Mettersi a giocare con la Storia è sempre una pratica pericolosa, a maggior ragione se la Storia è quella dei videogiochi. Sappiamo tutti di far parte di una setta dove gli adepti più vecchi e indefessi sono pronti a scagliarsi contro qualsiasi operazione commerciale che vada a intaccare il proprio humus nostalgico. Starbreeze questo lo sapeva bene quando ha deciso di riesumare il brand Syndicate per farne uno sparatutto. Tutti noi della redazione abbiamo inizialmente gridato all'eresia, salvo poi trovarci di fronte a una software house che ha giocato a carte scoperte, mostrando grande rispetto per gli impulsi nostalgici fin dall'inizio dello sviluppo. D'altronde, il pedigree di Starbreeze non è certo carta igienica, come ci ha raccontato il nostro II-Variety non più tardi dello scorso week-end. Ora è possibile dirlo: Syndicate coglie tanto dall'immaginario della serie, ma fortunatamente non lo ripropone in un surrogato del brand che fu, bensì lo rielabora in chiave moderna, adattandolo al genere degli FPS. Quello che abbiamo di fronte NON è Syndicate in versione sparatutto, ma uno sparatutto ambientato nel mondo di Syndicate. La differenza, solo apparentemente sottile, è invero vitale per comprendere (e accettare) l'attento riguardo che lo sviluppatore ha avuto nei confronti dei capolavori di Bullfrog.
LA CORPORAZIONE SINGOLARE
I venti livelli che compongono l'intera campagna single player si fanno fuori in circa sette o otto ore, prendendosela comoda e guardandosi bene in giro. La struttura di base è quella di uno sparatutto in prima persona abbastanza canonico, alla quale si aggiungono tuttavia alcune variabili, che permettono digressioni tattiche abbastanza profonde da non venire quasi mai a noia. Si spara tanto, passando rapidamente da un'arma all'altra (fino a un massimo di due) e raccogliendo all'occorrenza quelle che i nemici lasciano per strada una volta che sono diventati carne per gli avvoltoi. A farla da padrone è il chip DART 6, che permette al nostro agente di interfacciarsi con un certo numero di congegni elettronici presente negli scenari. Una torretta non può essere distrutta perché uno scudo la protegge? Una rapida violazione dei suoi sistemi di sicurezza e il gioco è fatto. Un ascensore si trova in una posizione che ci impedisce di proseguire lungo la sua tromba? Un piccolo impulso elettrico a distanza, e il risultato è garantito.
Dai su, fai il bravo... suicidati e lascia strada.
Il DART 6 non fa solo questo, ma permette anche di agire nei confronti dei chip "indossati" dai nemici. L'interazione avviene per mezzo di tre Applicazioni, ovvero programmi che possono essere installati mel malcapitato via etere, e che portano a risultati diversi. Il Suicidio costringe il soggetto a togliersi la vita; la Persuasione trasforma un avversario in un alleato, che sparerà ai compagni e si toglierà la vita a lavoro finito; il Contraccolpo, infine, fa esplodere le munizioni in mano al nemico e lo stordisce per qualche secondo, raddoppiando il danno provocato dai nostri proiettili. Queste tre App non possono essere usate a ripetizione e senza ritegno, ma devono essere "ricaricate" facendo cose, ad esempio uccidendo gli agenti avversari o sfruttando il DART in altri modi. Si tratta di una limitazione che, unita a una fervida intelligenza artificiale dei nemici, tiene sempre sopra il minimo sindacale l'asticella della tattica, visto che mettersi a sparare come se non ci fosse un domani e caricare a testa bassa non funziona quasi mai. E anzi, conviene spesso sfruttare l'ultima delle peculiarità del chip DART, ovvero una sorta di bullet time (ricaricabile col tempo), grazie al quale è possibile persino scorgere la posizione dei nemici dietro agli ostacoli solidi. Oltretutto, di tanto in tanto il gioco consente di installare delle migliorie nel chip, ovvero dei perk da selezionare attraverso una struttura a griglia. Siamo ben lontani dalla profondità di personalizzazione di un Deus Ex: Human Revolution a caso, e tuttavia gli effetti, una volta installati gli aggiornamenti, si sentono eccome al momento di farsi strada in mezzo a un nugolo di nemici.
La campagna single player è tutto sommato più che gradevole, e permette di approcciare le situazioni proposte da Starbreeze in modo del tutto personale, anche se alcune "imbeccate" su cosa convenga fare paiono eccessivamente forzate e semplificano troppo la vita al giocatore. Il difetto grosso sta però nello squilibrio tra lo sviluppo delle missioni e gli scontri con i boss, troppo difficili e lunghi da completare se paragonati alla fatica tutt'altro che smisurata spesa per arrivarci.
