Ci siamo: la creatura più letale dello spazio (ok, dopo Yoda) sta tornando nelle sale della galassia conosciuta. L’unico problema è Ridley Scott, colui da cui tutto è cominciato e con cui tutto potrebbe finire (male). L’attesa è altissima, non fosse altro perché la pellicola che arriverà in Italia l’11 maggio riporta per la prima volta dopo tanti anni quella gloriosa, unica parola, insieme sostantivo e aggettivo: Alien. Si tratterebbe del secondo prequel, e probabilmente ce ne sarà un terzo e pure un quarto, prima che si ritorni alla timeline originale. Par quasi di sentire gli improperi che escono dalle bocche di Neil Blomkamp e Sigourney Weaver. L’uno sogna di dirigere un film del franchise da quando aveva 5 anni, l’altra vorrebbe semplicemente dare una conclusione degna al personaggio di Ripley. Ad impedirglielo è proprio Scott, colui che nel ’79 definì la Weaver come icona dell’action spaziale. In preda alla vecchiaia prossima, il leggendario regista sembra aver molto da dire sulla genesi di questo alieno, e probabilmente anche su quella della razza umana. Che interessi anche a noi, al momento non ha importanza. Prometheus, nel 2012, lasciò molti fan a bocca asciutta. Troppi androidi, troppa religione, troppa (scusate la parolaccia) filosofia. Il primo Alien era un’altra cosa: cinema allo stato puro. Ed è quello che vogliamo vedere entrando il sala fra poco più di due settimane. E in questa direzione sta puntando tutto il marketing del film. Basta guardare i trailer diffusi finora, con tanta gente che urla, il volto imbrattato di sangue, il micidiale alieno alle calcagna o in agguato mentre due ignare vittime si sbaciucchiano sotto la doccia. Insomma, sono i trailer di un film horror. Ma l’oggetto promozionale più esemplificativo è certamente il poster diffuso lo scorso marzo:
Bella e disturbante al tempo stesso, l’immagine è un evidente riferimento all’arte di H. R. Giger. Per chi non lo ricordasse, è il pittore surrealista (e tanto altro) che ideò l’aspetto dello xenomorfo. E poi c’è quella copertina di Empire, che schiaffa senza complimenti il mostro in copertina e dice che il film di Scott è “back to basis”. Ma – allora – quali sono queste basi?
Alien, nonostante sia uscito solo un anno dopo Star Wars e appartenga allo stesso genere, è quanto di più lontano possa dare anche solo un barlume di Nuova Speranza. Se quindi da un lato dobbiamo ringraziare il successo del film di Lucas, grazie al quale 20th Century Fox si convinse a finanziare il film, dall’altro non possiamo che applaudire la forte volontà dell’ideatore del soggetto, Dan O’Bannon, che rigettò qualsiasi istanza fantasy. Una strategia rischiosa, ché il budget di soli $ 4,2 milioni e il tema horror potevano indurre regista e produzione a intenderlo come un B-movie. Lo stesso regista, in fondo, lo descriveva come il “Non aprite quella porta della science fiction”. Ma Scott prese il film molto sul serio: realizzò degli storyboard dettagliati che impressionarono Fox e la indussero a raddoppiare il budget a $ 8,4 milioni. O’Bannon e Scott, co-sceneggiatore e regista, si trovarono subito in sintonia su ciò che il film doveva essere. Horror spaziale, sì, ma con classe e (incredibilmente) un’occhio di riguardo al realismo.

La grande forza di Alien è nel perfetto bilanciamento fra le sue due anime. Da un punto di vista visivo, il film è una gioia putrescente di nero e oro. Il lavoro di Giger, insomma, non si limitò al design dell’antagonista. Lui in persona si occupò di aerografare l’interno dell’astronave aliena e lo “Space Jockey”, misterioso pilota coinvolto in una delle scene più impressionanti della pellicola. La produzione era contraria, perché quell’unica sequenza prevedeva l’utilizzo di un set costosissimo. Ma gli autori puntarono i piedi: era necessario choccare gli spettatori e convincerli che non si trattava di un film qualsiasi.
Un pianeta dimenticato da dio, una nave immensa, un alieno impossibile, e un mostro senza un briciolo di umanità. Come rendere credibile tutto ciò? Rendendo verosimile tutto il resto. Fu così che per la Nostromo si puntò tutto sul realismo. E ciò vale sia per la nave in sé, sia per il suo equipaggio. Sigourney Weaver, di 29 anni, era la più giovane. Per il resto l’età media era alta, e tutti hanno l’aspetto di semplici operai. Sono nello spazio, ma non vuol dire che vogliano fare gli eroi. E infatti finiscono ammazzati, uno dopo l’altro.








































