto e la Sony naufragarono, Squaresoft rimase legata all’obbligo contrattuale di portare ugualmente a termine il progetto avvalendosi di uno spazio di archiviazione ridotto (curiosità: da principio era previsto il contributo artistico di Akira Toriyama nel ruolo di character designer, del cui apporto avrebbe poi beneficiato l’altrettanto celebre Chrono Trigger). Lo staff trascorse i mesi precedenti al rilascio nel disperato tentativo di comprimere quanto più possibile storia, dialoghi, musiche e contenuti, tagliando via intere porzioni di gioco e introducendo sensibili lacune nella trama che non fu possibile recuperare in alcun modo. Eppure, a discapito di ciò, la piccola meraviglia di Ishii venne acclamata come uno dei migliori giochi di ruolo dell’epoca, capace di spremere al massimo le potenzialità del 16-bit targato Nintendo, e ancora oggi rappresenta la vetta più alta mai raggiunta dalla serie (per quanto Seiken Densetsu 3, mai approdato in via ufficiale sulle sponde occidentali, sia arrivato molto vicino a replicarne i fasti). Questo remake, pensato per la generazione attuale di console e computer, potrebbe essere perciò un conveniente pretesto per donare nuova vita al suo pargolo, una straordinaria opportunità per reintegrare tutto ciò che fu costretto a strappare via dalla versione su cartuccia e per donare agli appassionati di tutto il mondo un’esperienza finalmente completa.

Potrebbe, appunto. Ma il condizionale, purtroppo, è d’obbligo.

Secret of Mana
Le scene di intermezzo utilizzano gli stessi modelli poligonali del gioco, ripresi un po’ più da vicino e dotati di animazioni aggiuntive. Purtroppo, le labbra non si muovono…

Sei troppo giovane per una simile responsabilità

I guai per Randi iniziano il giorno in cui decide di seguire due amici (per modo di dire) fuori dal villaggio di Potos, alla ricerca di un misterioso tesoro piovuto dal cielo nei pressi di una cascata: ruzzolato ai piedi della stessa a causa della sua sbadataggine, il giovane incontra uno spettro che lo guida proprio verso il suddetto tesoro, una vecchia spada incastonata in un blocco di roccia. Evidentemente a digiuno di miti celtici, Randi la estrae con nonchalance per liberare il sentiero che conduce al borgo dalle erbacce, ma così facendo infrange anche il sigillo posto a guardia di un male ormai dimenticato e libera un esercito di mostri per il mondo. Gli abitanti di Potos non la prendono affatto bene e lo costringono all’esilio senza troppi complimenti, benché un anziano paladino accorra in suo aiuto e lo inviti ad accettare il suo destino, ossia quello di divenire il nuovo Cavaliere del Mana e risvegliare la sacra lama che gli consentirà di respingere ancora una volta la minaccia incombente. L’involontario prescelto si imbarca di conseguenza nell’ardua missione con il sostegno di Primm, una principessa in fuga per salvare il suo amato, e di Popoi, un androgino folletto dispettoso, mentre il perfido impero di Vandole trama nell’ombra e mira ad impadronirsi di un’antica fortezza volante dalla spaventosa potenza distruttiva.

Parte dell’ascendente che Secret of Mana ha da sempre esercitato sui suoi estimatori risiede nella caratterizzazione dei protagonisti, lontani dallo stereotipato ruolo dell’indefesso campione del bene e spinti ad agire da motivazioni tutt’altro che disinteressate: si tratta di un approccio divenuto sempre più comune nel corso degli anni, ma che al tempo costituiva una tratteggiatura abbastanza insolita ed aiutava ad incrementare la familiarità nei confronti dello sparuto manipolo di novelli esploratori, con i giocatori che potevano riconoscersi meglio nei risvolti fallaci di questi ultimi. Tale peculiarità viene ulteriormente enfatizzata nel remake, grazie agli scambi di battute che spesso i tre intavolano durante le soste presso le numerose locande e che ricordano i siparietti presenti in un qualsiasi gioco della serie Tales of (o almeno, da Tales of Destiny in poi), durante i quali i personaggi commentano gli ultimi sviluppi, il proprio passato o le vicendevoli stranezze. Tali eventi sono completamente opzionali, quindi è consigliabile fare tappa presso ogni taverna per apprezzare tutti i divertenti battibecchi aggiuntivi nel corso dell’avventura.

Un nuovo motore grafico tridimensionale sostiene il comparto visivo di questo rifacimento, con un’estetica non dissimile da quella adottata in Adventures of Mana, la trasposizione del primo Seiken Densetsu realizzata un paio d’anni or sono per smartphone e PlayStation Vita. La moderna direzione artistica, con la sua bassa densità poligonale e l’assenza di movimenti facciali, richiama alla mente la gloriosa stagione dei 32-bit ed infonde uno spirito più fumettoso, vivace e caricaturale al gioco, sottolineato dallo stile in cel-shading che risalta in particolar modo durante le sequenze non interattive. Il pacchetto viene accompagnato da un doppiaggio integrale di ottima qualità che copre non solo gli intermezzi ma ogni singola conversazione, persino quelle intrattenute con i PNG di passaggio sparsi un po’ dappertutto, e da una colonna sonora che propone i brani sia in versione originale che riarrangiata, nel curioso ma forse non indispensabile sforzo di dare un respiro attuale all’eccellente lavoro di Hiroki Kikuta. Malgrado ciò, il passaggio dalla seconda alla terza dimensione introduce anche una serie di problematiche inedite, su tutte la possibilità di spostarsi ed attaccare a 360 gradi valida tanto per i mostri quanto per i personaggi, anziché soltanto lungo le quattro direzioni cardinali: benché possa sembrare un vantaggio, i livelli popolati da avversari che scagliano frecce o incantesimi diventano un incubo da percorrere dato che i loro assalti non sono più limitati ad una traiettoria in linea retta ma possono raggiungerci da ogni lato, mentre noi siamo costretti a circumnavigare labirinti di cespugli, fossati e barriere di ogni tipo prima di poterli passare a fil di lama. Per ovviare ad una simile seccatura, sarebbe stata necessaria una revisione delle schermate che tenesse conto dei movimenti analogici, che di contro vengono riproposte in maniera pedissequa senza accorgimenti di sorta tranne quello di ridurre la difficoltà complessiva: i nemici, e in particolar modo i boss, possiedono infatti un quantitativo minore di HP e si mostrano meno propensi a sfruttare le tecniche speciali, qualora ne siano provvisti, mitigando perciò la frustrazione derivante da un level design non del tutto appropriato. La strada più semplice, insomma.

