“Mai giocare da soli. Mai giocare in un cimitero. Dire sempre addio“. In Ouija: L’origine del male almeno una di queste regole del gioco verrà trasgredita con esiti, non c’è bisogno di dirlo, drammatici. Il titolo del film reca la parola “origine” perché costituisce un prequel a Ouija (2014), e per rimarcare il concetto è stato ambientato negli stilosi anni ’60. Quindi, andando per categorie: il film è di genere horror, in costume, di famiglia, del sottotipo “tavola malefica”. Potremmo dire che è un horror tutto al femminile, dato che la famiglia è composta da madre, figlia adolescente in preda ai turbamenti amorosi e figlia di nove anni, biondina, di quelle che allo scaffale per le possessioni van via che è un piacere, signora. Ma non lo diremo, perché uomini sono regista, produttori, sceneggiatore, direttore della fotografia, costumista, cameraman, truccatore e, nel caso ne avessero bisogno, coreografo. Sarà questo a rendere così debole la caratterizzazione femminile? Ce ne frega qualcosa? Scendiamo nel dettaglio. La madre Alice – in arte Madame – Zander, rimasta vedova, manda avanti la baracca lavorando come medium. Insomma, la solita ciarlatana che a tutti noi fa un po’ rimpiangere la Zingara di Rai1. Si accorge però che alla sua collezione di gadget da chiromante manca una tavola Ouija della Hasbro. Per i pochi che non lo sapessero, si tratta di un cartonato con lettere dell’alfabeto, numeri, e le parole “Sì” e “No”. E proprio gli Hasbro Studios hanno prodotto i due film del franchise.
Sicché, tutta contenta, Madame Zander compra la tavola, ci attacca le calamite e la truffa è pronta. Truffa più che mai necessaria, ora che la casa che il marito aveva acquistato con il sudore della fronte sta per essere pignorata. Per fortuna che la piccola ha un feeling speciale con i fantasmi che aleggiano nella casa, e comincia a fare certe sedute spiritiche che levati. Ma la tavola parlante risolve i problemi finanziari, non quelli di salute. La madre comincia a sfruttarla senza remore, non accorgendosi che la figlia minore presenta alcuni sintomi di possessione pesante: bocca che si allarga a dismisura, guarda in TV un programma a schermo fisso, occhi bianchi, a un tratto scrive in polacco. Se ne accorge però la figlia quindicenne, Paulina, che coinvolge un prete cattolico, fascinoso ma purtroppo a digiuno di tavole Ouija. Rispetto all’originale del 2014, che più che di paura faceva morire di noia, Ouija: L’origine del male costituisce decisamente un passo in avanti. Non tutto, però, è rose e fiori. Come per quasi tutti i film horror realizzati da molti anni a questa parte, infatti, anche questa è una pellicola con personaggi ad alto tasso di stupidità. Gente, cioè, che si ficca da sola in situazioni pericolose, nonostante svariati segnali urlino di non farlo.
[quotedx]Madame Zander compra la tavola, ci attacca le calamite e la truffa è pronta[/quotedx]
E così è facile, signori, troppo facile. Ovviamente ci sono anche quelli con un po’ di sale in zucca (in questo caso il prete e l’adolescente), ma le loro azioni non conteranno assolutamente nulla. Gli stupidi regnano. E che ancora non si riesca a ovviare a questo espediente narrativo è ridicolo. Altro problema è l’ambientazione. Certo, gli anni ’60 piacciono a tutti, ma non basta “l’origine” del titolo per scagliarci nel passato, né un’auto d’epoca o le gonne a scacchi delle studentesse. Voglio dire: che ci siano riusciti o meno (per me evidentemente “meno”), la cosa più importante è che non vada a scapito di altro. Infatti, se si è disposti a spendere soldi in un’ambientazione vintage credibile, immagino che si sarà costretti a risparmiare su qualcos’altro. Tipo, che so, le idee e gli effetti speciali. Questi ultimi nel film sono, in ordine sparso: la già citata bocca che si allarga a dismisura, la bocca che si sigilla tipo quella di Neo in Matrix, una bambina che cammina sui muri, un paio di persone scaraventate a qualche metro di distanza, un uomo nero. Fine. Capite bene che anche a idee siamo messi maluccio. C’erano tanti spunti che si potevano sfruttare, e invece si è fatto altro. Le scene di paura, sebbene si cerchi di non ricorrere ai jump-scare, sono poche e i patemi delle protagoniste tanti. Il film si salva comunque per la regia di Mike Flanagan (recuperatevi il suo Oculus, nettamente migliore), che strizza l’occhio ai fan di James Wan, e per il montaggio sonoro.








































