Videogiochi

Tom Clancy’s Ghost Recon: Wildlands – Recensione

di 12/03/2017
 

Nell’ultima decade, numerosissime produzioni si sono piegate alle esigenze di una struttura ludica, quella dell’open world, che è diventata sempre più preponderante nel mercato, sia esso o meno quello dei titoli tripla A. In un simile contesto, un colosso come Ubisoft non poteva che ergersi fra i publisher che più di frequente hanno sposato questo modello: del resto, come si dice utilizzando un gergo un po’ più colloquiale, “piatto ricco, mi ci ficco”. Ed è esattamente quel che ha fatto la compagnia francese per alcuni dei suoi franchise, vecchi e nuovi, dei quali uno fra i più noti è sicuramente Ghost Recon, basato come diversi altri sulle storie e sui romanzi del compianto Tom Clancy.

Annunciato due anni fa all’E3 2015 e sviluppato dal team Ubisoft Paris, Ghost Recon: Wildlands abbandona il setting della tradizionale guerra moderna, visto in Future Soldier e nei capitoli precedenti, per trasferirsi sulle impervie montagne, le maestose valli e gli sconfinati altopiani della Bolivia. Una location nient’affatto casuale, nella visione fittizia della storia messa in piedi da Ubisoft: la nazione sud americana, ben nota in tutto il mondo per i suoi problemi con i traffici di droga, viene qui interamente trasformata in un narco-stato, governato con il pugno di ferro dal cartello di Santa Blanca. A dirigere le operazioni, dietro le quinte, è il folle e visionario El Sueño, doppiato da un magistrale Luca Ward nella versione italiana del gioco, il quale ha il dichiarato obiettivo di controllare i traffici di cocaina di tutto il mondo. Il governo boliviano è interamente corrotto e i gruppi ribelli, pur animati da nobili intenti, non riescono ad opporsi al regime: in un simile contesto, a scendere in campo sono gli Stati Uniti, che decidono di inviare in gran segreto un manipolo di soldati scelti appartenenti alle forze speciali, protagonisti di un’operazione sotto copertura per sventare il folle piano di El Sueño e smantellare per sempre il più potente cartello della droga del mondo.

Wildlands

La principale novità che Wildlands introduce nella serie, neanche a dirlo, è proprio la componente open world. La ricostruzione digitale della Bolivia è davvero magistrale: io stesso, avendo visitato le Ande fra Argentina e Bolivia tre anni fa, ho riconosciuto nel gioco molti aspetti tipici della storia e della cultura di quei posti. A parte alcuni dettagli, giustificati da ovvie necessità ludiche, non ci sono nel mondo di gioco elementi fuori contesto, e tutto è realizzato con dovizia di particolari. A brillare, però, è soprattutto il modo in cui l’ambientazione viene messa al servizio del gameplay. Ghost Recon Wildlands lascia ai giocatori una libertà totale, quasi soverchiante, consegnando loro fin dalle prime ore la possibilità di scegliere come e dove muoversi all’interno di un’ambientazione sconfinata. La mappa di gioco è suddivisa in ventuno regioni, tutte esplorabili da subito, anche se caratterizzate da una difficoltà crescente (da una a cinque stelle) e popolate da nemici differenti, siano essi i guerriglieri del cartello o i pericolosissimi soldati dell’Unidad, l’esercito di liberazione del paese. La progressione è dunque condizionata proprio dal livello dei nemici: una volta iniziata l’avventura, per esempio, non è affatto una buona idea spostarsi dalla (relativamente) tranquilla regione di Itacua alla vicina e pericolosissima Montuyoc, ma è invece consigliabile procedere per gradi, dalle zone più semplici per giungere fino a quelle più difficili.

