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Stranger Things? La cosa davvero strana è che vi piace!

di 13/11/2017
 

Qualsiasi film, anche il più brutto, può appassionarmi. Per le serie è diverso, sono più cauto, perché una sola stagione richiede molto più tempo, che potrei dedicare a qualcos’altro, ad altre storie. Ciò che non mi fa cambiare canale, solitamente, è la cura dei particolari.

Non la storia, né i personaggi: ad attrarmi sono i pezzi del mosaico. E certo non perché cerco il pelo nell’uovo da criticare: i particolari, le finezze, sono indicatori di una visione artistica chiara e, quindi, una seppur minima garanzia d’immersione nella storia che mi vogliono raccontare.

Prendete l’attenzione con cui il pessimismo cosmico è mischiato all’action noir texano nella prima stagione di True Detective. O le centinaia di sfaccettature che gli attori della prima di Fargo hanno impresso nei propri personaggi. Ancora, la precisione estetica maniacale di David Lynch in Twin Peaks e la spregiudicatezza con cui Bryan Fuller si prende gioco del proprio pubblico in Roanoke. I paragoni potranno sembrare fuori luogo, ma non posso farci nulla: è quello che penso quando sento elevare Stranger Things a stella luminosa in mezzo al fosco panorama televisivo moderno (davvero non so quali serie guardavate dieci anni fa!). Persino Tredici, altro show Netflix young adult, che non ho molto amato, lo reputo una spanna sopra. Perché Tredici ha un obiettivo che persegue caparbiamente, e dissemina le storie di Hannah Baker di sfumature che rendono vivi i suoi personaggi. Ecco, Tredici – al netto dei difetti – ha un’anima. Si può dire lo stesso dello show dei Duffer Brothers?

So goddamn cute.

La risposta è complessa, e non può esulare da un controllo qualità. Attenzione: non intendo qui certo smontare la serie in toto, e credo sia giusto e naturale che Stranger Things goda di una certa popolarità. Credo soprattutto che gli showrunner siano stati molto bravi a catturare un certo gusto del vintage di cui il pubblico aveva evidentemente bisogno. Quando però dopo 17 episodi tutti i personaggi rimangono bidimensionali, storia e regia si traducono in saccheggio, la passione per gli anni ’80 in citazionismo, e nonostante ciò si grida al capolavoro, forse è il caso di far sentire anche una voce contraria. Non parlo, naturalmente, solo di chi condivide entusiasta il meme col balletto di Hopper. Su Rotten Tomatoes Stranger Things è al 94% di freschezza certificata, ed ha apprezzato anche la critica specializzata italiana (GamesVillage compreso).

Questa è stata la mia esperienza con lo show Netflix: ho guardato i primi 4 episodi di Stranger Things appena sono usciti un anno e mezzo fa, ho giudicato la serie mediocre e mi sono annoiato terribilmente: ho interrotto la visione senza troppi problemi. Uscita la seconda stagione, si è consolidata come virale fenomeno di massa, e ho deciso di dare a ST un’altra possibilità. E ho scoperto che, in quelle 4 puntate, Stranger Things mi aveva già detto tutto.

Un’anteprima del prossimo reboot di Ghostbusters.

Parliamoci chiaro, è un teen drama. In termini di crudo minutaggio, il sovrannaturale è una componente molto ridotta rispetto a quella delle turbe adolescenziali. Non ci sarebbe nulla di male nel genere televisivo in sé, sia chiaro, non fosse per un paio di questioni. La prima è che i personaggi non subiscono alcuna evoluzione. Peggio: per dare una parvenza di profondità ai personaggi, gli autori non trovano di meglio da fare che mortificarli. Winona Ryder, che pure è una brava attrice, ad esempio è stata due stagioni a fare sempre la stessa espressione. Per conferire un’aria più tormentata allo sceriffo Hopper, invece, lo trasformano nella seconda in un despota, che chiude la povera Eleven in una casa nel bosco, a passare un anno in quasi completa solitudine, con solo la televisione a farle compagnia e come unico libro un vocabolario! Hopper, comprale dei fumetti, cristo! Il mio personaggio preferito, il Bob Newby del magnifico Sean Astin, viene continuamente sfruttato dagli altri, e naturalmente doveva essere fatto fuori per le ragioni che ci conducono direttamente alla seconda questione.

