E3

[E3 2016] Detroit: Become Human – Anteprima

di 19/06/2016
 

Tra i vari titoli presentati nel corso della fiera losangelina appena conclusasi, Detroit: Become Human si è guadagnato tutta la nostra attenzione al punto di meritarsi uno dei GamesVillage.it Awards, cioè quello relativo al Best Storytelling. Presentato nel corso della press conference di Sony, il gioco si è mostrato ai nostri occhi per mezzo di un filmato in-game tale da lasciarci positivamente spiazzati, in senso assoluto, sotto ogni punto di vista. Se da una parte risponde al vero che Quantic Dream ci aveva già abituato ad una concezione piuttosto trasversale del videogioco, mai come nelle sue produzioni inteso come opera interattiva multimediale (Heavy Rain e Beyond: Two Souls), è altrettanto vero che Mr. Cage riesce sempre a sorprenderci con il suo genio per la capacità di sondare strade inesplorate che definire alternative sarebbe fin troppo semplicistico. La genialità del Maestro risiede nell’inventare nuovi stilemi,  creando dei veri e propri paradigmi che, inevitabilmente, finiscono per divenire un nuovo parametro di riferimento, catalizzando l’indiscusso interesse di quel segmento di pubblico, nonché di critica, particolarmente sensibile a produzioni che ambiscono a sfondare la solita concezione di videogioco per elevarlo a qualcosa di diverso, più maturo e decisamente fuori dall’ordinario. Ma essere al di fuori dell’ordinario, di per se non sancisce quel salto quantico per assurgere all’appellativo di straordinario nella sua accezione più positiva.

Il gioco si è mostrato ai nostri occhi per mezzo di un filmato in-game tale da lasciarci positivamente spiazzati

Ed è qui che una mente visionaria, al comando di un team tra i più talentuosi nel settore, riesce a fare quella differenza capace, puntualmente, di sdoganare il videogioco verso nuove declinazioni, elevandolo dalla più comune delle concezioni, proponendo all’utente tematiche complesse e sviscerate lungo un cammino fatto di interattività costante generata non tanto dal tasto da pigiare per ottenere un dato risultato, bensì improntata sulle scelte morali all’insegna di un “what if” scandito dalla capacità del giocatore di immedesimarsi nel proprio alter ego digitale e, attraverso questi, integrarsi completamente nel mondo di gioco e negli scenari che si presentano durante la progressione. Un “what if” pregno di emozioni costanti che pretendono di accalappiarci, senza transigere, in un’esperienza per certi versi dogmatica ma capace di lasciarci qualcosa di diverso, di profondo, abbattendo nel senso più lato possibile la “quarta parete” e rendendoci attori e spettatori al contempo. Sono queste le premesse di Detroit: Become Human, Nuova produzione di Quantic Dream che ha saputo sorprenderci in modo assolutamente positivo.

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Se c’è una cosa molto interessante di Detroit: Become Human è innanzi tutto la sua gestazione, complessa, si, ma partita da un’idea talmente embrionale al punto che lo stesso Cage non sapeva affatto, almeno a suo dire, come poi si sarebbe evoluta. Un’idea alla cui base c’era il tema dell’autocoscienza delle macchine, la capacità di formulare pensieri non sulla base degli algoritmi e delle valutazioni di una fredda I.A., ma la consapevolezza di essere vivi, fare esperienza ed immagazzinare dati sulla scorta di un piano emozionale autocosciente e consapevole. Sono vivo, penso, sento. Ed è sulla scorta di questo script, tra l’altro non proprio originale (Blade Runner di Ridley Scott e I.A. di Steven Spielberg, tanto per citare due esempi) che nel 2012 venne mostrato al pubblico un toccante cortometraggio dal sapore di Tech Demo in real time su PS3 in cui si assisteva all’assemblaggio e al collaudo di un androide dalla fisionomia e fisiologia femminile che dava, appunto, evidenti segnali della convinzione di essere viva, palesando emozioni come stupore, curiosità, paura. Quell’idea, che non aveva nessun’altra pretesa se non quella di essere una buona idea proseguì lungo un percorso evolutivo non lineare che ci restituì, nel corso della scorsa edizione della Games Week parigina un secondo filmato con protagonista sempre Kara, stavolta nel mondo, intenta a raccontarci qualcosa di più profondo circa la sua esperienza ‘la fuori’, raccontandoci anche di tutti quegli androidi che, seguendo un iter interiore a loro volta simile, stavano acquisendo, appunto, la consapevolezza di esistere, a dispetto di una società capace di concepirli solamente come forza lavoro per i più disparati impieghi. Anche quello fu un filmato molto toccante, passionale, dai tratti romantici che si schiudevano nel finale ad effetto: “Il mio nome è Kara e sono una di loro. Questa è la nostra storia!”, per poi lasciare spazio al nome del gioco scaturito da quel primo filmato del 2012.

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E’ così che Detroit: Become Human fu ufficializzato come nuova PI, per poi tornare a far parlare di sé proprio nel corso della Tripla E di quest’anno attraverso una demo bellissima ed interessantissima nella quale è stato presentato un altro protagonista del gioco: l’androide (e agente) Connor. La demo si è aperta con Connor in ascensore intento a giocare con una moneta. Giunto al suo piano di destinazione, si è diretto in un appartamento presidiato da agenti di polizia ed una donna che gli è andato incontro pregandolo di salvare la figlia ma che, solo in un secondo momento si è accorta che Connor è un Androide e, in un pianto rotto, mentre veniva allontanata da una degli agenti, gridava “Non potete fare questo!” Arrivato sulla scena del crimine, Connor viene edotto circa la situazione: l’androide al servizio di quella famiglia sembra essere impazzito ed ha sequestrato la bambina minacciando, pistola alla mano, di ucciderla ed avendo già mietuto delle vittime tra gli agenti di polizia intervenuti sul posto. A Connor il difficile compito di intermediario e salvare la bambina. Giunto sul tetto, Connor instaura una discussione con l’androide impazzito che risponde al nome di Deviant.

