Life – Non oltrepassare il limite è un film sul miracolo della vita. Un miracolo ostile, letale, e parecchio incazzato. Ha la forma, almeno all’inizio, di un essere monocellulare proveniente da Marte. Ha aspettato per milioni di anni che le condizioni del Pianeta Rosso tornassero favorevoli, o che una sonda di passaggio lo recuperasse. E la sonda, in effetti, capita da quelle parti, ne preleva dei campioni e li porta su una stazione spaziale internazionale. L’umore del piccolo equipaggio da 6 componenti è altissimo: si tratta del primo incontro con una forma di vita aliena. Il biologo Hugh Derry (Aryion Bakare) esamina Calvin – così verrà chiamato il marziano – in un laboratorio sigillato. La sicurezza prima di tutto. Calvin, al momento, dorme profondamente, ma un po’ di atmosfera primordiale e un pizzico di glucosio, ed ecco il miracolo: sotto gli occhi stupefatti della ciurma, lo strano essere cresce assumendo le fattezze di una stella marina molto forzuta e resistente. La particolarità delle sue cellule è che ognuna di esse è contemporaneamente occhi, cervello e muscoli. Sul fatto che sia più evoluto di noi, quindi, non si discute. Interviene a questo punto un fattore, che è tanto frequente nel cinema come nella realtà: l’errore umano. Lo scienziato paralitico Derry, mentre studia l’alieno, sogna che la struttura di Calvin, così sconosciuta e affascinante, possa rivoluzionare la medicina; di rendere reversibile ciò che oggi non è. Sogna, quindi si distrae. E sottovaluta Calvin. Eppure noi avevamo già intuito l’astuzia di un essere – sì tutto muscoli, ma anche – tutto cervello quando, ancora intorpidito dall’ibernazione e senza poter sapere delle aspirazioni di Derry, imitava un paio d’ali. Perché è così che Derry si sente; costretto a una sedia sulla Terra, è un uccello in assenza di gravità. L’errore umano, si diceva poc’anzi, e in men che non si dica inizia il finimondo. Life – Non oltrepassare il limite, dopo un inizio quasi poetico, diventa allora un horror home-invasion, con l’eccezione che per scappare dall’assassino non puoi uscire di casa, perché fuori c’è il vuoto. E il killer, piccolo ma quasi invulnerabile, senz’aria può sopravvivere molto più a lungo di noi, quanto è vero che siamo poco più che scimmie.

Mentre gli astronauti vengono fatti fuori uno dopo l’altro, inizia così una battaglia tattica fra i superstiti e Calvin. Il confronto non è basato sull’odio, sulla religione o sul petrolio, né sull’avorio delle zanne d’elefante o sul commercio delle pelli. Insomma, non è una guerra fra uomini o una carneficina ai danni di animali indifesi. È invece la lotta più antica – quella per la sopravvivenza – che l’uomo non combatteva da troppo tempo. Gli astronauti, vedendosi ammazzare uno dopo l’altro i compagni, se la prendono sul personale, ma Calvin non è cattivo. Vuole semplicemente affermarsi come l’animale più forte della nave, e poi della Terra. Il paragone con Alien (1979), a questo punto, è d’obbligo e l’ispirazione palese. Ma Life – Non oltrepassare il limite non è una riproposizione del cult di Ridley Scott, e la differenza non sta solo negli effetti speciali e nel design dell’alieno. Il film, piuttosto, è scisso in due anime ben articolate fra loro. Una è quella del thriller sci-fi duro e puro, che tiene per bene lo spettatore sulle spine per tutta la sua durata. È sorprendente, però, come in un film del genere possiamo anche decidere di fregarcene di quale dei due contendenti sopravvivrà, l’uomo o il marziano. Perché in mezzo agli schizzi di sangue, ai dettagli gore, alle facce spaventate dei protagonisti emerge, come per miracolo, l’amore del regista per la vita in tutte le sue forme. Daniel Espinosa è riuscito, non certo grazie a uno script particolarmente originale, a infondere una rigorosa – e convincente – visione estetica in quel thriller sci-fi duro e puro di cui sopra. Il suo intento è dichiarato sin dall’inizio, in quel lungo piano sequenza che mostra gli astronauti fluttuare per l’astronave, come si trovassero in un nuovo habitat. Il cast, in cui spiccano Rebecca Ferguson, Ryan Reynolds, Jake Gyllenhaal, soddisfa senza brillare.

Ma adesso parliamo dell’elefante nell’astronave. Un piccolo aggiornamento per chi, nell’ultimo periodo, fosse vissuto su Marte: è spuntata una teoria, piuttosto convincente, che vedrebbe Life – Non oltrepassare il limite come il prequel di Venom. Molti speravano che la visione del film avrebbe fugato tutti i dubbi, ma purtroppo non è così, e la questione merita qualche parola in più. Se volete saperne di più, superate, o temerari, la linea dello spoiler. All’anteprima, come altri miei colleghi (aspettando il Panel Vita su Marte), ero curioso di sapere se c’era una scena post-credit. Sono rimasto, quindi, ad attendere i titoli di coda solo per dire a voi, cari lettori di MovieVillage, che quella scena, in effetti,
LINEA DELLO SPOILER
non c’è. Nonostante ciò sono ancora più convinto della teoria. Il film finisce che l’alieno arriva sulla Terra assieme a Gyllenhaal, inspiegabilmente ancora vivo (tutte le altre vittime erano state praticamente delle fatality) ma coperto da una sostanza filamentosa, molto simile a una ragnatela. Calvin, sebbene per tutto il film sia sempre assomigliato a una stella marina troppo cresciuta e cattivissima, adesso ha cambiato forma. Sicché penso che l’alieno, ancora giovane, tendesse a uccidere le sue vittime per assorbine l’ossigeno o che altro, e crescendo abbia imparato a viverci in simbiosi. Mi aspetto quindi, a breve ma non troppo, l’annuncio del casting dell’attore in un cinecomic. Quello su Venom, la cui data di uscita è stata rivelata a pochi giorni dall’uscita di Life.







































