Manca ormai poco al rilascio di Valkyria Chronicles Remastered nei negozi e sugli store digitali al di fuori del Giappone (dove, giusto per ricordarlo, è stato lanciato lo scorso 10 febbraio), e con l’anteprima dello scorso mese ne abbiamo già esaminato gli aspetti estetici e superficiali in confronto all’originale del 2008 su PlayStation 3 e al porting su PC del 2014, dunque è arrivato il momento di vagliare in maniera più approfondita il contesto narrativo e le meccaniche di gioco, a favore di quanti vogliano avvicinarsi alla serie proprio grazie a questo rifacimento. Come anticipato nella preview, la storia di base è una parabola degli eventi che hanno caratterizzato la Seconda Guerra Mondiale, opportunamente riadattata per conformarsi ai canoni della narrativa nipponica: ciò tuttavia non ha impedito gli sceneggiatori di sviscerare alcune tematiche che, incredibile a dirsi, ben pochi giochi a tutt’oggi hanno saputo affrontare e che tracciano dei paralleli con alcune fra le pagine più oscure della storia dell’umanità. La guerra scatenata dall’Impero, infatti, oltre al monopolio globale delle risorse di Ragnite mira anche all’estinzione di una particolare etnia, i Darcsen, individui dalla pelle chiara e dai capelli scuri i cui antenati sembra abbiano provocato una calamità su vasta scala le cui conseguenze si sono ripercosse sull’intero continente. In conseguenza di ciò, il resto del mondo civilizzato li ha marchiati come traditori e nutre nei loro confronti un caparbio rancore che, nel caso della fazione imperiale, sfocia in autentico odio razziale e nella convinzione che i Darcsen debbano essere sterminati oppure internati in campi di concentramento per poi venire sfruttati sino alla morte. I paralleli con la tragica realtà dell’Olocausto sono dunque inconfutabili e, benché sia curioso che fra tutti i titoli moderni non indipendenti sia proprio uno strategico dalle spiccate atmosfere giapponesi a prendere in esame simili tematiche, la cura e il rispetto impiegati nello sviluppo di un argomento così spinoso non fanno altro che contribuire al suo reale valore.
RISVEGLIATI, VALCHIRIA
Il tema portante di Valkyria Chronicles è senza dubbio la natura umana che distingue le singole parti coinvolte nello scontro, intesa come agglomerato di punti di forza e debolezze, sentimenti e imperfezioni tipici di ogni creatura vivente. I due protagonisti, ovvero il sottotenente Welkin Gunther e il comandante in seconda del plotone da lui guidato, il sergente Alicia Melchiott, sono figure a tutto tondo complete di indiscutibili pregi ma anche di sostanziali idiosincrasie che, per quanto stereotipate, infondono una certa vitalità al gruppo di soldati che ci ritroveremo a controllare e che, come loro, sono dotati di tratti caratteriali ben delineati al posto di essere anonimi volti usa e getta, da trasformare in carne da macello senza troppi ripensamenti. D’altronde, sarà il conflitto a ricordarci che ogni singolo elemento è prezioso e che la morte è l’unica compagna del giocatore troppo incauto: ogni perdita subìta sul campo si traduce infatti in un’unità in meno a disposizione da poter schierare, e in una lapide in più nel sepolcreto del quartier generale, peculiarità ereditata in parte dall’arcinoto Fire Emblem anche se, in questo caso, la possibilità di soccorrere un compagno caduto ci offra un certo margine per correggere una tattica rivelatasi fatale. E’ doveroso sottolineare come il racconto si soffermi su entrambi i lati della barricata e presenti anche uno scorcio sul passato e sulle motivazioni degli uomini e delle donne che compongono l’Alleanza Imperiale, dipingendoli con sfumature di sorprendente indulgenza mentre, al contempo, le mire dei vertici della Federazione Atlantica non sono così disinteressate come si potrebbe pensare, a tutto vantaggio di una cronaca che indugia fra molteplici gradazioni di grigio piuttosto che su valori assoluti. E, a tal proposito, l’utilizzo di un saggio intitolato “Sul Fronte Galliano” in guisa di cornice narrativa, al cui interno sono riportate le vicende viste dagli occhi di una cronista dell’epoca e dalla prospettiva della Squadra 7 del Terzo Reggimento della Milizia Galliana, rappresenta un ulteriore livello di lettura che mai ci si aspetterebbe di ritrovare in un titolo del genere: poiché i vari bollettini riportati dalla scrittrice, che avremo anche modo di incontrare di persona, sono palesemente faziosi, una volta concluso il gioco lasciano il dubbio circa la loro effettiva attendibilità, soprattutto grazie ad alcuni eventi chiave che fanno emergere l’annosa questione filosofica secondo cui i libri, al termine di ogni guerra, vengono sempre scritti dai vincitori. Il tutto ad ulteriore conferma del riguardo serbato dagli autori nei confronti dell’intreccio narrativo. La storia è poi arricchita da elementi di contorno che sintetizzano per bene gli aspetti economici, sociali e culturali dell’ambientazione, molti dei quali si possono ritrovare nei singoli livelli, riprodotti con una dedizione che gli appassionati del precedente lavoro di Shuntaro Tanaka, il mai troppo lodato Skies of Arcadia, potranno riscontrare anche in Valkyria Chronicles.