Il primo filmato di presentazione fu toccante, passionale, dai tratti romantici che si schiudevano nel finale ad effetto

Questi, in un accorato breve monologo si lamenta, con disperazione, di aver passato tutta la sua vita esistenza a prendere ordini senza che importasse a nessuno di lui ma adesso era giunto il tempo di riscrivere la propria storia, ora avrebbe deciso per se stesso. Sull’ultima affermazione, Deviant si è lasciato cadere dal tetto del grattacielo, trascinando con se, nel vuoto, la bambina, con Connor che, impotente, tentava uno scatto fulmineo per afferrarla senza successo. Ed è a questo punto che Detroit si rivelato in tutta la sua profondità, proprio all’insegna di quel “what if” cui accennavamo più in alto. Cosa sarebbe successo se? Ed ecco quindi un Rewind della scena con Connor intento a raccogliere indizi per capire cosa stia succedendo e, in diverse sequenze rigiocate, capire che Deviant aveva scoperto che sarebbe stato rimpiazzato, comprendere come e perché abbia ucciso uno dei poliziotti e, ancora, comprendere che l’Androide dava evidenti segni di affetto nei confronti della bambino. Ed ogni nuovo indizio sortiva l’effetto, per la sequenza del tetto, di sbloccare nuove possibilità nel corso della trattativa, per avere, in base alle proprie scelte sul cosa dire e sul cosa fare, delle diverse conclusioni. In una, Connor riusciva a prendere la giusta quantità di tempo per anticipare l’epilogo scelto da Deviant, correre verso di lui salvando la bambina ma precipitando nel vuoto con l’androide impazzito. In un altro possibile epilogo, puntava la pistola contro Deviant il quale, sentendosi minacciato, esplodeva un colpo alla testa di Connor uccidendolo. In uno dei finali, Connor buttava via la pistola rassicurando Deviant che tutto si sarebbe concluso nel modo migliore e facendo allontanare l’elicottero che sorvolava il palazzo. Alla fine di quella conversazione, Deviant ha spontaneamente lasciato andare la bambina per poi essere colpito a morte dal fuoco incrociato dei cecchini e, nel cadere in ginocchio, dire a Connor “Mi hai mentito”. Ed è qui che il filmato in-game si è concluso, con un Connor visibilmente colpito ma forte della salvezza della bambina, guardando in camera ha detto: “Il mio nome è Connor. Questa è la nostra storia.”

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Quanto visto nel filmato, e successivamente nel medesimo livello mostrato alla stampa a porte chiuse con lo stesso Cage a mostrare le peculiarità del gioco, è stato sicuramente più interessante, espandendo di molto le dinamiche di cui avevamo già fatto conoscenza in Heavy Rain o Beyond: Two Souls. Il concatenamento degli eventi e delle indagini, insieme alle tante modalità diverse per poter affrontare una data situazione, conferisce a questo Detroit: Become Human un più ampio respiro capace, almeno da quanto visto, di integrarsi perfettamente con i temi assai maturi e dall’anima esistenziale che permeano l’intero prodotto. La nostra capacità di muoverci sul campo, raccogliendo indizi (ma con un urgenza visto sul tetto la storia di Deviant prosegue ed è sempre intenzionato ad uccidere la bambina e non è certo ai comodi di Connor) ci permette di aumentare le possibilità di portare a termine il nostro compito in un costante rapporto di causa effetto. Cosa davvero interessantissima di Detroit è l’assenza di un game over.

Il gioco presenta un impatto visivo tale da rasentare il fotorealismo

Che possiamo riuscire o meno nel nostro compito, salvare la bambina, morire o sopravvivere, la storia continuerà ma prenderà nuove strade, dandoci fin da subito la chiara percezione delle decine, se non centinaia, di possibilità diverse che permeano l’intera produzione e che hanno richiesto un enorme sforzo sia creativo che produttivo, in un costante Butterly Effect dove il concatenarsi di eventi rappresenta un cardine imprescindibile. Qualunque cosa accada in Detroit: Become Human, il gioco continuerà fino a uno dei moltissimi (ma non quantificati) finali diversi, nel corso di eventi che ci obbligheranno, puntualmente, ad affrontare le conseguenze delle nostre scelte, senza se e senza ma. Ancora indefinito anche il numero dei protagonisti anche se sappiamo che saranno più dei due già presentati (Kara e Connor). Sul piano meramente tecnico, Detroit: Become Human è imponente, anche merito del nuovo e potentissimo engine adottato da Quantic Dream che presenta un impatto visivo tale da rasentare il fotorealismo. Ottime la sceneggiatura e la recitazione (almeno in questa versione in lingua inglese), capaci di trasmettere tutto il pathos delle vicende in essere, fattore esaltato dalle splendide animazioni, saldamente ancorate ad una coerenza ed una credibilità straordinarie. Di prim’ordine anche la regia, altro fattore che rappresenta uno dei marchi di fabbrica di Quantic Dream. Detroit: Become Human è stato una delle sorprese dell’E3 2016, capace di mettersi in evidenza sotto molteplici punti di vista. Per quanto ancora nulla ci sia dato sapere circa la trama principale né sul come i destini dei protagonisti si intrecceranno tra loro, appare chiaro che il titolo sia più che promettente e in grado di catalizzare la nostra attenzione, augurandoci di poterne sapere di più nel corso dei mesi che ci separano dal suo rilascio che, purtroppo, resta ancora in TBA.





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