Revolutionary Road

“Gli americani hanno sempre dato per scontato, nel loro subconscio, che tutte le storie abbiano un lieto fine” (Adlai Stevenson)

Regia: Sam Mendes
Cast: Leonardo Di Caprio, Kate Winslet, Kathy Bates
Distribuzione: UIP
Voto: 90

“Gli americani hanno sempre dato per scontato, nel loro subconscio, che tutte le storie abbiano un lieto fine” (Adlai Stevenson). Subire la normalità può schiacciare un’esistenza.
Frank e April sono una giovane e bella coppia, piena di promesse e speranze. Sembrano avere tutto, sembra che possano fare tutto, convinti di poter ignorare le convenzioni sociali degli anni ’50, di evitare la pressione dell’ambiente, intimamente certi di essere “speciali” e che perciò la vita con loro sarà clemente, aiutandoli a conseguire i loro scopi e conseguire la felicità. Ma sono velleitari anche, e presuntuosi, come se tutto questo fosse dovuto, anche senza meritarselo davvero. Vagheggeranno fughe in posti lontani, organizzeranno irrealizzabili progetti. Il destino non farà sconti.

Si rattrappiranno e avvizziranno nella “normalità” del tran tran quotidiano, la bella casa nei sobborghi in Revolutionary Road (e già il nome suona bene…) nell’elegante Connecticut, con il prato e il lindo vialetto (e l’erba del vicino è sempre più verde…), due bei bambini da accudire meccanicamente, ogni giorno il trasbordo auto-treno-ufficio (memorabile la ripresa dell’avanzata della folla dei colletti bianchi sulla scalinata della stazione, simile a quella dei miserabili della Depressione in Gang di Altman, che là saliva stancamente verso un incerto futuro e qui invece discende frettolosa verso il prossimo, illusorio benessere). E poi le avventurette con le segretarie, le bevute eccessive coi colleghi, il lavoro monotono e noioso per lui, impiegato nella solita ditta dove anche il padre ha speso una vita, e invece per lei, casalinga a tempo pieno dalle ambizioni frustrate, dopo aver tentato senza qualità una carriera di attrice, solo cucina, bucati e chiacchiere senza interesse con altre come lei. Che invece crede di essere diversa.

L’unico capace di dire la verità, con parole sincere ma devastati, sarà un poveretto (Michael Shannon), un mezzo matto in libera uscita dalla reclusione in una clinica psichiatrica, dove probabilmente è finito proprio a causa della sua lucida capacità di analisi. Revolutionary Road è tragedia famigliare e spaccato sociale di un momento storico e di un modello sociale che però, a guardare American Beauty, non è mai tramontato. Forse perché la vita è così e non si scappa, in nessun tempo, in nessun posto. Se il sogno può diventare realtà, avremo la forza per affrontarlo, per viverlo? O sconteremo l’incapacità di conciliare ciò che si sente di essere veramente con ciò che il mondo si aspetta da noi? Anche l’eccezionalità impone le sue pressioni.

Non poteva che essere Sam Mendes a trasportare sullo schermo il romanzo di Richard Yates, perfetto cantore della devastazione che la vita di tutti i giorni opera sugli individui, coadiuvato dalla bella sceneggiatura di Justin Haythe. Raramente è stato descritto con tanta eleganza, all’apparenza algida, il vuoto senza speranza di certe vite: “molti si accorgono del vuoto, pochi che sia senza speranza”. Alcune inquadrature, con l’ausilio della fotografia dell’ormai mitico Roger Deakins, ricordano certi quadri di Edward Hopper, per il senso di solitudine e di isolamento che comunicano, ma anche il fotografo Saul Leiter, cui Deakins afferma di essersi ispirato. Perfetto anche se minimale il commento musicale di Thomas Newman, come già in American Beauty. Splendida performance di Di Caprio e Winslet, coppia condannata cinematograficamente ad infelice destino.

Ma ugualmente perfetti sono i personaggi di contorno, la disperata coppia di vicini di casa (Kathryn Hahn e David Harbour), l’ingenua segretaria sedotta (Zoe Kazan), l’agente immobiliare dall’ottimismo compreso nel prezzo (Kathy Bates). Quegli anni, a cavallo fra i ’50 e i ’60, e quell’ambiente di benestanti borghesi, sono stati anche ottimamente raffigurati nel bellissimo serial Mad Men, non a caso vincitore di Golden Globe, Emmy e molti altri premi, nel quale infatti molte sono le assonanze con Revolutionary Road. Si può ben comprendere come la forza di rottura dei “rivoluzionari” anni seguenti avrebbe sfondato ogni ostacolo, con uno slancio distruttivo anche eccessivo ma necessario. Peccato che i decenni seguenti anche con i nuovi equilibri e nuove mete e nuove ambizioni non abbiano risolto il problema. Ma forse l’incapacità di trovare la felicità (che sta sempre altrove) è insita nell’animo umano, in ogni momento storico, che si assecondino o si rompano le regole.

Il film è anche un ottimo pretesto per riscoprire un dimenticato autore americano, Richard Yates (1927/1992), che viene definito l’anello di giunzione fra Francis Scott Fitzgerald e Raymond Carver, a sua volta accostato più volte a Jack Kerouac, e ai giorni nostri a Richard Ford, suo grande estimatore. Di Yates ricordiamo anche Undici solitudini e Easter Parade (Minimum fax ed.). Massima da ricordare: sapere cosa hai, sapere cosa ti manca, sapere di cosa puoi fare a meno: sembrano preziose regole di vita, ma per il protagonista sono solo norme per gestire al meglio il magazzino…