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Need for Speed: Hot Pursuit La Recensione

by on 09/11/2010
 
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Ecco cosa succede quando Burnout viene “shakerato” con una serie storica come Need for Speed e con un po’ di sano retrogaming. [Review]

Quella di Need for Speed è una serie storica che, a detta dei più integralisti, ha vissuto il suo punto più alto con i due Hot Pursuit, laddove il cuore pulsante di tutta l’esperienza era marcato dagli splendidi inseguimenti con la polizia. L’eretica contaminazione avvenuta nel 2003 in Need for Speed: Underground (sulla scia del successo del film The Fast and the Furious) ha portato da un lato una notevole celebrità e successo di vendite, ma dall’altra ha minato profondamente le fondamenta su cui si reggeva storicamente il gameplay.

Il Need for Speed: Hot Pursuit firmato da Criterion segna un ritorno clamoroso ai fasti del passato, pur introducendo tutta una serie di novità che rendono il titolo qualcosa di “nuovo”, e non un surrogato dei tempi che furono (che comunque, pensandoci bene, non sarebbe stato un pessimo affare a prescindere).
Dentro a questo nuovo gioco di corse c’è tanto, tanto Burnout: è quindi inevitabile che tutti coloro che hanno amato i lavori precedenti del team britannico si trovino a casa fin dalle primissime battute. Ma c’è anche tanto Hot Pursuit, con l’amore per le macchine che sembrano missili, indipendentemente che siano addobbate con le livree della polizia della contea di Seacrest, o che mostrino orgogliose i ritocchi estetici degli impavidi proprietari a cui stanno strette le regole della strada.
A voler ben vedere, ciò che rientra con prepotenza in corsa è la sensazione della “caccia”; del gatto e del topo che si alternano in una danza infinita fatta di asfalto, gomme bruciate e strisce chiodate. Che si decida di intraprendere la campagna dei buoni poliziotti o dei cattivi fuggitivi, c’è sempre un motivo per sentire nei polpastrelli la scarica adrenalinica che solo gli inseguimenti automobilistici più serrati sono in grado di regalare.

È in quest’ottica che deve essere valutata la possibilità offerta da Hot Pursuit di correre quasi liberamente su centinaia di chilometri di contea, dove ogni svincolo mal interpretato può segnare il passo tra la migliore delle vittorie e la più bruciante delle sconfitte. Siamo lontani dalla costipata e concentrata Paradise City, e per certi versi… meno male! Se da un lato questo limita il girovagare fine a se stesso alla ricerca di cancelli o cartelloni pubblicitari da sfondare senza ritegno, dall’altra consente di vivere sul “chi va là” ogni evento che condisce la campagna single player, visto che l’atteggiamento dell’intelligenza artificiale è ben lungi dall’essere forzato entro rigidi binari comportamentali e sfrutta – invero – ogni possibilità offerta dalla topografia stradale.

Ma, come spesso accade ultimamente, è nel multiplayer che il titolo di Criterion trova la sua massima consacrazione. Il sistema Autolog non è altro che una sorta di social network in cui tutti i giocatori (e gli amici) possono condividere ogni sorta di esperienza, nonché lottare sul filo del centesimo di secondo in ogni evento disponibile. È un po’ quello che Bizarre Creations ha abbozzato in Blur, ma che in Hot Pursuit trova quella concretezza che è mancata al titolo di Activision. E poi ci sono le gare online vere e proprie, dove ci si ritrova continuamente a urlare di gioia o di sconforto davanti alla televisione, indipendentemente dal fatto di essere in squadra con le prede o con i predatori.

Dal punto di vista tecnico, Hot Pursuit ha il pregio di poggiare le basi sull’esperienza decennale di Criterion. A nostro avviso, non esiste al mondo nessuno sviluppatore più bravo a regalare al giocatore il senso di velocità che un arcade frenetico e adrenalinico deve avere nel proprio codice generico per risultare credibile. La serie Burnout è lì a dimostrarlo, e non per niente quest’ultimo capitolo di Need for Speed attinge a piene mani dal quel calderone di competenza. I colori, la resa delle vetture e – in generale – i numerosi tocchi di classe di cui la produzione pullula non possono non riportare alla mente le notti passate a collezionare Takedown come se piovesse.
A voler ben vedere, il richiamo più evidente sta proprio nella capacità di spezzare di tanto in tanto la frenesia dell’azione con qualche secondo di cinematografico fiato: gli eventi più spettacolari, difatti, sono esaltati da brevi ma intensi momenti di “rallenty” in cui si gode degli effetti di una manovra ben riuscita, piuttosto che di uno schianto pregno d’amarezza. Sono attimi in cui il possesso del gioco si perde: tuttavia, se non ci fossero queste divagazioni mancherebbe parte di quel sale che ha reso Burnout una serie saporita e di successo.

Comunque la vogliate vedere, bentornato Hot Pursuit: c’eri mancato… tanto!

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