Videogiochi
2Commenti

Brink – Recensione

by on 10/05/2011
 
NON PERDERTI NIENTE! SEGUI GAMESVILLAGE.IT
Altre informazioni su: 
Questo articolo è riferito a: 

Bethesda sfida Valve e Team Fortress 2.

E finalmente giunse l’ora di Brink, uno dei titoli che più abbiamo seguito e atteso qui in redazione da un paio d’anni a questa parte. Fin dalla prima volta che lo abbiamo adocchiato, difatti, il titolo di Bethesda/Splash Damage ci ha ammaliati col suo stile grafico particolare e con la sua struttura a metà tra single e multiplayer che sembrava strizzare più di un occhio a Team Fortress 2. Adesso che ce lo siamo spolpato ben bene, possiamo sollevarvi da ogni dubbio: Brink trae chiarissima ispirazione dal titolo di Valve, ma riesce a esprimere un carisma tutto suo, in grado di catturare le attenzioni di tutti i videogiocatori che siano dotati di una connessione alla Grande Rete e abbiano voglia di mettersi alla prova con il resto del mondo ludico.

AL DI LÀ DEL BENE E DEL MALE
In questa sede è inutile che vi raccontiamo cosa sia Brink. Un po’ perché ne abbiamo scritto parecchio in precedenza, e un po’ perché la scorsa settimana Bethesda ha pubblicato un certo numero di splendidi filmati che spiegano nel dettaglio buona parte delle dinamiche del gioco. A ogni modo, se ve li siete persi vi consigliamo di rimediare prontamente prima di proseguire nella lettura, cliccando qui, qui, qui, qui e qui. Fatto? Bene… possiamo andare avanti.
In principio, subito dopo aver creato un nuovo personaggio, viene chiesto al giocatore da che parte stare: meglio salvare Arc, vestendo i panni di un soldato delle forze speciali di difesa, o unirsi ai ribelli che combattono per la causa dei disgraziati che vivono ai margini e che vorrebbero fuggire alla ricerca di altre terre emerse? Qualunque sia la vostra scelta, Brink vi mette a disposizione due campagne, che possono essere affrontate in modo incrociato vestendo i panni dell’una o dell’altra fazione. Ogni singola missione, difatti, ha obiettivi opposti che devono essere portati a termine, a prescindere dal vessillo che porterete con orgoglio sul terreno di battaglia: è quindi possibile completare entrambe le campagne vestendo sempre la stessa maglia. Questo strano approccio, unito al fatto che i due plot narrativi non brillano certo per pathos o colpi di scena clamorosi, dovrebbe già darvi l’idea di come Brink sia un titolo fortemente votato a essere goduto per quello che può offrire, ovvero un sacco di azione co-op a squadre, meglio se vissuta in multiplayer con un gruppo nutrito di amici.

UN GIOCO DI… CLASSE
Come detto, ogni missione prevede degli obiettivi primari che devono essere portati a termine con successo, pena il mesto fallimento e la necessaria ripetizione della partita. Ognuna delle due squadre è sempre composta da otto giocatori, che sono impersonati da bot nel caso si giochi offline, così come da altri giocatori in presenza di una connessione attiva a Xbox Live o a PlayStation Network (uhm…). L’ottenimento degli obiettivi secondari è quasi sempre propedeutico a facilitare il raggiungimento di quelli principali: in entrambi i casi, il gioco coordinato è comunque la chiave di volta per avere qualche probabilità di successo. Il primo passo verso la vittoria deve necessariamente passare attraverso un’equa distribuzione dei compiti. Ciascuna delle quattro classi deve dare il suo pezzetto di contributo, mettendo a disposizione degli altri le proprie peculiari abilità. Da questo punto di vista traspare in modo evidente il lungo lavoro svolto da Splash Damage nel bilanciare al meglio le cose: non solo non esiste una classe apparentemente superiore alle altre, ma spesso occorre una certa duttilità nel modificare al volo la propria (attraverso gli Avamposti che avete visto nei video di cui sopra) per coprire evidenti deficienze dei compagni o – semplicemente – per tentare l’ultimo jolly nelle situazioni più disparate.

Allo stesso modo, i perk passivi o le abilità attive che possono aiutare i compagni nei momenti difficili si possono sbloccare poco alla volta, salendo di livello dopo aver accumulato un congruo numero di punti esperienza. La crescita dei nostri personaggi dipende quindi in modo diretto dalle nostre scelte, e ci permette di creare sia alter ego “full class”, sia qualsiasi tipo di ibrido. Ugualmente, la corporatura può essere personalizzata secondo tre status (Imponente, Media e Agile) che vanno a incidere sulla capacità di resistenza ai colpi, sul tipo di equipaggiamento e sulla possibilità di muoversi più o meno velocemente sul terreno di scontro. Anche le armi, chiaramente, possono essere modificate all’occorrenza con tutta una serie di gadget, ma solo dopo aver completato una serie di sfide esterne alle due campagne principali.
Insomma… come avrete capito da soli, la parola d’ordine in Brink è “personalizzazione”. Che, fortunatamente, in questo specifico caso, riesce a fare anche una rima forzata con “equilibrio”. Chapeau!

