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[Fantafestival 2017] First House on the Hill – Recensione

di 29/11/2017
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Il film horror soprannaturale First House on the Hill è tradizionale nel tema, nelle dinamiche e forse in generale un po’ scontato, ma tutto sommato ben fatto e godibile. Ora, o una settimana al Fantafestival ci ha insegnato ad essere più solidali con i fantascienziati del cinema oppure Matteo Saradini (regista) ha saputo farsi notare alzando – per così dire – la mano al momento giusto.

Probabilmente le ragioni non si escludono, ma la seconda è stata certamente quella determinante. Matteo Saradini è un giovane italiano che dopo aver studiato Critica cinematografica e Teatro greco e latino all’Università di Brescia è emigrato in America, lavorando soprattutto a Los Angeles (California). Ma non è lì che ha appreso la sapiente arte della regia. Durante gli anni universitari e subito dopo si autofinanziò e diresse “Fear and Vengeance” e poi “Blood Chronicle”, un mocumentario ispirato a “A sangue freddo” di Richard Brooks, interamente girato in un locale.

E così, col crescente interesse da parte del produttore italo-svedese Antonio Russo Merenda, Saradini gira “Don’t Shoot Now” un controverso documentario sulla fabbrica della Beretta. E infine, attraverso vari produttori americani e progetti come “M. Hood” (2009), “A Brush of Red” (2009), “Residenz” (2012; in cui utilizzò un’elaborata tecnica di proiezione 3D per visualizzare in tempo reale i visual effects sul set), giunge nel 2017 a First House on the Hill.

Scritto in collaborazione con lo scrittore Domenico Cutrupi e (co-writer) Kristian Messere, First house on the Hill vuole essere un thriller psicologico del tipo quattro ragazzi in una casa misteriosa in cui l’oggetto magico della narrazione è un paio di carte da chiromanzia e l’inganno è un segreto accordo fra due amici della protagonista, evidentemente vergine e – manco a dirlo – ingenua e restia alle arti oscure. Benché ci fosse il materiale per spingere sul livello psicologico, che in questi film è forse l’arma più efficace, Saradini sceglie di tenere uno sguardo d’insieme su tutti gli aspetti cinematografici, senza riuscire a creare davvero qualcosa di originale.

Non che, nel mood del Fantafestival, cercassimo qualcosa di completamente originale: abbiamo già detto che non è questo il primo e fondativo senso dell’arte in generale o del cinema, ancorché fantascientifico o horror. Ma si potevano certamente esasperare uno o più elementi narrativi e visivi e il film avrebbe destato più attenzione. Ciononostante, l’abilità di Saradini si conferma nella fermezza con cui tiene le redini dei vari elementi del film. Un buon cast di attori fra cui Helene Udy (attrice, regista e produttrice televisiva), Chloe Farnworth (Thor: The Dark World) e lo stesso Kristian Messere. Una gradevole fotografia che accoglie con delicatezza lo stile americano. La musica originale di Carlo Poddighe. E una bella regia, pulita e intrigante. Cosicché anche se è evidente che la storia, un po’ troppo debole complessivamente, prova a riprendersi nel finale, il film è assolutamente godibile.

L’esperienza di Saradini dà speranza che quest’opera – che mischia sapientemente italiani e americani – possa portarne altre più forti e più audaci. Fin qui, non male.

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