
New Orleans, inizio dello scorso secolo. Un giovane trombettista cerca di sfondare nel mondo della musica jazz. Il talento c'è, la forza di volontà pure: servirebbe un po' di buona sorte, che tuttavia non casca quasi mai in testa a chi resta seduto sul divano ad aspettare, a meno di non chiamarsi Gastone Paperone, ovviamente. Ecco quindi il nostro eroe Trump, nemmeno tanto velatamente ispirato a Louis Armstrong (se non sapete chi sia, che la peste vi colga!), partire per un'avventura alla ricerca di fama, note ispirate e una band con cui suonare, lungo un platform fortemente ancorato agli stilemi del genere e altrettanto caratterizzato dall'immaginario popolare che abbiamo della musica jazz e di tutto quello che New Orleans ha da offrire in questo ambito.
La prima cosa che colpisce di Jazz: Trump's Journey è la capacità di profondere puro stile jazz, in salsa cartoon. Un po' Braid e un po' La Principessa e il Ranocchio (il lungometraggio Disney, s'intende), Jazz fa subito di tutto per farsi apprezzare dal punto di vista visivo. Ci si aspetterebbe che altrettanto faccia il titolo di Bulkypix dal punto di vista dell'audio, considerando le premesse sulle quali si basa e l'importanza che ha il tema musicale a livello di game design. Purtroppo - e, aggiungo, anche abbastanza clamorosamente - è questo uno dei punti in cui il gioco inciampa, visto che in nessun modo vengono esplorate le diverse declinazioni della musica jazz, reiterando invece all'infinito un passaggio musicale piacevole solo per i primi dieci minuti, e stucchevole lungo tutto il resto dell'avventura.
Un vero peccato, visto che il nostro alter ego digitale impara presto a utilizzare la tromba per fermare il tempo, così che molti elementi mobili del fondale si fermino e consentano la copertura del livello secondo una strada prefissata e sempre ben identificabile. Utilizzando sempre questo concetto come postulato per ogni piccolo puzzle, Trump avrà a che fare con casse mobili da usare per mantenere premuti pulsanti attivatori o per raggiungere piattaforme più elevate, così come corde con cui dondolarsi e altri elementi tipici del genere platform.
Da questo punto di vista, Jazz alterna buoni momenti, in cui occorre fermarsi mezzo secondo a ragionare sul da farsi e applicare poi semplici regole di logica, ad altri dove la frustrazione prende il sopravvento, più che altro a causa di un level design non troppo ispirato e che costringe talvolta a manovre “al pixel” per appendersi a una corda apparentemente troppo corta, o per raggiungere in tempo una piattaforma mobile immune alle capacità temporali della nostra tromba. Il contributo alla frustrazione lo forniscono una telecamera non sempre precisa nel mostrare le opportunità offerte dai livelli (saltare alla cieca, supponendo la presenza di una piattaforma sottostante, non è mai buona cosa), e un sistema di controllo non proprio comodo, più che altro perché i tasti di salita e discesa da scale e corde non sono posizionati “a croce” con quelli del movimento dx/sx, il che rende certi passaggi un po' farraginosi da completare.
In fin dei conti, Jazz è un titolo con alcune luci, ma altrettante ombre. Di certo ha dalla sua una pulizia stilistica notevole e l'affascinante scenario della New Orleans di inizio XX secolo, cose che contribuiscono non poco a immergere il giocatore e ad avvolgerlo col giusto gusto. Di contro, le dinamiche da platform sono abbastanza banalotte (anche se alcuni spunti interessanti ci sono, di tanto in tanto), il sistema di controllo non è precisissimo e la telecamera fa le bizze. Volendo, tra gli aspetti positivi ci sarebbe da considerare tutta una serie di collezionabili più o meno nascosti da raccogliere in giro, ma che in realtà funge più da contorno che da contributo diretto al piatto principale. A concludere, devo segnalarvi come Jazz sia uno dei titoli peggio localizzati che mi sia mai capitato d'incontrare: il contributo del traduttore di Google è evidente e spezza l'incanto di una storia che, nel suo piccolo, avrebbe meritato ben altra narrazione.



















Commento della redazione
Ci siamo e non ci siamo. Bene l'idea di ambientare un platform nel cuore musicale della New Orleans di un secolo fa, di dotare il tutto di uno stile pulito e gradevole e di donare alla tromba del protagonista il potere di fermare a piacimento il tempo. Però i difetti sono troppi e troppo importanti per non inficiare in modo pesante il giudizio finale: la telecamera non precisa, il sistema di controllo nervoso, alcuni passaggi al limite della frustrazione, la localizzazione italiana da facepalm... peccato.