Il gameplay vero e proprio ci pone, come già detto, al comando di una divisione della Milizia Galliana composta da soldati che ricadono in una delle cinque classi disponibili: ricognitori (capaci di coprire grandi distanze ma provvisti di scarse protezioni personali), assaltatori (esperti negli scontri a terra grazie all’armamento di cui sono dotati), lancieri (così chiamati per il pesante cannone a forma di lancia che trasportano, progettato per abbattere i mezzi corazzati), cecchini (esperti nel combattimento sulla lunga distanza grazie ai loro fucili di precisione) e ingegneri (poco avvezzi alla battaglia ma capaci di fornire supporto alle altre unità), ai quali si aggiunge la potenza di fuoco dell’Edelweiss, un carro armato lasciato a Welkin in eredità dal padre, il generale Belgen Gunther, da tutti ricordato come grande eroe nel precedente conflitto mondiale, che aiuta il sottotenente a divulgare gli ordini per la squadra e ad ingaggiare i veicoli d’assalto più massicci. Una volta scesi in campo, le parti si alternano in fasi separate durante le quali, a seconda della numero di punti comando disponibili, si assume il controllo di un singolo combattente per posizionarlo in maniera da sfruttare al meglio le coperture offerte dallo scenario e tentare di abbattere gli avversari o di occupare le loro basi. Qui entra in gioco la tradizionale dinamica della morra cinese, secondo la quale alcune classi sono più o meno adatte per contrastarne altre: i ricognitori, ad esempio, possiedono delle letali granate con cui attaccare gruppi di soldati, ma devono restare al di fuori qualsiasi linea di tiro perché incapaci di sopportare più di poche pallottole, mentre l’arma dei lancieri è in grado di oltrepassare la corazza di un blindato ma ha munizioni limitate e non può rispondere al fuoco nemico. Lo spazio di manovra per ogni personaggio è dettato da un’altra unità di misura, i punti azione, la cui quantità varia in base alla classe e, in misura minore, all’identità di chi abbiamo scelto di schierare: tutte le reclute della Squadra 7 hanno infatti caratteristiche differenti che influenzano le prestazioni in battaglia, nonché una serie di doti caratteriali che forniscono a loro volta bonus o penalità legati alle circostanze ed agli alleati che li accompagnano. Il sistema di controllo e di gestione dei turni ricordano molto da vicino X-COM, tanto gli episodi originali quanto il reboot della Firaxis, e non a caso: Ryutaro Nonaka e Shuntaro Tanaka sono da sempre dei grandissimi fan della saga targata Microprose, e di contro Julian Gollop, che con il fratello Nick le diede vita, ha affermato di essere rimasto colpito dalla visione d’insieme di Valkyria Chronicles, rivelando che il suo purtroppo cancellato The Dreamland Chronicles avrebbe dovuto essere un remake completo del primo X-COM in terza persona, con meccaniche estremamente simili al titolo della Sega.
