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The Silver Case – Recensione

di 14/04/2017
 

The Silver Case è un titolo molto particolare: pubblicato originariamente per la prima PlayStation nel 1999, e solo sul mercato giapponese. Fu la prima produzione di Grasshopper Manufacture, casa al tempo appena fondata da un giovane Goichi Suda quando, per sua stessa ammissione in recenti interviste, era ancora “semplicemente Goichi” e non il famoso game designer Suda51. Il regista e neoproduttore desiderava trovare l’energia e l’indipendenza necessarie a proporre al pubblico qualcosa di fresco e inedito, dopo anni di lavoro alla (purtroppo compianta) Human Entertainment su serie già affermate precedentemente come Super Fire Pro Wrestling, o altre che lo hanno tenuto impegnato nello sviluppo di molti seguiti come nel caso di Twilight Syndrome.

L’eredità del lavoro in Human è però preziosa per Goichi, per molti motivi. Prima di tutto, nella sua carriera nella software house ha avuto modo di individuare e affinare il suo peculiare tratto distintivo: la forza delle sue storie e dei suoi personaggi. Scrivere storie appassionanti, piene di personaggi ottimamente caratterizzati, sarà un vero e proprio “manifesto” per Suda e Grasshopper, un riferimento ideologico non tradito in quasi vent’anni. Secondariamente, i lavori precedenti, e in generale il “pregresso”, assumono per Suda un valore specifico nell’alchimia creativa: tutto ciò che è passato è importantissimo, è un punto di partenza fondamentale, ma va poi immediatamente superato: questa propensione trova il suo pieno compimento nel motto “Kill the Past”, vero e proprio filone concettuale che collega molti titoli Grasshopper come appunto The Silver Case, Flower Sun and Rain, Killer 7 e, per certi aspetti, Killer is Dead. Queste produzioni, benché mai strettamente interconnesse tra loro, condividono elementi estetici, qualche personaggio (anche con escamotage quali camuffamenti, identità falsificate o vere e proprie clonazioni…) e soprattutto un tema ricorrente: l’affrontare un passato da dimenticare, un trauma rimosso, un grande cambiamento; qualcuno dovrà fare i conti con i propri fantasmi o con quelli di altri, oppure dovrà trovare la forza di reinventarsi.

KILL THE PAST

The Silver Case è il primo capitolo di questa ipotetica serie catalogabile alla voce “Kill the past”.
Non disponendo di ingenti quantità di denaro per lo sviluppo, e ancor meno di un nutrito personale, Suda optò per realizzare una visual novel, genere che non necessitava di virtuosismi tecnici in termini di programmazione e che al tempo stesso garantiva di esprimere tutta la complessità della sceneggiatura, vera forza del progetto. Con un piccolissimo team venne elaborato quello che è stato presentato come “Film Window”: nell’interfaccia di gioco si aprono e si chiudono continuamente delle finestre, a volte giuntate, a volte sovrapposte, dedicate ai box per il testo, alle illustrazioni di personaggi, scenari o dettagli (con lo splendido design di Takashi Miyamoto), oppure ai comandi per la navigazione negli ambienti 3D, che avviene lungo reticoli predefiniti. L’elemento di esplorazione e movimento nell’ambiente è dunque presente, al contrario di tante altre visual novel, ma queste meccaniche non sono particolarmente rilevanti; ciò che conta è la narrazione, affidata a due tronconi separati chiamati “Transmitter” e “Placebo”. Nel primo, si vestono i panni di una recluta di una task force investigativa; questo personaggio non ha un nome e funge da vero e proprio avatar del giocatore/lettore.

