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The Void – Recensione

di 05/12/2017
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Sarei stata ingiusta con The Void, l’horror scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, se non avessi saputo nulla sui due giovani canadesi. Scopro che Gillespie e Kostanski sono membri del collettivo Astron 6, il quale – fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks – ci regala presto pellicole come Erection Der Zombie (2007), Insanophenia (2007) e The ABCs of Death (che è un’antologia di 26 cortometraggi provenienti da 26 diversi Paesi del mondo!). Titoli che – per chi non li conoscesse ancora (li recuperi!) – suggeriscono immediatamente uno humor psicopatico e una tendenza gore; che se poi ci metti la musica giusta non ha davvero più bisogno di raccontare nulla.

Così se dopo venti minuti di film ci sono già sangue, mostri, accette, una cosa tipo KKK, vecchi, poliziotti, madri, tossici, infermiera irriverente, drammi incipienti e una piccola tv ospedaliera che proietta “La notte dei morti viventi” penso di essere davanti al capolavoro. Sono lì, pronta e gasata a chiamare tutti i miei amici e confermare loro che è vero, che questo è l’anno dell’horror. Ma la verità è che proprio quest’anno Gillespie e Kostanski hanno deciso di non seguire l’attitudine gore cui sono abituati e che pure la pellicola evidentemente esige, abbandonano i toni parodistici e lo stile urlato: il risultato è un’atmosfera cupa, decisamente doom, ma in definitiva soffocata e snervante.

La storia comincia in medias res e si mette insieme a poco a poco con elementi sparsi: due tipi – che però non sembrano i cattivi – hanno ucciso qualcuno, un altro è scappato. Questo viene trovato in pessime condizioni e portato in ospedale da un poliziotto, il protagonista, che è anche l’ex marito di un medico con la quale non è riuscito ad avere un figlio (causa, evidentemente, della loro rottura). In sala d’attesa c’è una giovane donna che porta avanti una complicata gravidanza. Insomma: gli interni della storia sono dominati dalla maternità (interrotta o complessa). Fuori, invece: un gruppo di uomini incappucciati in stile KKK e che portano sull’abito bianco un simbolo triangolare si avvicinano ai malcapitati con un coltello in mano, dopodiché è come se questo fosse segnato, da quel momento è contagioso. Ma non si capisce cosa si contagi e che cosa abbia a che fare tutto questo con i mostri che si manifestano nell’ospedale, con l’infermiera che in stato di trance uccide un paziente, con il padre del protagonista e con la sua tragedia interiore (se ce n’è una, che è solo accennata all’inizio del film) e con l’infermiera alle sue prime armi (interpretata da Ellen Wong, forse l’unico personaggio azzeccato). Si giunge ai sotterranei dell’ospedale, della psiche e della natura. Questo sarà il senso generale, suppongo, ma lo si capisce come in un quadrato con due gambe e due braccia nel disegno di un bambino si riconosce un essere umano: come il bambino, nelle nuovi vesti di pittore, si ispira alla sua realtà, Gillespie e Kostanski, nelle nuovi vesti seriose, pensano al loro cinema, specialmente quello horror anni Ottanta e fanno vere e proprie citazioni, ma entrambi senza averli ancora veramente metabolizzati e quindi rielaborati.

Piccole citazioni.

Certo è che The Void è stato prodotto da più risorse, alcune conosciute come la JoBro Production & Film Finance ( The Calling, Extraterrestrial, He Never Died, The Witch) e altre “fantasma” come la Cave Painting Pictures e che gli effetti speciali (quelli del sapiente Kostanski) sono stati possibili grazie alla raccolta fondi su Indiegogo. Su questo versante il film risulta apprezzabile: dimostra che quello dei due giovani registi è l’entusiasmo di chi conosce la materia, ma la vuole provare su tutti i suoi aspetti. Sicché, se nelle cose di cui si sono sempre occupati e in cui sono preparati (tipo gli effetti speciali e le tecniche horror) sono euforici, il piano serio della sceneggiatura richiede ulteriori sforzi, forse persino ulteriori scrittori.

 

Mi auguro che The Void abbia comunque risonanza, se non altro perché le idee si vedono (e ne stimola delle altre), gli effetti ci sono e il film, nelle consuete vesti gore, sarebbe stato certamente un capolavoro. Inoltre, crediamo che il cinema (e tutta l’arte) sia sperimentazione, non solo masterpieces e quando questa non riuscirà, quel coraggio diventerà maggiore consapevolezza.
Ma a questo giro è un 6.4, con fiducia.

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