ANCORA UNA VOLTA, CON SENTIMENTO
Tuttavia, per quanto il motore grafico non abbia risentito affatto dello scorrere del tempo, con modelli poligonali e scenari un po’ troppo spigolosi ma comunque gradevoli da contemplare, lo stesso non si può dire della componente strategica in sé. Valkyria Chronicles resta un gioco di otto anni fa, e da allora la formula è stata ripresa e migliorata da molti altri titoli, su tutti il già citato rifacimento di XCOM ad opera della Firaxis: alcune ingenuità strutturali come i bonus di copertura, che restano attivi anche qualora si aggirino le stesse per colpire i nemici che vi si nascondono dietro, o la possibilità di muovere “forzatamente” le proprie unità investendole con il carro armato, senza che riportino alcun danno né dispendio di punti azione, sono state lasciate intatte in questo remaster, e la valutazione finale di ogni livello, che incide in maniera proporzionale sull’ammontare di soldi e punti esperienza guadagnati, rimane legata alla velocità con cui viene completato lo stesso senza prendere in considerazione la tattica o l’incolumità delle truppe spiegate. A onor del vero, sono diversi i frangenti in cui l’esperienza risulta più affine ad un puzzle game che ad uno strategico vero e proprio, dato che spesso saremo costretti a rivedere dall’inizio la pianificazione di uno stage perché colti alla sprovvista da un evento improvviso che rimescola le carte in tavola, e dunque impossibilitati a concludere l’operazione entro il numero di turni previsto. Beninteso, ottenere sempre il massimo grado conferibile non è necessario per portare a termine i 18 capitoli in cui è suddivista la storia, ed è in ogni caso possibile racimolare denaro ed esperienza ripetendo una serie di missioni alternative, ma è chiaro che pretendere una conoscenza mnemonica dei livelli per poterli completare al meglio pone un grosso limite all’approccio ponderato, in favore di rapide incursioni che sfruttino al meglio il susseguirsi degli eventi o le macroscopiche pecche nelle difese avversarie. Già, perché la IA dei nostri rivali non brilla certo per iniziativa, e tenta di avere la meglio su di noi sfruttando esclusivamente il proprio numero anziché attenersi a schemi comportamentali ben precisi. Sono già diverse le mod su PC che riequilibrano la struttura di gioco ed ovviano in parte ai problemi sopraelencati, e questo soltanto con piccoli ritocchi epidermici sui file di configurazione, dunque non vi sono motivi perché questa riedizione non possa avvalersi di qualche variazione che influisca dal punto di vista concettuale oltre che puramente estetico, se non quelli dettati dai fondi investiti nel progetto e dalle tempistiche di rilascio.
Tornando ad analizzare il lato tecnico, i letargici caricamenti che funestavano l’originale sono qui ottimizzati alla perfezione, per la gioia di quanti all’epoca trascorsero più tempo ad osservare la schermata di attesa che le sequenze interattive e non del gioco. Il doppiaggio, come era lecito aspettarsi, è stato mantenuto sia in inglese che in giapponese e resta ammirevole lo sforzo profuso dagli attori per diversificare ogni singolo membro della Squadra 7, non soltanto i personaggi principali ma anche le reclute non indispensabili ai fini della trama, concorrendo a valorizzare un mondo che risulta altresì popolato da figure che hanno un proprio peso specifico, non da semplici comprimari trascurabili. La colonna sonora composta da Hitoshi Sakimoto sottolinea brillantemente ogni singola congiuntura fondamentale della storia, dagli assalti contro le inespugnabili roccaforti nemiche (o almeno, ritenute tali prima dell’arrivo di Welkin e dei suoi compagni) ai brevi momenti di tranquillità, fino ai tragici istanti in cui si metabolizza la perdita di uno o più membri del team. Impeccabile anche il lavoro svolto in termini di scelta e spazializzazione degli effetti sonori, che ci consentono di capire cosa succede attorno ai nostri commilitoni persino nel caso in cui il campo visivo sia limitato dalla distanza o dagli elementi dello scenario.











