Il “passato da uccidere” è un concetto che tocca tutti gli ordini di grandezza

In “Placebo”, invece, il protagonista è il ben più loquace Tokio Morishima, un giornalista che, nelle sue ricerche commissionate da un misterioso individuo, offrirà un punto di vista molto diverso sulle stesse vicende narrate in “Transmitter”, con grandissime sorprese. I due tronconi sono a loro volta suddivisi in capitoli, ognuno per un caso investigativo diverso; The Silver Case è infatti strutturato in episodi, come una serie tv, ma tutti gli episodi hanno a che fare, in un modo o nell’altro, con una figura ricorrente, quella di Kamui Uehara. Kamui Uehara forse è stato una persona, ma nel tempo ha raggiunto lo status di vera e propria leggenda, o mito. Le indagini sui suoi crimini porteranno alla luce molti misteri che spaziano dalle compromissioni di assetti geo-politici, alla corruzione, ai crimini contro l’umanità, a efferati delitti per toccare infine temi etici di grande rilevanza. Il tutto è inserito in un racconto affascinante fatto anche di reti informatiche in rapida evoluzione, toccando aspetti anche dell’ambito sci-fi e cyberpunk; non manca comunque lo spazio per le piccole storie di umanità, quelle della porta accanto, così come per le dinamiche interpersonali tra gli agenti, perché il cosiddetto “passato da uccidere” è un concetto che tocca tutti gli ordini di grandezza.
La qualità della scrittura, sia dei dialoghi che della sceneggiatura complessiva, è come suggerito più volte il piatto forte (anzi, fortissimo) della produzione.

Goichi Suda ha curato personalmente lo script, coadiuvato da Masahi Ooka (un suo ex-collega in Human Entertainment), al quale ha affidato la stesura dei testi di “Placebo” proprio per le sue riconosciute capacità di creare delle grandi side-story. Imbarcarsi per il viaggio di The Silver Case non è semplice, né per tutti; questo va assolutamente sottolineato. Il ritmo, complice anche il genere di appartenenza, è molto dilatato nella scansione dei suoi tempi; solo chi è in grado di accettare di entrare più nell’attitudine della lettura di un romanzo che in quello del vivere un’esperienza interattiva potrà davvero apprezzarlo. La traduzione, disponibile solo in lingua inglese, è sì di ottimo livello ma propone più di qualche passaggio particolarmente contorto; questo può essere certamente un deterrente per alcuni giocatori. In ultimo, certamente l’opera lascia degli elementi irrisolti o non del tutto rivelati. Chi riuscirà a scendere a qualche compromesso pur di vivere questa esperienza (stiamo pur sempre parlando di un prodotto di nicchia e di quasi vent’anni fa!) potrà però godere di sensazioni uniche, dal gusto complesso, in una mistura tra la caratteristica introspezione giapponese ed elementi che sembrano presi in prestito dal cinema di David Lynch: questo risultato di contaminazioni eccentriche trova ulteriori implicazioni e riproposizioni nell’interessantissimo Flower, Sun and Rain (di fatto quasi un seguito di The Silver Case), e nel ben più famoso Killer 7.

L’edizione PS4 presenta sostanzialmente le stesse caratteristiche del remaster uscito su PC e Mac tramite la piattaforma Steam qualche mese fa, riedizione che aggiungeva all’originale la traduzione in lingua inglese, il supporto al formato widescreen, una risoluzione a 1080p e il remix (a cura di Akira Yamaoka) della colonna sonora; The Silver Case sulla console Sony è stato però aggiornato ulteriormente con alcuni piccoli interventi di ammodernamento di alcune sequenze video e, soprattutto, con l’inserimento di contenuti inediti, ovvero i capitoli Yami e Whiteout, che arricchiscono l’offerta con stralci di trama utili a fornire dei collegamenti con il suo seguito ufficiale, “25 Ward”. Questa operazione lascia oltretutto ben sperare per una pubblicazione dello stesso 25 Ward in Occidente, dal momento che originariamente è stato messo in commercio, ormai qualche anno fa, solo in Giappone e solo per dispositivi mobile della scorsa generazione.

Info
 
Piattaforma:
Pro
  • Alta qualità nella scrittura della sceneggiatura e dello sviluppo dei personaggi
  • Ben due capitoli inediti, in esclusiva per la versione PS4
  • Finalmente il primo capitolo della serie "Kill the past" viene tradotto per l'Occidente...
  • Contro
  • ...ma solo in inglese, con passaggi dal lessico e sintassi particolarmente complessi
  • Ritmo poco sostenuto
  • Interattività ridotta all'osso
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    The Silver Case è un titolo speciale, ma non per tutti; è il primo capitolo della serie concettuale "Kill the past" di Suda51, finalmente disponibile in occidente dopo quasi vent'anni dall'uscita in Giappone. Al suo interno racchiude un mondo affascinante fatto di misteri, indagini e sfumature cyberpunk, ottimamente raccontato grazie a una robusta sceneggiatura. La complessità dei testi e il ritmo poco sostenuto rendono la sua fruizione più simile a quella di un "romanzo multimediale" rispetto a quella di un videogioco tradizionale.