Videogiochi
0commenti

The Syndicate Reboot – File #1: L'alba della Corporazione

di il 06/02/2012
 
NON PERDERTI NIENTE! SEGUI GAMESVILLAGE.IT
Altre informazioni su: 
Questo articolo è riferito a: 

Tutte le ragioni per cui è lecito parlare di lesa maestà, e tutti i motivi per cui non è giusto farlo.

Già me la vedo, la situazione di una famiglia moderna in cui all’improvviso compare il nuovo Syndicate sullo scaffale dei videogame. Il figlio teenager (ormai questa definizione sa di vintage anni ’80, abbiate pazienza) è già lì che gioca in salotto, senza pensarci un nanosecondo in più, mentre il padre mugugna sul PC con il tono del saggio pellirossa.
“Adesso non puoi nemmeno immaginare quale sia stato lo spirito del gioco. Te lo godi perché non hai idea di quello che era, di come Syndicate ci faceva ragionare e divertire in un sol colpo. Vieni qua che ti faccio provare la versione originale appena scaricata da Good Old Games, così capisci”. Il vecchio indiano esce da Deus Ex Human Revolution e carica una schermata che sembra provenire – anzi proviene – dal 1993.
“Papà, ti prego, nemmeno la capisco quella roba lì. Vuoi la strategia? Giocati Frozen Synapse così l’apprezzo anch’io, questo è solo uno sparatutto che mi rilassa per il compito in classe”. E giù di Persuadertron sugli agenti nemici.

La scena descritta rappresenta senz’altro alcuni umori, intorno all’uscita del nuovo Syndicate, anche se non riesce a cogliere le sfumature sullo sfondo. Un vero appassionato di videogiochi, qualunque sia la generazione di riferimento, sa bene quanto il panorama attuale sia prodigo di offerte, in termini di proposte fresche e riletture non ufficiali dei mostri sacri, grazie al contributo di una scena indie che sta percorrendo, su piattaforme di ogni dimensione, le strade trascurate dalle major. Argomenti critici radicali hanno dunque la loro ragione d’essere di fronte a un gioco come Syndicate, nel momento in cui un pezzo di storia viene reinterpretato nel profondo e senza tanti complimenti, direttamente nel cuore della sua offerta ludica. Questa serie di speciali è a disposizione di tutti, però, senza alcun preconcetto su questa o l’altra posizione: non bisogna dimenticare il leggendario videogame strategico che sta a monte, concepito dalla britannica Bullfrog Productions al massimo del suo splendore, ma nemmeno la bravura di una delle migliori software house oggi sulla piazza in fatto di first person shooter (ecco i nostri hands-on in singolo e in co-op, in caso ve li foste persi). Se il destino di Syndicate doveva essere questo, in un reboot nel genere videoludico più diffuso al mondo, almeno il processo si sta compiendo nel migliore dei modi.

Quattro agenti, una sola missione da portare a termine a ogni costo. Niente etica, niente esitazioni.

Per prima cosa, a uso e consumo della componente “ggiovane” della famiglia di cui sopra, mi sento di rievocare i contenuti dei titoli anni ‘90, ponendo l’accento sulle sensazioni evocate da Syndicate poco meno di vent’anni fa. In particolare, nella prossima puntata mi occuperò in profondità degli aspetti narrativi intorno alla saga, ispirati alla migliore fantascienza post-moderna, mentre ciò che voglio mettere qui in evidenza riguarda l’apertura “etica” del background, perfettamente specchiata nella possibilità del gameplay. Mettendoci a capo di una corporazione ambiziosa e senza scrupoli, equiparabile a un governo retto da fini privati e monopolistici, l’originale Syndicate permetteva di esplorare qualsiasi possibilità pur di arrivare all’obiettivo, fra omicidi, rapimenti, stermini di massa e metodi un poco meno violenti, almeno nei confronti della popolazione civile. In particolare, le skill dei nostri 4 operativi contemplavano aspetti molto vicini alle feature che sarebbero state, di lì a qualche anno, al centro di System Shock e Deus EX: innesti cibernetici (Cryo Mods, in questo caso) per cervello, occhi, tronco e arti. Peraltro, ciascuno di essi dotato di diversi livelli di potenziamento, capaci di garantire al giocatore qualsiasi strada, dalle brutali avanzate alle raffinatezze dello stealth, per sgattaiolare fino all’obiettivo senza spargimento di sangue o – al contrario – per abbattere qualsiasi ostacolo sulla strada, innocenti compresi. Il tutto nel contesto di un gioco brutale e sintetico negli aspetti visivi, anche per l’epoca, capace però di spargere opportunità a profusione sotto il profilo del gameplay, con lunghi briefing per la personalizzazione degli agenti e logiche RTS altrettanto sfaccettate per le missioni sul campo. È il cyberpunk dalla cabina di comando dei cattivi: un potere freddo e paradossalmente inumano, che non guarda ai dettagli di volti o scenari, semplicemente perché non gli interessano.

È naturale che per un giocatore del 1993 e degli anni appena successivi, quando sono usciti l’espansione (Syndicate: American Revolt) e il seguito ufficiale (Syndicate Wars, 1996), l’idea di esplorare un simile universo da un’altra prospettiva fosse in cima alla lista dei desideri, così da vivere le strade del cyperpunk con uno sguardo più ravvicinato. Proprio questa pulsione è al centro di un action-RPG come Deus EX, che in qualche modo conserva le possibilità tecnologiche e l’impostazione distopica del mondo di Syndacate. Al di là dell’ottimo terzo capitolo, il gioco di Ion Storm è stato rievocato di recente da un altro GdR in prima persona, l’indy-game E.Y.E. Divine Cybermancy, che ha avuto l’intelligenza di citare apertamente anche Syndicate, ad esempio nelle linee di ricerca per i potenziamenti e nell’estetica di alcune interfacce. Naturalmente, però, è lecito sfruttare scenari simili anche in FPS “upgrade-based”, come accade oggi con il nuovo Syndicate e com’è accaduto diversi anni fa con Project Snowblind, sparatutto di discreto successo sulle console di scorsa generazione.

È un altro nobile marchio, però, a ricordarci i rischi peggiori di un reboot, in un contesto non troppo lontano da quello di Syndicate: la reinterpretazione sparatutto di Shadowrun, già gloriosa serie di RPG cartacei (con qualche valido videogame in attivo, sempre negli anni ’90), mi tormenta ancora la notte con incubi terribili, in cui vedo le sognate miniature che, invece di seguire una qualsiasi inclinazione di ruolo, se ne vanno in giro per le mappe seguendo le meccaniche multiplayer-competitive più scontate al mondo. Il bello è che all’uscita del gioco nel 2007, per ingolosire i giocatori si è puntato sul cross platform tra PC e Xbox 360, invece che sul fascino di un brand cyberpunk ancora
oggi in attesa di riscoperta. Nel caso di Syndicate, per fortuna, abbiamo a che fare con gli sviluppatori dei capitoli videoludici di The Chronicle of Riddick e del primo The Darkness, gente che ormai ha il genere FPS nel sangue e ha già dimostrato di saperci fare, con la reinterpretazione di un background nato altrove. E pare non abbia sbagliato nemmeno stavolta, con un FPS cyberpunk ben articolato e debitamente “cattivo”, che evoca l’antenato ma non pretende di avere la stessa importanza nella storia dei videogiochi: questo, però, ve lo racconterò nella prossima puntata…