Ogni regione – salvo alcune, popolate soltanto da missioni secondarie – è controllata da un boss specifico, che i quattro Ghost dovranno stanare ed eliminare indagando sulle sue attività e svolgendo alcune missioni nella zona. Eliminati i pesci più piccoli di ognuno dei quattro rami nei quali è suddiviso il Santa Blanca, saranno i loro leader a scendere in campo e ad esporsi personalmente, per poi giungere infine a sfidare il “capo dei capi”, El Sueño, appunto. La storia è sostanzialmente tutta qui, e viene raccontata attraverso alcuni filmati che, seppur ben confezionati, non riescono a sorprendere e non rivelano quella potenza e quell’incisività che sarebbe stato lecito aspettarsi. Un vero peccato: il background narrativo che fa da sfondo al gioco non è affatto male, e il potenziale per diventare un’opera di caratura hollywoodiana c’era tutto, considerato che alla stesura della sceneggiatura hanno contribuito due nomi importanti, lo scrittore Don Winslow, uno degli autori più rappresentativi del genere poliziesco, e lo sceneggiatore Shane Salerno (Armageddon, Ghost Rider). L’obiettivo, però, viene soltanto sfiorato, e gli antagonisti sono afflitti da una generale mancanza di personalità che non interessa soltanto i comprimari, ma anche lo stesso El Sueño, il quale non è poi un personaggio così indimenticabile, e deve molto del suo carisma alla voce di Luca Ward, almeno nel nostro paese.

Wildlands

Pad alla mano, ci troviamo di fronte ad un videogioco con due anime. Ogni attività può essere affrontata sia da soli, insieme a tre compagni controllati dall’IA, sia in multiplayer PvE cooperativo fino a quattro giocatori (completamente assente, invece, il PvP), lasciando in tal caso che siano tre amici a prendere il controllo dei nostri alleati. Il dualismo è quasi imbarazzante: se in singolo l’esperienza risulta irrimediabilmente condizionata dalla poca reattività dei compagni, sordi ad ogni ordine che sia appena più complesso di un semplice “marca e colpisci il bersaglio”, è in multiplayer che Ghost Recon Wildlands spalanca finalmente le ali e si offre ai giocatori nel pieno delle sue possibilità, ed è per questo che per giocarlo è consigliabile avere un gruppo di amici sui quali appoggiarsi. Certo, esiste pur sempre un sistema di matchmaking pubblico, ma non è affatto la stessa cosa: per poter affrontare come si deve ogni operazione, soprattutto ai livelli di difficoltà più alti, la comunicazione vocale riveste un ruolo fondamentale per coordinarsi con la squadra, nonostante i comandi che è possibile impartire e ricevere dagli altri in gioco siano sufficientemente intuitivi. Che ci si trovi o meno in compagnia di alleati in carne ed ossa, al di là del ripulire avamposti e giocare le missioni della storia, si prova un certo gusto anche nel semplice scarrozzare il team da un obiettivo all’altro, su e giù per le colline ed alla guida di sgangherati pulmini, assistiti da un modello di guida esageratamente arcade, che perdona facilmente eventuali sbagli e permette quasi sempre di infischiarsene bellamente delle strade. Anche il gunplay, coerentemente con il ritmo di gioco e l’ambientazione, è caratterizzato da una spiccata vena arcade: non aspettatevi (ma neanche lontanamente) l’esasperato realismo di un ArmA 3, per dirne uno.

Dicevamo poc’anzi che la progressione nell’avventura è fortemente condizionata dai livelli di difficoltà delle diverse regioni: fortunatamente, però, non si viene lanciati allo sbaraglio e completamente impreparati ad affrontare le ultime sezioni di gioco, armati soltanto della propria abilità accumulata sul campo. In questo caso, Wildlands tira fuori dal cilindro un’inaspettata anima da RPG, permettendo di personalizzare il proprio alter ego digitale attraverso un variegato set di abilità suddivise in diversi skill tree, in maniera simile a quanto fatto lo scorso anno da Massive Entertainment con Tom Clancy’s The Division. L’esperienza ludica che l’open world di Ubisoft Paris intende offrire è comunque notevolmente diversa: in questo caso non serve scegliere con cura le abilità e respeccarle nel momento del bisogno, ma è possibile, con un po’ di impegno, sbloccarle ed utilizzarle tutte contemporaneamente. Sono addirittura presenti delle vere e proprie “ultimate”, abilità di livello superiore accessibili una volta completato uno dei cinque rami, che permetteranno ai giocatori più navigati di diventare vere e proprie bestie da combattimento. Il potenziamento del proprio personaggio è però legato a doppio filo al completamento delle missioni secondarie, necessarie per recuperare risorse sul campo utili allo sblocco delle abilità più avanzate e di altre possibilità, fra cui attacchi con mortaio di supporto da parte dei ribelli, consegna di automobili in qualsiasi punto della mappa e via dicendo. È insomma il gioco stesso, tramite questo espediente, a “suggerire” di completare più attività possibili, ma le side quest si rivelano piuttosto piatte e prive di mordente: essere obbligati a portarne a termine parecchie può diventare un’attività tediosa se non affrontata con gli amici e alternandola alle missioni principali.

