Scrivere la recensione di un titolo come The Banner Saga non è una faccenda da prendere troppo alla leggera. L’opera seconda di Stoic ha pregi evidenti, ma anche evidenti difetti. Soppesare sulla bilancia un prodotto così bipolare è quindi un’operazione delicata: molti aspetti agli estremi (in una direzione o nell’altra) rientrano in quella sfera di gusti la cui componente soggettiva ha la predominanza. Di certo, The Banner Saga ha il vantaggio di essersi imposto all’attenzione di molti, grazie a un approccio decisamente fresco al genere al quale appartiene (quello dei tattici a turni) e a una direzione artistca a tratti capace di entusiasmare.
Lo scenario è quello dei miti nordici. Due razze, gli umani e i Varl, mal si sopportano, ma tendono a far fronte contro un nemico comune, qui incarnato nei Dredge, esseri ancestrali provenienti dal profondo Nord. Mancherebbero solo una barriera e un gruppo di soldati vestiti di nero a completare l’opera; tuttavia, qui siamo nel fantasy norreno spinto e non ci sono troni di spade, ma solo grossi esseri burberi dotati di corna (i Varl, per l’appunto) e una carovana mista che deve attraversare la mappa di gioco, tentando di sopravvivere ed evitando che i Dredge distruggano il mondo. Se a questo aggiungete l’improvviso arresto del moto solare, beh… capite da soli che la situazione non è rosea e che arrivare in fondo alla dozzina d’ore (e passa) di esperienza non è affare per videogiocatori senza attributi. Anche perché in The Banner Saga la morte è permanente e i salvataggi sono automatici: un eroe morto è un eroe morto e il reload non è una strada praticabile.

Lo sviluppo avviene in più fasi. La carovana si muove autonomamente lungo un percorso prestabilito e durante il viaggio è necessario gestire le risorse per evitare che la gente crepi di fame e per ripristinale al meglio il morale della truppa. Di tanto in tanto si menano le mani e un po’ più spesso si chiacchiera con il campionario di personaggi che popola il mondo di The Banner Saga. Da un lato, la grande quantità di dialoghi aiuta non poco a immergerci nella situazione, a tratteggiare le personalità e ad accompagnare il giocatore lungo vicende interessanti e ben narrate; dall’altro, la propensione alla chiacchiera appare eccessiva e va a detrimento della parte prettamente tattica e gestionale. Peraltro, tutti i testi sono in inglese, con un forte derivazione lessicale “vichinga”; le parti narrate, poi, sono prive di sottotitoli. Se non conoscete più che bene la lingua di Albione, quindi, c’è il forte rischio che vi perdiate molto di quanto questo titolo ha da offrire.
Parliamo ora di combat system. The Banner Saga, come detto, è un tattico a turni. Nel suo essere orgogliosamente ancorato ai prodromi del genere, il prodotto di Stoic mostra però alcuni importanti segnali di atipicità. Ogni unità è distinta da due parametri fondamentali: la forza e l’armatura. Il primo indica contemporaneamente il danno inflitto al nemico al momento dell’attacco e la salute del personaggio; il secondo è un valore che viene sottratto alla forza di chi attacca e rappresenta il danno assorbito. In aggiunta, ogni personaggio ha la possibilità di spendere un numero limitato di punti per compiere azioni aggiuntive (ad esempio, passi uteriori sulla griglia di movimento o l’aumento del danno per ogni singolo attacco). Anche il sistema di iniziativa è particolare, visto che consente turni alternati alle fazioni in campo a prescindere dal numero delle unità di ciascuna di esse. Fin dalle primissime schermaglie si capisce come un combat system così impostato sia di una semplicità imbarazzante da comprendere e, al contempo, sufficientemente sfizioso da costringere il giocatore ad approcciare i nemici in modo diverso. Una base così ben pensata avrebbe meritato una diversa profondità nella specializzaizone delle classi e nel modo in cui si interviene nella crescita del party. Purtroppo, al di là della spesa di punti XP nei parametri fondamentali (e in poco altro) e la fruizione di un solo slot per l’aggiunta di oggettistica, The Banner Saga non offre molto altro a chi ama sperimentare con la personalizzazione.

A inizio articolo vi parlavo di direzione artistica a tratti entusiasmante. È innegabile come la grafica richiami alla mente i classici Disney come La Spada Nella Roccia o – ancor di più – La Bella Addormentata Nel Bosco. Il tratto è quello, anche se reso più moderno da tanti piccoli accorgimenti e adattato alla crudezza della mitologia norrena che fa da sfondo alle vicende del gioco. Questo stile peculiare è ben presente non solo nei menu e nelle meravigliose fasi di spostamento della carovana, ma anche nei combattimenti. Si tratta da un lato di un innegabile pregio, perché permette di mantenere intatta la coerenza artistica col resto del gioco, ma dall’altro di un difetto foriero di un po’ di confusione a schermo, soprattutto quando la scacchiera è popolata da un certo numero di unità. Menzione d’onore per la colonna sonora: discreta quando deve restare in ombra, epica quando è invece necessario sottolineare determinati passaggi narrativi.










































