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Discussione: Death in june

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  1. #1
    A base d'acqua
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    Death in june

    Il motivo per cui il nome "Death In June" è oggi ancora oggi una vera e propria leggenda è da ricercare nelle vicissitudini che, in un ventennio, questa band ha passato. Il genere "apocalyptic folk" oggi tanto in voga (quanto "dall'altra parte" la musica ebm), senza
    di loro non sarebbe mai esistito. Chi sarebbero oggi gli In My Rosary, i Von Throsthal, l'austriaco Albin Julius, gli svedesi (grandi) Ordo Rosarius Equilibrio, senza la lezione impartitagli da Douglas Pierce e compagni? Nessuno!? Direi proprio di "sì"!
    E dove sarebbe oggi tutta quella cultura e tutta quella polemica sul "destrismo", politicamente parlando, senza il "Totenkopf" (teschio, testa di morto) sui loro indimenticabili dischi degli anni ottanta? Non ci sarebbe nulla! Non esisterebbe un intero genere musicale (oggi da tanti amato e idolatrato) e non esisterebbe una polemica (da tanti ostentata e stupidamente portata avanti) che rende semplicemente "proibitiva", "unica", "trasgressiva" ogni esibizione della band inglese…
    Nati dalle ceneri dei Crisis, tra le cui file militavano Douglas P. (voce e chitarra) e Tony Wakeford (basso e chitarra), i Death in June (il cui organico fu completato da Patrick O'Kill Legas, batteria) esordirono sul mercato discografico nel 1981 col 12" "Heaven Street". Il sound però, inizialmente ancora legato a certi stilemi della musica post-punk, si definì sin dagli inizi come un qualcosa di assolutamente originale ed innovativo.
    Accompagnati da una grafica molto minimalista ma al tempo medesimo "forte", i Death In June, sin dall'album d'esordio "The Guilty Have No Pride" e dal successivo "Burial" (per metà registrato dal vivo e per metà in studio), mostrarono di possedere tutte le carte in regola per diventare una delle più interessanti rivelazioni della scena inglese di quei tempi.
    A causa di un suono forse troppo machiavellico, intimo, decisamente poco commerciale, lontano da certe esigenze della musica rock e pop, il gruppo mantenne la promessa negli anni successivi ma, proprio per quanto appena detto, soprattutto a livello underground.

    Nel 1985, con l'album "Nada" (forse l’album "simbolo" dei Death In June), il sound della band cambiò radicalmente: con la dipartita dal gruppo di Tony Wakeford vennero introdotte massicce dosi di tastiere e tempi programmati. La svolta, accompagnata dal 12" "The Calling", fu però segnata anche da un crescente dissenso da parte del pubblico, che iniziò ad additare i Death in June come "paranazisti". Certo, determinate iconografie utilizzate dal gruppo per le copertine dei loro dischi (vedi il "Totenkopf" o l'uso dell'alfabeto runico in genere) richiamano sicuramente alla mente l'interesse di Douglas nei confronti della seconda guerra mondiale… Ma, diciamocelo una volta per tutte, qual'è l' "ultimo grande evento" (tragico quanto "forte di significati") che ha squassato la nostra società e il mondo in generale?
    La "decadenza dell'Impero Occidentale", il sogno irrealizzabile del Fuhrer, sono argomento di ampie discussioni (spesso presenti nei loro testi) che non devono essere a tutti i costi considerate come l'esaltazione di una determinata corrente politica ma, bensì, come una ricerca delle ragioni che sancirono il fallimento di un regime europeo e dei sogni di una nazione che ebbe per un attimo l'illusione di controllare il mondo.
    Aspri dibattiti e riflessioni (spesso stupide e prive di veri e propri fondamenti), hanno dunque accompagnato da quel momento in avanti la band di Douglas, e dopotutto il quesito comunque rimane: ma ci sono o ci fanno?
    Effettivamente Douglas P. non ha mai voluto esplicitamente prendere posizioni, preferendo mantenere quell'alone ambiguo che, innegabilmente, ne ha alimentato il pathos. Ad ogni modo, che egli lo sia o non lo sia, artisticamente parlando ha poca importanza… Maggiore importanza (e maggiore colpa) l'hanno invece quegli stupidi "perbenisti" che, nel corso degli anni, hanno spesso usato tutte le proprie forze (e quel poco di cervello che avevano) al fine di boicottare i concerti del gruppo.