Wildlands

Tecnicamente, il gioco fa affidamento su una versione aggiornata e modificata del motore Anvil, utilizzato in precedenza per la serie Assassin’s Creed: pur considerato che ci troviamo di fronte ad una tecnologia con qualche annetto sulle spalle, il risultato finale è davvero notevole. Anche su console, il titolo può contare su una quantità di dettagli a schermo impressionante, e, al netto di qualche tentennamento nel frame rate su Xbox One, è in grado di offrire scorci di grande impatto, che più volte vi spingeranno a fermarvi sul ciglio di un burrone per osservare cosa si cela all’orizzonte, o, a seconda dei casi, per assestare un colpo ben piazzato con il fucile di precisione alla sentinella di turno.

Volendo spendere qualche parola anche per parlare della difficoltà e degli approcci al gioco, l’intera avventura può cambiare parecchio in base allo stile che si sceglie di adottare. Si passa quindi da una versione “militare” di Grand Theft Auto a livello Arcade (il più semplice) per trovarsi di fronte ad un’esperienza completamente diversa, spietata e punitiva, ai livelli di difficoltà più elevati. Improvvisamente, Wildlands ricorda di essere un Ghost Recon, perdendo qualsiasi velleità di spensieratezza suggerita dalla componente open world ed obbligando i quattro giocatori a pianificare minuziosamente ogni missione, anche la più semplice. L’uso del binocolo e del fidato drone di supporto, gli unici strumenti in grado di marcare i nemici da lontano e indicare alla squadra la loro posizione sulla minimappa, diventa in questo caso praticamente indispensabile. Importante è anche saper conoscere e personalizzare a dovere il proprio equipaggiamento, modificabile fino alle più piccole componenti delle armi imbracciate, per evitare di ritrovarsi in situazioni scomode con le bocche da fuoco sbagliate. La difficoltà Normal, quella che poi la maggior parte dei giocatori sceglierà di adottare per affrontare il gioco, è forse la meglio bilanciata, in grado di offrire esaltanti scontri a fuoco senza tuttavia rinunciare ad una buona dose di tattica.

Wildlands

Fortunatamente è possibile cambiare il livello di difficoltà in qualsiasi momento durante l’avventura: non è affatto un’idea sbagliata partire con quella normale, per poi gradualmente provare ad alzare l’asticella nelle ultime fasi di gioco. Del resto, c’è sempre tempo per imparare a diventare letali soldati d’elite prima di portare a compimento un’opera mastodontica, in termini di contenuti, come Ghost Recon Wildlands: anche impegnandovi per concludere tutto quanto il più rapidamente possibile, ne avrete per almeno 40 ore e forse più, e questo soltanto per portare a termine le sole missioni principali e qualche secondaria. E, anche in quel caso, sarà fortissima in voi la sensazione di aver visto soltanto la punta dell’iceberg: il lungo viaggio negli sconfinati campi boliviani è appena cominciato. Un solo consiglio finale: astenersi lupi solitari!

Info
 
Pro

Un open world immenso e unico nel suo genere
Tantissime attività da svolgere...
Impegnativo e gratificante in multiplayer...

Contro

Narrativa non proprio ispiratissima
...ma alla lunga un po' ripetitive
...quanto poco coinvolgente se affrontato in solitaria

Editor Rating
 
Globale
8.4

Voto
8.4

Hover To Rate
User Rating
 
Globale
7.3

Voto Utenti
7.3

You have rated this

Commento
 

Con Ghost Recon Wildlands, Ubisoft Paris ha ripensato il franchise per inserirlo per la prima volta in un contesto open world: il risultato è un TPS notevolmente vasto e condito da una libertà impressionante, che lascia pieno potere decisionale al giocatore. Il multiplayer cooperativo è il suo vero fiore all'occhiello: se siete abituati a giocare in squadra, magari venendo da The Division, potreste trovarvi decisamente a vostro agio tra le impervie lande boliviane. Peccato per la narrativa, che per il modo poco incisivo in cui viene presentata non riesce proprio a decollare e ad appassionare: tolto questo ed una generale ripetitività delle attività secondarie, alla quale soltanto pochissimi esponenti del genere riescono a sottrarsi, Ghost Recon Wildlands saprà offrire agli appassionati del genere decine e decine di ore di sano divertimento.