GET S.M.A.R.T.!
Una delle feature più interessanti di Brink è sicuramente il sistema denominato S.M.A.R.T., che consente di muoversi velocemente tra gli scenari e compiere le azioni principali semplicemente tenendo premuto uno dei tasti dorsali del joypad. In questo modo, a seconda anche della corporatura del personaggio, è possibile saltare, chinarsi e compiere combinazioni di movimenti in stile parkour in modo del tutto automatico. Certamente, nessuno vi vieta di fare tutto a mano, ma si tratta di una comodità in più, che peraltro funziona più che bene (salvo alcuni strani casi in cui il personaggio sembra teletrasportarsi) e che permette di concentrarsi maggiormente su altri aspetti, come la presenza di nemici nei paraggi o il supporto al resto della truppa. Se proprio si deve muovere una critica al sistema di controllo, questa riguarda l’impossibilità di poter fruire di più di tre abilità per ogni partita, visto che devono essere assegnate al pad digitale la cui direzione “su” è a uso e consumo della ruota degli obiettivi di missione. Qualcuno potrebbe vedere in questa limitazione un’ulteriore spinta al tatticismo (e, in effetti, non dubitiamo che possa essere stata proprio una
delle intenzioni degli sviluppatori), ma di certo avremmo preferito poter cambiare al volo le abilità almeno inpresenza di un Avamposto, anziché sostituire semplicemente la classe di appartenenza.

INTELLIGENZA PASTELLATA
Come detto, Brink è un titolo che fa della componente cooperativa in multiplayer la propria ragion d’essere, a prescindere che si voglia affrontare una delle due campagne o una semplice partita libera. Giacché, però, esiste anche un’intelligenza artificiale che gestisce all’occorrenza la presenza di bot nei livelli, serve che se ne parli. Sotto questo profilo Brink soffre di alti e bassi, visto che ogni tanto ci si trova a sperare che qualche compagno venga in nostro supporto, anziché decidere autonomamente e impunemente di andare all’assalto di qualche Avamposto (sempre utile da avere sotto la propria bandiera, per carità) mentre la situazione sta per volgere al peggio. Ugualmente, i nemici gestiti dalla CPU hanno la buona idea di muoversi in gruppo, ma talvolta cercano la via più complicata per risolvere una situazione apparentemente semplice.

A ogni modo, sia che giochiate con i bot, sia che lo facciate in compagnia di altri miliziani in carne e ossa, vi troverete immersi in scenari dalla topografia davvero ben disegnata, e che consente sempre più di un approccio a un problema. Le mappe, insomma, sono belle e invogliano al tatticismo e alla sperimentazione: in un gioco come Brink, se questa non è la testata d’angolo che tiene in piedi tutto il gameplay, poco ci manca. Più che altro, già dopo poche partite ci si accorge di come la squadra che deve difendere un obiettivo sia un tantino più favorita dalle condizioni logistiche rispetto a quella che attacca: si tratta forse dell’unico segnale di squilibrio di un titolo che fa del bilanciamento la propria rete di sostegno. Comunque sia, la difficoltà non sfocia mai nella frustrazione eccessiva, anche se nella nostra prova il pad – qualche volta – ha comunque rischiato di finire dritto nel televisore.

A proposito di TV, dal punto di vista grafico Brink su console sembra soffrire di una strana sindrome da “fighetta”. Fatto girare su un Kuro di casa Pioneer o su un Panasonic V20 l’id Tech 4 si comporta in modo più che decoroso, pur non facendo gridare al miracolo in nessun caso. Invece, su schermi più “plebei” (come un KDL-32BX400 di Sony o un Serie 4 di Samsung) l’immagine a schermo mostra uno strano effetto sfocatura, che tende in modo eccessivo al pastello, soprattutto nella versione PS3. Siete quindi avvisati: in assenza di un TV/Monitor con gli attributi sotto, il comparto grafico di Brink potrebbe farvi storcere un po’ il naso. Per quanto riguarda la versione PC, visto che sarà messa a disposizione della stampa solo domani, rimandiamo il giudizio di qualche giorno, quando pubblicheremo una seconda recensione che porrà l’accento proprio sul comparto tecnico.
Un’ultima nota sulla localizzazione in lingua italiana: a fronte di testi tutto sommato tradotti in modo decoroso (seppur con qualche strafalcione qua e là), il doppiaggio è un vero strazio per le orecchie… non siamo al pari di Half-Life 2 o Clive Barker’s Jericho, ma quasi. Peccatissimo!

Condividi questo articolo con i tuoi amici

Commenti
 
Inserisci Commento »

 


Devi Effettuare il Log in Per pubblicare un commento