Cosa sottende le dinamiche del genere cui appartiene Stranger Things (che, sottolineo, non è il fantasy né lo sci-fi, ma il young adult)? Naturalmente, l’amore e le sue declinazioni. Nella prima stagione della serie ci sono tre amori potenziali, uno per fascia d’età: Mike e Jane, Nancy e Jonathan, Joyce e Hopper. Tutto il gioco della sceneggiatura sta nel dividerli, ed è una noia mortale! Sia perché è tutto già stato visto dai tempi Beverly Hills, sia perché gli espedienti sono molto spesso dialoghi schizofrenici, che neanche un bambino di dieci anni. Porto un esempio concreto, dal quinto episodio, prima stagione, fra Nancy e Jonathan.

N: Faccio finta di non sapere che sei innamorato di me e che hai perso il fratellino, e ti dico: il mio fidanzato Steve non è così male.
J: Dici quello che assieme ai suoi amici fighetti mi ha appena fracassato la fotocamera?
N: E niente, avevo ragione, sei proprio il sociopatico che dicono.

Poi ovviamente ci si ricorda solo della simpaticissima uscita di Nancy sul “monster hunting”, ma la ragazza si dimostra in più momenti di una crudeltà spiazzante. Nessuno, in quel di Hawkins, sa mai qual è la cosa giusta da dire. A meno che non ci sia la musica romantica in sottofondo.

Trova il personaggio inutile.

Un altro fattore che mi ha spiazzato di Stranger Things è la sua prevedibilità, che sembra essere addirittura sistematicamente perseguita dai Duffer. Non c’è mai un colpo di scena: tutto è sempre dannatamente prevedibile (ok, a parte il famoso S02E07, quello non se l’aspettava nessuno). E non mi riferisco solo alla trama e ai dialoghi. Anche le scelte registiche e creative sono sempre le più scontate. Il Sottosopra non è un’idea particolarmente originale, ma comunque potevano farne di tutti i colori (perchè, ad esempio, i cabinati della sala giochi Upside-Down devono essere spenti? Sarebbe stato bello vedere la versione sottosopra dei videogiochi anni ’80. Così, per dire!). E invece i Duffer non fanno altro che attivare lo spara-spore, tingere il cielo di rosso, coprire le pareti di una sostanza appiccicosa e riempirlo di demo-cosi (che però compaiono solo all’occorrenza).

Mi correggo. Matt e Ross Duffer hanno palesemente, deliberatamente creato uno show il più prevedibile possibile. E l’hanno combinato con la nostalgia anni ’80. Perciò non è che siete al quinto rewatch di Stranger Things perché vi piace, ma perché avete un gran bisogno di stare nella vostra comfort-zone. E vi capisco anche.





  • thefailer

    credo che il discorso si inserisca perfettamente nelt rend del momento che sono le serie tv, dove se 2 persone dicono che una serie tv è bella allora deve essere bella per forza. a me non piace game of thrones… ho provato a guardarla, alla terza puntata non ce l’ho fatta a continuare per la noia, però poi mi sento dire “eh, ma dalla quarta stagione diventa bellissima”. ma per quale motivo dovrei sorbirmi 3 stagioni di mortorio? credo di essere andato fuori tema, ma vabbè… fatto sat che se poi esprimi un parere negativo verso una diqueste serie (che sia game of thrones, stranger thing, breaking bad o un’altra) poi ti fanno passare per deficiente… -.-

    • Mario

      Quella è tifoseria, non te ne curare. Deficiente è solo chi non capisce che i gusti son gusti e non c’è nulla di universalmente bello (a meno che non si sta parlando di ARTE, ma anche lì il discorso è complesso). Figuriamoci una qualsiasi serie TV.
      P.S. GoT alla quarta al massimo arriva alla sufficienza. Più che altro dipende dalle ragioni per cui lo si guarda…