Secret of Mana
Ciascuna arma ha un aspetto e un set di animazioni differenti.

La resistenza è un’inutile perdita di tempo

Parlando di strade, è sempre bene tenere d’occhio la posizione dei nostri compagni perché non capita di rado che, per tenere il passo, imbocchino quelle sbagliate e finiscano incastrati in qualche elemento del fondale. La pratica mini mappa incastonata nell’angolo in alto a destra del video, il cui aspetto riproduce con cura la pixel art utilizzata negli scenari dell’originale, è focalizzata esclusivamente sul personaggio controllato e non offre indicazioni aggiuntive su mostri o alleati, perciò l’unico espediente efficace per ovviare a questi intoppi è ripercorrere il cammino in senso inverso con la speranza di imbattersi nel seguace bloccato il prima possibile. Si tratta di un difetto che non scompare del tutto nemmeno giocando insieme ad altri amici, dato che i protagonisti conservano il vizio di abbracciare porzioni immobili dello scenario anche senza il contributo dell’intelligenza artificiale. Una piccola ma significativa correzione è stata apportata nelle meccaniche di combattimento, che in questo caso risultano un po’ più impegnative rispetto al passato: sebbene si possano ancora infliggere danni ai nemici già a terra per impedire loro di rialzarsi, è andata persa la facoltà di inanellare incantesimi uno dietro l’altro approfittando di un bug che rendeva possibile il lancio di un nuovo sortilegio mentre si concludeva l’animazione del precedente, ma è probabile che la rettifica sia una diretta conseguenza dell’azione che non viene più interrotta dalle tecniche speciali utilizzate in battaglia piuttosto che frutto di uno scrupoloso lavoro di ribilanciamento.

La tipica interfaccia ad anello di Secret of Mana è la componente che ha ricevuto il contraccolpo peggiore fra tutte quelle coinvolte: pensata per fornire un rapido accesso all’inventario, alle statistiche e alle tattiche di combattimento, nella versione per Super Nintendo viene inquadrata sul personaggio che ci interessa visualizzare e conserva in memoria le selezioni effettuate per tornare rapidamente sulle stesse in un secondo momento, mentre qui è un semplice menu centrale in sovrimpressione con le icone disposte in cerchio, che oltretutto costringe a ripetute consultazioni delle stesse voci nel caso volessimo utilizzare un comando o un incantesimo più volte, a causa del cursore che viene resettato ad ogni apertura. La seccatura viene in parte mitigata dalla libertà di assegnare a due tasti dorsali un’arma, un sortilegio o un oggetto, ma permane l’amarezza nei confronti di un lavoro svolto con assoluta superficialità e che oggi risulta molto meno user friendly di quanto fosse oltre venti anni fa. Come se non bastasse, la sezione che in origine permetteva di modificare l’atteggiamento combattivo dei personaggi collocandoli in una determinata casella di una griglia 4×4 si chiamava, non a caso, Action Grid: ebbene, nel remake tale voce non ha più motivo di esistere, dato che la IA viene regolata mediante la scelta di una fra quattro opzioni disponibili, tuttavia il suo nome è rimasto Action Grid. Per non parlare degli oggetti venduti nei negozi, i cui parametri numerici non sono visualizzabili se non dopo l’acquisto proprio come su Super Nintendo, altra imperfezione che avrebbe richiesto davvero poco per essere sistemata. Pedissequo, dicevamo.

Secret of Mana
I personaggi approfittano delle soste per riposare e fare quattro chiacchiere, l’aggiunta più simpatica di questa revisione.

Dispiace giudicare così male il restauro di un’avventura che ha segnato a fondo la tua crescita videoludica, ma da un’operazione del genere era lecito aspettarsi molto di più. La nuova edizione dell’indimenticabile RPG di casa Squaresoft lascia pertanto in bocca lo sgradevole retrogusto del “vorrei ma non posso”, un prodotto che avrebbe potuto davvero ampliare l’esperienza dell’originale in mille modi diversi anziché, alla fin della fiera, si limita a svolgere un triviale compitino e riproporre con fredda meccanicità i medesimi contenuti che, su un hardware di gran lunga inferiore, trasmettevano una sensazione di meraviglia che qui risulta enormemente attenuata. Intendiamoci, Secret of Mana resta un titolo di tutto rispetto, ma il suo vivido fulgore è qui una pallida luce riflessa che brilla per gli obiettivi conseguiti da Koichi Ishii e dal suo team, non certo per gli sforzi profusi (o risparmiati) nella lavorazione di questo remake.