Bodycount – Recensione

Tre headshot in fila sulla slot machine: JACKPOT!

Se siete appassionati di videogiochi da tempo, di FPS ne avrete visti un’infinità, soprattutto se avete vissuto la magnifica era del PC negli anni ’90. Dall’essenziale complicanza di Doom e Quake si è passati a titoli più profondi dal punto di vista narrativo, come Half-Life e S.T.A.L.K.E.R., per poi fare un ulteriore passo avanti da quando Bungie con Halo ha dimostrato al mondo che un FPS può funzionare alla grande anche con un joypad. Nasce così l’energia che si ricarica, il limite di due armi alla volta (più le granate) e una serie di variazioni al gameplay più o meno riuscite e che, negli ultimi anni, sono diventati veri e propri cliché.

Bodycount non fa nulla per nascondere la sua natura da sparatutto arcade senza troppi pensieri, ed è forse per questo motivo che ci si riesce a divertire fin da subito. Certo, proprio originalissimo non è, visto che cerca di scimmiottare la libertà di movimento di un Crysis (il primo) pur non ambendo a raggiungerne la vastità. Piuttosto, dovendo per forza fare un paragone, come approccio ricorda il recente Bullestorm e le sue uccisioni spettacolari. Non per nulla, inanellando headshot e uccisioni multiple si ottengono bonus e power-up: in questo modo il giocatore è spinto a un approccio “ignorante”, veloce e sicuro. Tuttavia, Bodycount può essere affrontato in maniera più classica, muovendosi con calma e sfruttando le coperture, ma a mio avviso il massimo del divertimento lo si ottiene lasciando libero sfogo alla componente adrenalinica. Il titolo di Codemasters Studios Guildford premia questo approccio, regalando al giocatore “bravo” sequenze più esaltanti, e ovviamente nuove skill kill, fra cui addirittura un attacco aereo.

Che sia questo il modo ideale di giocarlo lo suggeriscono anche i rumori in pieno stile slot machine quando si uccidono più nemici alla volta, momenti in cui lo schermo si riempie di bonus e gli effetti sonori sono più consoni alle sale di Las Vegas che ai teatri di guerra. Eliminate tanti nemici e, più che un genocidio, avrete l’impressione d’aver fatto jackpot, nonostante di certo il sangue scorra comunque a fiumi. Date le premesse, è ovvio che la trama sia solo un banale accessorio, infilata tanto per dare un pretesto per richiedere al giocatore di compiere certe missioni, ma questo di certo non appare come un limite strutturale. D’altronde, ci sarà pure un motivo se, una volta arrivato a un filmato di intermezzo dopo aver passato il tempo a saltare da una copertura all’altra, sono stato sovente tentato di saltarlo per continuare a giocare.

Bodycount, come detto all’inizio dell’articolo che state leggendo, diverte discretamente. Il merito è soprattutto dell’intelligenza artificiale che a livelli elevati di difficoltà si mostra piuttosto coriacea. Gli avversari non sono certo infallibili, ma hanno riflessi pronti, la capacità di mettersi al riparo quando attaccati e – soprattutto – di coordinarsi fra loro. E mentre ve la sghignazzerete facendo fuori chi avete davanti, verrete puntualmente uccisi da qualche soldato più “sgamato” che si è fatto qualche metro in più, pur di spararvi alla schiena. Inoltre, lo scenario è parzialmente distruttibile, così da evitare l’arroccarsi eccessivamente dietro a posizioni di copertura.

Sul lungo termine la solfa inizia a diventare ripetitiva, ma fortunatamente Bobycount include anche un piacevole comparto multiplayer che aggiunge un po’ di varietà. Certo, ci si rende conto che mancano le finezze degli sparatutto più appassionanti: il level design non raggiunge le vette di altri titoli e il comparto tecnico è decisamente sottotono (nonostante il motore sia lo stesso EGO Engine che anima DiRT 3 e F1 2011), ma tutto sommato ci si spende qualche ora volentieri. Ovviamente, se vi avvicinate agli FPS, ci sono alternative migliori per iniziare, ma nel caso siate appassionati del genere e volete provare qualche brivido diverso, Bodycount potrebbe essere il giusto diversivo adrenalinico e un po’ “ignorante” con cui intrattenersi a settembre.