    A Losanna, Svizzera, pochi anni fa, il concerto dei Death In June venne ad esempio cancellato la medesima sera dell'evento per "evitare problemi di ordine pubblico"… Ma scusate, cari anti-fascisti (o per meglio dire "anti-Death In June) sparsi per il mondo, ma lo sapete che "impedire concerti", "boicottare eventi" equivale ad usare le STESSE armi censorie di cui fu protagonista la politica destrista? Bruciare libri, distruggere opere d'arte è assimilabile a ciò che fate voi! Poi dite di essere dall’altra parte della barricata!
    Ma torniamo alla musica (elemento PRINCIPALE della forza dei Death In June)… Nel 1986, con la dipartita di Patrick Legas (nel frattempo andato a formare i Sixth Comm), Douglas uscì allo scoperto con un altro grandissimo album in studio: "The World That Summer"! Originariamente pubblicato come doppio vinile, l'album contiene, tra l'altro, uno dei più bei pezzi mai realizzati dai DIJ: "Come Before Christ And Murder Love".
    Al disco collaborò (per la prima volta) David Tibet (celato dietro il nickname "Christ 777"), enigmatico quanto carismatico leader dei Current 93 che, da allora, intraprese con Douglas P. un lungo e fruttuoso sodalizio artistico che si è poi esteso anche ad altri progetti di entrambe le band e a molte altre collaborazioni future (tra cui Coil, Boyd Rice…).

    Altro capolavoro del repertorio Death In June è l'album "Brown Book", pubblicato nel 1987, un lavoro introverso ed ineguagliabile, dove la matrice folk, basata su semplici giri di chitarra acustica e suoni di sfondo, la fa da padrone.
    Proprio con questo disco Douglas creò un proprio "marchio di fabbrica sonoro" che, purtroppo, viziò forse un po’ troppo tutte le sue produzioni future… Dischi come "The Wall Of Sacrifice" (1989, contenente la struggente "Fall Apart"!), "The Cathedral Of Tears" (1991), "But What Ends When The Symbols Shatter?" (1992), "Rose Clouds Of Holocaust" (1995) segnano un periodo particolarmente intenso (a livello di uscite discografiche e pubblicazioni orientate verso il mercato dei collezionisti) ma anche fortemente statico a livello compositivo. Nonostante Douglas P. sia riuscito in questi dischi ad offrire ancora perle con grande maestria è indubbio che, a livello di composizione e di fantasia, questi dischi misero comunque in luce una certa carenza di idee… E la sua chitarra acustica ne fu la prova. Nonostante tutto però "Rose Clouds Of Holocaust" resta un capolavoro! La misantropia di Pierce, con liriche come "Golden Wedding Of Sorrow" o "Death Is The Martyr Of Beauty", sembra qui raggiungere l'apice. Documento interessante di quel periodo è anche il doppio live "Something Is Coming", registrato dal vivo in Croazia.
    A risollevare le sorti dei Death In June e a proiettare la band verso nuovi territori sonori arrivò, improvvisamente, Albin Julius. Albin, proveniente dalla
    formazione medioevale The Moon Lay Hidden Beneath A Cloud, si propose come collaboratore di Douglas P. per il disco "Take Care And Control" (1997)… e fu la rinascita!
    Contrariamente a quanto si potesse pensare all’inizio, l’arrivo di "Mr. Der Blutharsch" portò una forte componente dark-industrial

    nella musica dei DIJ. Manipolazioni sonore ostiche ma affascinanti si mischiarono alle sonorità più classiche della band inglese creando, è il caso di dirlo, un'altra nuova corrente musicale che molti altri artisti scimmiotteranno per anni… E, nel 2002, ancora non hanno smesso di farlo!
    Il suono vira decisamente, con basi di nastri registrati, marce marziali, muri di suoni in sostituzione della la sempre meno presente, perdonatemi il termine, "chitarrina".
    I successivi "Heilige!" (registrato dal vivo), "Operation Hummingbird" e l'ultimo "All Pigs Must Die" (realizzato in collaborazione con i tedeschi Forseti) mettono il sigillo al nuovo suono del gruppo, ora sempre meno melodico (i tempi di "The World That Summer" sono finiti per sempre) e sempre più ostico e cervellotico…
    Anno 2002: al momento non si parla ancora dell’uscita di un nuovo lavoro in studio (che ad ogni modo non credo tarderà ad uscire) ma, evento eccezionale, i Death In June lasciano che il loro nome riecheggi tra i propri fan Italiani per un motivo molto particolare… Sono tornati a suonare dal vivo in Italia!
    Accompagnati sul palcoscenico da Boyd Rice (immancabile!), i Death In June hanno percorso in lungo e in largo la nostra penisola con quattro date, rispettivamente a Milano, Prato, Roma e Vicenza. Il successo di pubblico è stato notevole, specialmente negli spettacoli del Siddharta e del Blackout, mentre la critica si è trovata più o meno unita nel giudicare queste esibizioni sottotono rispetto agli standar a cui ci aveva abituato la Morte in Giugno.

    Ok se nn vi siete addormentati mi potete dire se li conoscete e se vi piacciono?? Hanno fatto un sacco di album e io ho solo l'ultimo...e poi da quello che ho capito sono molto Underground..

  2. #2
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    Douglas

  3. #3
    Huh? L'avatar di Arcturus
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    Mi hanno sempre affascinato, ma non li ascolto abitualmente e non ho alcun loro cd

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