“Se fossi religioso direi che è arrivata l’apocalisse. Siccome non sono religioso, mi limito a dire che sono venuti i nazisti, il che, forse, è la stessa cosa.” – Alberto Moravia
L’apocalisse. La fine del mondo. La scomparsa dell’umanità. C’è da dire che gli amanti del cinema, di una certa narrativa letteraria e, ovviamente, del videogioco, adorano assistere alla fine dei tempi, all’evento (preferibilmente una catastrofe nucleare di immense proporzioni) che spazzerà via il nostro pianeta da ogni forma di vita presente su di essa. Specie quella umana. In epoca recente, saghe leggendarie come Hokuto No Ken (il manga e l’anime) e Mad Max (il film, dal cui ultimo capitolo Warner Bros. Interactive ha tirato fuori un tie-in tutto sommato piacevole) hanno ampiamente trattato l’argomento, riscuotendo un successo assolutamente fuori parametro, e anzi, diventando in men che non si dica una sorta di punto di riferimento per ogni “apocalisse nucleare” che si rispetti. Nel panorama dei videogiochi, la saga di Fallout è un po’ il baluardo di questo modo di intendere la fine dei giorni, un’epoca in cui le rigogliose lande verdi e fiorite che tutti conosciamo fanno spazio a tristi distese di sabbia, condite di morte e distruzione (e perché no, qualche mostruosità deforme ad abbellire il panorama). Il tutto, sempre e comunque frutto di una guerra nucleare, nel caso del titolo Interplay inizialmente scoppiata tra Cina e Stati Uniti e conclusasi con un “game over” per l’umanità nell’anno 2077: le due potenze militari avevano infatti sganciato una dozzina di ordigni nucleari decimando letteralmente la razza umana, ridotta a sparuti gruppi di sopravvissuti che si mettono subito al lavoro per costruire dei rifugi anti-atomici che prendono il nome degli ormai stranoti “Vault”.
E Fallout 4, il best seller uscito proprio in questi giorni (qui la nostra recensione per chi se la fosse persa), è un fenomeno che riflette appieno questo modo di intendere (ed amare) l’apocalisse nucleare. Il titolo prodotto da Bethesda Softworks, forte delle sue 12 milioni di copie, è uno sguardo ad un futuro assolutamente plausibile e che piace, un futuro in cui la tecnologia non è stata assolutamente abbandonata, anzi, è stata completamente stravolta e contestualizzata al particolare momento storico. Personal computer dall’aspetto goffo e retrò, fanno intendere un passo indietro per quanto concerne l’evoluzione dei sistemi elettronici, utilizzati per armi e veicoli o per la creazione di avanzati automi civili e da battaglia. Niente nanotecnologie avveniristiche o pratici metodi di comunicazione: il mondo di domani sarà in realtà un “nuovo ieri”, molto simile a quello che vissero i nostri genitori (o nonni) a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, ovviamente senza il problema di dover fare i conti con una Zona Contaminata fuori dalle loro deliziose abitazioni.
Il regno del retronuovo, del futuro re-immaginato da un passato prossimo, è quindi un qualcosa di più verosimile di quanto crediate. Anche lo stesso Pip-Boy, il celebre visore di Fallout, altri non è infatti che un dispositivo da braccio delle RobCo Industries, un wearable assolutamente cresibile se lo intendiamo come uno “step forward” delle attuali tecnologie da polso realizzate da Apple o simili. Nutrirsi di scarafaggi radioattivi, sopravvivere ai mutanti e alle insidie della Wasteland, è quindi pane quotidiano per i videogiocatori di oggi, di ieri e, ne sono sicuro, anche di domani. Sperando che quel domani, nonostante le premesse di film e videogiochi, troppo apocalittico non sia.











































