The Ring 3 – Recensione

Se “il primo è sempre il più bello” e “il secondo [album] è sempre il più difficile”, il terzo è forse il più convincente. The Ring, lo sappiamo, è uno dei franchise horror più famosi degli anni 2000. Ma forse non ha sempre convinto tutti. Per esempio, non ha mai convinto me. Dopo aver visto un brevissimo video ti arriva una chiamata, inesorabilmente rispondi e una voce di bambina ti sussurra senza giri di parole “7 giorni” (e morirai!). Facile, no? Sicuramente fin troppo per gli occhi “scientifici” degli spettatori occidentali, menti abituate agli intrighi e ansiose di svolgere trame impossibili. Ma gli horror hanno sempre avuto questo vantaggio, direte voi: basta che mettano su fantasmi e carrozzelle che corrono su pendii sterrati in bianco e nero ed è fatta. Insomma: è una questione di atmosfere. Tant’è vero che quando la messa in scena di un’atmosfera di terrore non riesce il risultato è un film comico, esorcizzante. È in questa prospettiva che The Ring 3 scarta gli altri due, senza voltarsi indietro: F. Javier Guitiérrez pare essere consapevole che per trasporre una storia della tradizione nipponica in un horror credibile deve tagliare i ponti col contesto originario. Non senza perdite, sia chiaro.

http://cdn.traileraddict.com/content/ff/rings-2016-trailer-screen2.jpg
Perdite.

The Ring 3 ha tutte le premesse di un classico film horror americano: due fidanzati si separano perché lui deve andare al college, “amore, ci sentiremo ogni sera su Skype“, “maledetto stronzo, che fine hai fatto?“. Ma Julia (Matilda Lutz) è la parte più saggia – o anche più imprudente – di ognuna di noi, e allora guida tutta la notte, incontra il professore (Johnny Galecki) che segretamente – dentro l’edificio universitario – si occupa del caso e chiede alla collega del fidanzato di aiutarla a trovarlo che poi qualcosa succederà. E qualcosa succede: lei dovrà condurre praticamente sola tutta la faccenda mentre il fidanzato s’arrabbatta come può nel ruolo dell’eroe improvvisato. The Ring 3 non avrebbe quindi nulla da aggiungere al panorama degli horror, se solo i suoi predecessori non avessero fatto peggio. Mentre questi, nella loro pretesa di mantenere lo spirito tetro originario, si accontentano del valore semantico universale del pozzo e dell’effetto sempre orripilante di una ragazzina dai capelli neri e unti, The Ring 3 si affida saggiamente a ciò che nella nostra cultura fa più paura: ciò che conosciamo. Lo scienziato sa che cosa significa il video e come fare per salvarsi, lei sa che cosa le accadrà guardando il video e noi sappiamo cosa potrà accadere, sappiamo che l’uomo è cattivo e questo ancora ci fa paura. L’obbiettivo dell’horror è fin qui raggiunto. Sigillato con la presenza nel cast del più che mai imponente e solitario Vincent D’Onofrio.

http://cdn1-www.comingsoon.net/assets/uploads/gallery/rings/rgs-02315k.jpg
Imponente.

[quotedx]Il film non avrebbe nulla da aggiungere al panorama horror, se i suoi predecessori non avessero fatto peggio.[/quotedx]Rimane solo un appunto da fare. La saga dei Cerchi (per non confonderli con quella dell’unico Signore degli Anelli), come abbiamo già accennato, non ha origini innocenti: ha un contesto, preciso, nella storia e nel tempo. Siamo nel XVIII secolo a Tokio, nel periodo forse più alto e più suggestivo della tradizione giapponese sui fantasmi. Un ricco samurai era follemente innamorato della sua bella serva, Okiku. Ella, però, non ricambiava affatto e con la gentilezza che le era caratteristica declinava le sue avances. Sicché il samurai escogitò un piano: nascose uno dei 10 preziosi piatti di famiglia e gettò la colpa sulla povera Okiku che per reato di furto rischiava la pena di morte. Okiku contò e ricontò i piatti, ma il decimo non riuscì mai a trovarlo. Di fronte alla sua disperazione, il samurai le promise che avrebbe soprasseduto se lei avesse finalmente ceduto al suo amore. Ma, all’ennesimo rifiuto, in un impeto di rabbia, l’ostinato samurai la gettò nel pozzo e Okiku morì. Nelle notti successive, però, fra le 2 e le 3 di notte – quando il velo che separa i morti dai vivi si assottiglia – il fantasma della fanciulla contava fino a nove e poi scoppiava in lacrime. Solo quando qualcuno avesse pronunciato “dieci!” la sua tortura sarebbe terminata e lei avrebbe infine lasciato in pace il mondo terreno.

Ecco, forse i valori della giustizia, dell’essere donna, della fedeltà, dell’amore e del rimorso sono quelli che in The Ring 3 sono stati tradotti in una lingua a noi più familiare e che hanno così determinato una riuscita vincente rispetto ai precedenti film della saga. Ma, ancora una volta, questa scelta porta con sè l’ineluttabile perdita di una suggestione scenica più delicata, di un pathos epidermico che, per così dire, chiama all’attenzione più le papille che le pupille.