Dear Esther può essere definito in tanti modi. Il più facile è “non gioco”, una sorta di esperimento interattivo nel quale viene raccontata una storia. E in parte è anche esatto: si tratta di un titolo in soggettiva, mosso dal Source Engine di Half-Life 2, nel quale i comandi si limitano al movimento elementare avanti, indietro, destra e sinistra. Non c’è possibilità di saltare o di correre, per quella che secondo me è una scelta di design ben precisa, e su cui tornerò più avanti. Il gioco (chiamiamolo così per semplicità) inizia su un’isola: ci troviamo di fronte a un faro, mentre la voce narrante comincia a raccontare la sua storia. Attorno a noi, vegetazione piuttosto spoglia, un sentiero che conduce alla spiaggia, e in lontananza, sulla cima del punto più alto dell’isola, un radiofaro la cui luce rossa continua incessante a lampeggiare.
Cominciamo a muoverci, a esplorare il faro, entriamo e vediamo muri crepati, ruggine, un sacco di oggetti abbandonati e illuminati da una torcia che si accende automaticamente. Non possiamo interagire con niente, però. Possiamo solo guardare. E più andiamo avanti, più ci inoltriamo lungo il sentiero, più questo limite si fa sentire nella sua pensantezza, e con lui l’impossibilità di saltare, di superare ostacoli che sembrano a portata di piede. E comincia a farsi strada in noi un’altra sensazione: che Dear Esther sia qualcosa di più di un banale demo interattivo, o il tour virtuale di un’isola (reale, dell’arcpelago delle Ebridi, al largo della Scozia) infarcito di qualche frase messa lì tanto per fare.
Quando si raggiunge un luogo specifico possiamo ascoltare un altro frammento della storia, i cui pezzi cominceranno faticosamente a comporsi solo verso la fine. Senza troppi giri di parole, la prima ora di Dear Esther è a dir poco disorientante, e non solo per la sua cripticità o per lo stile volutamente complesso con cui è raccontata, ma perché i frammenti che ascoltiamo sono selezionati in maniera semi-casuale. Nonostante gli straordinari paesaggi e la ricchezza della vegetazione in alcuni luoghi dell’isola, scopriamo ben presto che il cammino è uno solo, ben definito, e da quello non ci si può discostare, se non per qualche breve deviazione. Ci si potrebbe limitare a definirlo un banale limite tecnico, ma è una spiegazione che non mi convince. Troppo facile. Domina di più il senso di ineluttabilità, del dover seguire un sentiero già tracciato, che volenti o nolenti non possiamo evitare. E non è solo semplice curiosità, il voler vedere “come va a finire”. Perché la verità comincia pian piano a emergere, e ci atterrisce. Ci piacerebbe poterci occupare d’altro, ma la nostra missione, il nostro noi stessi, in questo momento, si muove lungo questo sentiero sabbioso, diretto verso il radiofaro. Ogni tentativo di allontanarsi da questo “disegno” conduce inevitabilmente a un vicolo cieco. Impossibile non avvertire questa sensazione, mentre si tenta di esplorare l’isola al di fuori del cammino così ben delimitato da paletti e filo spinato.
Caverne, candele accese e una misteriosa luna... ecco cosa vi attende in Dear Esther.
Il racconto, la storia non è limitata al testo che compare a video. Tutto, in Dear Esther, è narrazione, tutto è esperienza: gli splendidi paesaggi dell’isola, i rumori dei passi sul terreno, il fruscio degli arbusti mossi dal vento, la struggente colonna sonora suonata da pianoforte e archi, gli strani segni (formule chimiche, elementi di circuiti elettronici) disegnati sulle rocce o sulle pareti di casupole di pastori abbandonate. E ancora, frammenti di frasi prese dalla Bibbia (il “disegno”?), relitti di navi adagiati mollemente in un’insenatura, grotte illuminate da una sinistra luce azzurra, pozzi senza fondo, rocce erose dal vento e disposte in maniera apparentemente priva di senso. Avanzando con il lento incedere che ci è concesso, che ci obbliga (per fortuna) ad assaporare ogni passo, ogni salita, ogni costone di montagna che superiamo, i tasselli cominciano ad andare al loro posto, le frasi che sentiamo raccontare assumono lentamente significato, e nella nostra testa comincia a dipingersi un - possibile - scenario di quel che è successo, di chi è Esther, chi sono Jacobson e Donnelly, e soprattutto chi siamo noi.
Ma sarà la verità? Le cose saranno andate veramente come pensiamo noi? È forse questo uno degli elementi chiave di Dear Esther: l’avventura, il viaggio che compiamo nell’isola, lungo le sue coste e nelle sue profondità, è talmente ricco, talmente costellato di dettagli, di minuscole sfaccettature da richiedere almeno un altro giro per essere compreso meglio. È un viaggio al tempo stesso alto e profondo, che tocca corde delicate. Ci stupisce, ci emoziona, con ogni probabilità ci farà anche piangere, negli strazianti secondi che precedono la fine. Sarà davvero la fine? Per scoprirlo dobbiamo osare, dobbiamo provare a fare quel che razionalmente non vorremmo fare, e lasciarci trasportare dalle emozioni.
Dear Esther dura due ore al massimo, esplorando ogni anfratto, ogni grotta, percorrendo ogni sentiero dell’isola, ma non si conclude con i titoli di coda. Il primo istinto sarà quello di tornare indietro, di ripetere tutto da capo, per cercare conferme di quel che si crede di pensare possa essere successo, e così facendo presteremo maggiore attenzione a tutto quanto, alle frasi che ci vengono ripetute, in ordine diverso, a nuovi dettagli che ci erano sfuggiti e che potrebbero dare un significato completamente diverso alla nostra prima interpretazione, e potremmo persino vedere cose che la prima volta non c’erano proprio. È la sagoma di qualcuno, quella che si vede in lontananza, lungo quel crinale? Perché non l’avevo notata, prima? Dear Esther non è un videogioco: è uno splendido e struggente racconto, le cui pagine diventano più ricche, più piene, più emozionanti a ogni nuova lettura.
Quali segreti nasconderà questo faro? Magari nessuno...
Dear Esther si trova su Steam a 6.99 €, ed è un remake commerciale di un mod gratuito sviluppato da thechineseroom qualche anno fa e “raccolto” da Robert Briscoe, ex di DICE Studios. La grafica è stata convertita per il Source Engine (con risultati davvero eccellenti), il racconto ridoppiato e l’audio ri-masterizzato. Al momento il titolo è disponibile solo in lingua inglese, e anche chi lo conosce bene sappia che lo stile con cui è scritto il testo è tutt’altro che di immediata comprensione. A ogni buon conto, è in fase di svolgimento una traduzione italiana per il solo testo, che verrà pubblicata nelle prossime settimane. Sul sito ufficiale dear-esther.com si trovano, nella sezione download, sia la sceneggiatura che la straordinaria colonna sonora del mod originale, scritta da Jessica Curry. Nei prossimi giorni quella ri-masterizzata verrà messa in vendita sui consueti canali di musica digitale, a partire da iTunes.



















Commento della redazione
Difficile valutare Dear Esther come videogame in senso stretto, principalmente per il fatto che non lo è. Più che un gioco, Dear Esther è un’esperienza, un viaggio delle emozioni davvero unico, e che merita di essere vissuto fino in fondo. Una, due, tre volte. Non è per tutti, questo è bene ribadirlo. Non ci si deve aspettare qualcosa che non è: occorre aver voglia di ascoltare la storia di Esther e di entrare a farne parte. Chi lo farà si accorgerà che un videogioco può anche far piangere.