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Kong: Skull Island – La recensione senza spoiler

di 05/03/2017
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Quale strana ironia fa arrivare al cinema Kong: Skull Island mentre in Italia imperversa già una scimmia nuda danzerina? Vale la pena chiedersi (ma finisce lì) se il tormentone sanremese influenzerà in qualche modo le vendite dei biglietti. Sarebbe stato divertente e liberatorio vedere un trailer in cui il re dei primati schiaccia con un pestone Gabbani e compagna. Va bene, sto cazzeggiando, ma un video del genere, in effetti, si sarebbe accordato al tono del film, che mi aspettavo più diretto a un pubblico maturo. Invece mi sono trovato davanti a un monster movie di una leggerezza spiazzante, con trama e dialoghi scritti da un bimbo di dieci anni e premesse banalissime…ma per qualche ragione, alla fine, il film funziona. Non come opera in sé, ma come (ri)avvio di un franchise di successo. Non parlerò della scena post-credit, ma la sua mera esistenza, nell’era (degli infiniti sequel) Marvel, dovrebbe dirvi già abbastanza. E non è un caso – aggiungo soltanto – che i protagonisti siano Tom Hiddleston e Brie Larson,  due attori belli come divinità già impegnati in progetti supereroistici (sono Loki e la futura Captain Marvel). Ma andiamo con ordine e senza spoiler.

Me l’aspettavo più cupo.

Kong: Skull Island è ambientato nel 1973, l’epoca dei primi satelliti. Uno di questi scova in mezzo al Pacifico un’isola dall’inquietante forma di teschio, e l’agenzia segreta statunitense Monarch ottiene fondi per andare ad esplorarla. La scorta militare è fornita da una compagnia di piloti, il cui colonnello Packard (Samuel L. Jackson) è amareggiato per il fiasco in Vietnam. Hiddleston interpreta un ex-soldato britannico di nome James Konrad (la fantasia!) che nella spedizione ha un ruolo cruciale ma non troppo specifico (cacciatore? tracker? maschio-alfa?). La Larson partecipa in qualità di foto-reporter, ma allo scimmione di 32 metri non ne scatterà manco mezza. Mah. L’arrivo sull’isola è rocambolesco. Gli elicotteri, senza nemmeno atterrare, cominciano a lanciare bombe a caso sul fottuto paradiso terrestre che è l’isola. King Kong, allarmato, accorre sulla scena. Jordan Vogt-Roberts sceglie qui di mostrarlo immediatamente in tutta la sua magnificenza, e il regista rende così evidenti tutti i limiti della sua inesperienza. Perché non basta fargli impugnare un elicottero per comunicare l’idea della vastità. Lo scimmione, tornato a dimensioni gargantuesche dopo la riduzione jacksoniana, è il vero protagonista del film. Svelarlo poco a poco ne avrebbe fatto apprezzare maggiormente le dimensioni. Non appena lo vedono i soldati, che in questo film raggiungono vette di idiozia inumana, nel dubbio cominciano a vomitargli sopra una valanga di proiettili. Il Re, con forse troppa facilità, li fa a pezzi. A questo punto il gruppo di sopravvissuti si divide. Da un lato i militari capitanati dal vendicativo Packard, che si aprono la via disboscando e sterminando; dall’altro i civili seguono Konrad. Il secondo team di occidentali, con un karma tutto loro, scopriranno allora che l’immane bestio, in realtà, è il protettore dell’isola ed è venerato come un dio dagli indigeni.

Scatto o non scatto?

A questo punto avrete capito che in Kong: Skull Island ogni cosa è al suo posto, nitida: i soldati sono cattivi, i civili buoni; i rettili sono cattivi, tutti gli altri mostri no; sapete esattamente prevedere chi morirà quando come e perché. Tom Hiddleston, che pure è un attore talentuoso, sembra qui risentirne. É fin troppo rilassato. Guardando un povero cristo volar via tra le fauci di uno pterodattilo, sembra pensare: “Tanto a me non mi ammazzano, c’è il sequel!”.  E non starei qui a preoccuparmi di profondità e caratterizzazione dei personaggi se non fosse per un piccolo particolare: parlano un sacco! Tanto minutaggio viene speso per definire attraverso dialoghi stantii e battute anemiche ruoli e dinamiche che tutti conoscono a memoria. Quando finalmente gli attori non hanno il tempo di parlarsi, tolte le ingenuità del caso, capita con una certa sorpresa di divertirsi. Il design dei mostri è assurdo e accattivante quanto basta, ben coreografati i loro duelli primordiali. Lo scontro finale fra King Kong e il suo acerrimo nemico, un varanone di Komodo presentato ancora una volta senza riguardi, offre qualche originale spunto visivo, e i due mostruosi avversari paiono in certi momenti danzare. Ho il sospetto che il merito, qui, sia da attribuire solo in parte al regista Vogt-Roberts, e che un aiuto importante sia stato fornito da modellatori e montatori. La scena migliore del film, però, è un’altra, ed è brevissima quanto geniale. Quasi un dipinto, raffigura Tom Hiddleston con maschera anti-gas squarciare pterodattili con una katana su uno sfondo viola: completamente senza senso ma stupenda da vedere. Ne avessero messe di più, di scene così, e avrei riempito la recensione della parola “genio”. Ho sentito invece qualche esimio collega pronunciare le parole “apocalypse” e “now!” per descrivere meglio l’ambientazione di Kong: Skull Island. No. Carpita ogni risorsa del mio auto-controllo, ho fatto come quell’altra scimmia. Mi sono tappato le orecchie.

Positivi
  • Hiddleston spacca pterodattili con una katana.
  • Design dei mostri accattivanti.
  • Il franchise potrebbe diventare interessante.
  • Negativi
  • Banalissimo, scritto da una scimmia.
  • Troppi dialoghi.
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    Kong: Skull Island non soddisferà gli appassionati di kaijū eiga, se non in prospettiva di ciò che arriverà. Perché arriva.





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