LA CORPORAZIONE PLURALE
Nonostante un single player più che decoroso, è sul co-op multiplayer di Syndicate che Starbreeze ha deciso di giocarsi il jolly. Qui le cose funzionano molto, molto bene, come ho avuto modo di sperimentare durante alcune sessioni organizzate direttamente dagli sviluppatori. Tanto per cominciare, le Applicazioni a disposizione non sono limitate a tre (come nella campagna), ma sono circa una dozzina. Ognuna di esse ha un uso molto diverso dalle altre, e fanno la comparsa anche dei buff temporanei che possono essere attivati sui nostri compagni di viaggio. Ovviamente, non tutte le App sono disponibili fin da subito, ma devono essere sbloccate completando missioni, nonché migliorate spendendo appositi "gettoni"; questi vengono elargiti non solo quando si termina con successo un incarico per la prima volta, ma anche successivamente, se si ha l'accortezza di alzare il livello di difficoltà. Peraltro, tutte le armi non sono potenziate al massimo, come invece accade nella campagna in singolo, ma partono da una versione "base", che deve essere migliorata poco alla volta, spendendo altri tipi di gettoni nelle relative ricerche tecnologico/scientifiche. Chiaramente, anche i numerosissimi perk attivabili sul chip DART vengono sbloccati progressivamente, mano a mano che si sale di livello.
Ecco l'inizio della mappa co-op Western Europe: il boss finale, ovvero il Colonnello Gabron, è un tipo tosto, soprattutto ai livelli di difficoltà massimi.
Tutti questi aspetti non aggiungono nulla di nuovo nel panorama degli sparatutto moderni; non credo, peraltro, che lo scopo finale di Starbreeze sia quello di portare al genere chissà quale clamorosa ventata di freschezza. Tuttavia, la profondità nella personalizzazione dell'agente consente di costruirsi poco alla volta la classe preferita, insistendo su alcune sfumature piuttosto che su altre, e rendendo unico ogni momento di gioco. La forte necessità di cooperazione è poi un elemento fondamentale su cui viene edificato tutto il piacere ludico del multiplayer. Come ha già avuto modo di dire il buon Fabio Bortolotti in una delle anteprime che abbiamo dedicato a Syndicate, affrontare una missione co-op come se si stesse giocando a DooM è quanto di più sbagliato si possa fare. Le molteplici opportunità concesse dal level design delle mappe - alcune, invero, più ispirate di altre - garantiscono soluzioni alquanto diverse a seconda di come è composto il party (fino a quattro giocatori) e di quali Applicazioni sono già state sbloccate. Non sempre si ha a che fare con pesudo-corridoi. Talvolta ci si parano davanti soluzioni parzialmente aperte, come accade nella missione ambientata in Mozambico: in questi casi avrebbe fatto comodo avere nell'HUD un indicatore della posizione dei compagni, invero presente solo quando uno di questi cade in battaglia e ha bisogno di essere rianimato.
Proprio come avviene nella campagna single player, anche nel caso del co-op molte missioni prevedono l'abbattimento di miniboss, quando non si tratta di veri e propri boss ultra-coriacei. Si tratta di momenti dove la necessità di fare gioco di squadra si eleva all'ennesima potenza, pena il più bieco dei Game Over, col premio finale che saluta brutalmente. Nonostante sia evidente la necessità di sfruttare in modo tattico le diverse abilità di classe, il ritmo è sempre elevato e con pochissimi tempi morti, per lo più utili a rifornirsi di munizioni a ridosso di un checkpoint.
Non è la visuale Detective di uno dei Batman di Rocksteady, ma la Sovraimpressione DART.
LA CORPORAZIONE TECNICA
Ultime, doverose parole sul comparto tecnico. Tanto per cominciare, Syndicate è fluido e non perde quasi mai frame per strada, il che, per uno sparatutto, è cosa buona e giusta. Nonostante la frenesia di alcuni momenti, i comandi via pad si sono rivelati abbastanza comodi da non risultare un intralcio al buon risultato di ogni missione. Ovviamente, la versione PC non solo è più bella a vedersi (seppur non si notino le marcate differenze ammirate in Battlefield 3), ma ha anche il pregio di avere mouse e tastiera come periferiche di controllo, sempre preferibili per un titolo come questo. In generale, indipendentemente dalla piattaforma, la grafica di Syndicate ha il pregio di coinvolgere più per il design e la classe di alcune scelte cromatiche, piuttosto che per il dettaglio delle texture o il numero di poligoni utilizzato. È nota la capacità di Sarbreeze di utilizzare filtri ed effetti in modo magistrale, così da compensare i difetti di aliasing: un'operazione che è quasi sempre riuscita al talentuoso team svedese, se si eccettua la versione PS3 di The Darkness, che era un vero e proprio inno all'amarezza da scaletta. Syndicate non sfugge alla regola, anche se ho riscontrato un uso eccessivo del blur in alcuni passaggi, soprattutto in alcune locazioni chiuse e ricche di neon.
Due ultimissime parole sulla localizzazione in lingua italiana, buona nei testi ma solo decorosa nel doppiaggio: alcune voci funzionano benino, mentre altre stonano col contesto e mancano di vena interpretativa. Peccato.



















Commento della redazione
Bellino in single player e ottimo nella sua incarnazione co-op, Syndicate è uno sparatutto che funziona più che bene e, soprattuto, diverte. I ragazzi di Starbreeze sono riusciti nell'impresa di far sentire al giocatore il profumo dei capitoli storici, ma senza insistere eccessivamente nei toni. Il risultato è uno spin-off totalmente slegato dagli stilemi della serie, ma non per questo da disprezzare. Meglio il multiplayer cooperativo (equilibrato ed estremamente personalizzabile) di una campagna in singolo sì sfiziosa, ma non al livello narrativo di alcuni celebri precedenti griffati Starbreeze, come i due The Chronicles of Riddick o il primo The Darkness.