Dalla Serie A alla Serie Piedi a Banana. Andata e, finalmente, ritorno. Re indiscusso delle simulazioni calcistiche e, più in generale, sportive fino agli inizi del secolo per poi attirare sempre più critiche vomitate dalla sua stessa fanbase: la parabola discendente intrapresa da PES ormai una decade fa ha subito una netta inversione di tendenza nell’ultimo biennio, per una rincorsa nei confronti del rivale e della sua stessa storia portata, almeno dal punto di vista del gameplay, a splendido compimento con Pro Evolution Soccer 2019. Ed è paradossale come il miglior capitolo di Winning Eleven – sì, mi piace chiamarlo così – da almeno dieci anni a questa parte, arrivi sui campi di calcio videoludici nella stagione che segna la perdita della pesante licenza Champions League. Insomma, sembrava un disastro annunciato e, invece, in attesa di provare le modalità legate al multiplayer, il codice review testato a fondo nelle sue peculiarità offline ha messo in mostra poche, storiche, lacune, ma anche una mole impressionante di pregi legati, neanche a dirlo, ad animazioni, fisica, illuminazione e gameplay. Tanto gameplay.
“Io sono giapponese”
In fondo a questa pagina non troverete il canonico voto. Arriverà in un secondo momento quando, come accennato, avremo la possibilità, come tutti, di accedere ai server Konami e, quindi, testare pienamente le potenzialità legate all’online al multiplayer. Non si tratta di cosa da poco, chiariamo. Nonostante le promesse, è innegabile come uno dei talloni di Achille di PES siano proprio il matchmaking, ancora troppo lento e inefficace fino alla passata stagione, e la fluidità dei match online, spesso claudicante nell’edizione 2018. Come a dire che, su questi aspetti, ci torneremo, statene certi, nel prossimo futuro, con la seconda parte di recensione formulata ad hoc. Non c’è invece bisogno della patch day one per sentenziare come, sul fronte delle licenze, la situazione resti piuttosto critica per il calcio made in Japan. Il confronto con FIFA, da questo punto di vista, resta impietoso, tra loghi farlocchi per i maggiori campionati e, soprattutto, pesanti assenze di top team, sostituiti da surrogati poco simpatici anche per il giocatore meno esigente sul fronte dell’atmosfera. Nulla di grave, si fa per dire, in attesa dei file creati ad hoc dalla nutrita fanbase. Eppure, l’impossibilità di godere a pieno, valga a mo’ di esempio, della “vera” Juventus farà storcere il naso a qualche milione di tifosi. Si tratta, lo ripetiamo, di una pecca “storica”, su cui chiunque, almeno tra i lettori, avrà già fatto il callo, smussato da anni di Batutista o Roberto Larcos. In fondo, come ben sanno i videogiocatori puri e duri, è il gameplay a fare la differenza. Meglio quando pienamente supportato, è questo il caso, da una realizzazione tecnica francamente impeccabile, dove l’implementazione della fisica e la fluidità delle animazioni spiccano su tutti, davvero tutti, gli altri aspetti.
We are a Football Tribe
Ben piantati nel menu principale e saltando, per forza di cose, tutto quanto necessiti di server attivi e funzionali – con apertura arrivata solo poche ore prima della pubblicazione di questo “work in progress” – notiamo un sensibile miglioramento estetico e pure funzionale delle schermate che, tra allenamento, esibizione, campionati e coppe, ci regalano ben poche novità. Il Campionato Master resta il fulcro dell’esperienza single player, aggiungendo piccoli ritocchi estetici e strutturali ad una formula che, come sempre, permette di alternarsi tra i ruoli di allenatore e manager di un club professionistico. Per chi, invece, vuole concentrarsi sul ruolo del giocatore in erba, dai primi passi fino alla consacrazione, resta valida l’offerta di Diventa un Mito, pure questa affinata, ma tutt’altro che rivoluzionata nella sostanza. Quel che conta, ancora, lo si percepisce sul campo quando, in un tour forzato tra tutte le modalità dedicate al gioco offline, ci si ritrova pad in mano davanti ad una simulazione calcistica di gran pregio, dove lo spettacolo si mescola non solo ad una messa in scena di sicuro impatto, ma anche e soprattutto ad un kit di animazioni semplicemente splendide. Sotto questo aspetto, il grosso del lavoro, in Konami, lo avevano fatto lo scorso anno. Eppure, è davvero probabile che l’addio alla vecchia generazione di hardware abbia davvero “liberato” le potenzialità del Fox Engine, in grande spolvero su PS4 Pro collegata ad un pannello 4K con supporto HDR. Eh già, perché il “nuovo” sistema di illuminazione Enlighten tocca punte di fotorealismo inedite. E non solo quando l’inquadratura si allarga fino ai “tetti” degli stadi ricolmi di pubblico, ma anche quando l’arbitro fischia il calcio di inizio, aprendo le ostilità dei primi match. Ancora una volta, repetita iuvant, sono le animazioni a recitare la parte del leone, ché la loro bellezza incide in maniera evidente anche sul gameplay. Un centinaio di partite ad uso “stress test” non sono bastate per mettere in difficoltà la fisica che regola l’universo calcistico della casa nipponica: piuttosto che piegare le regole del realismo a quelle della giocabilità, o il contrario, il team di sviluppo ha evidentemente centrato l’obiettivo del mix “quasi” perfetto. Restano alcuni dubbi su quanto PES 2019 possa davvero essere considerata o meno una simulazione “tot-court” piuttosto che un “simcade”. Nessun dubbio, invece, sulla validità dell’offerta che, pur spingendo l’acceleratore sul pedale del realismo, riesce sempre a divertire. Merito, pure, del ritmo di gioco: non troppo lento, mai troppo veloce. A velocità standard, il gioco si avvicina convintamente ai tempi di una partita vera. Poco importa che sia quella da vivere allo stadio piuttosto che da ammirare comodamente in TV. Laddove, sul fronte dei contenuti, Konami si è limitata a limare, le modifiche apportate alla fase giocata sembrano ben più sostanziose. Merito, pure, della fisica legata alla sfera, in parte riscritta come il sistema che regola tiri e cross. La sensazione è di avere un maggior controllo sugli esiti di una conclusione o di un disimpegno, così come i movimenti della squadra, tanto in fase difensiva quanto offensiva, moltiplicano le possibilità di intervento del giocatore. Pollice in su lo meritano le dinamiche del gioco aereo che, grazie all’intelligenza artificiale dei portieri, non sono né troppo limitate e neppure eccessivamente permissive. In PES 2019 si può segnare con estrema facilità quando si gioca bene, davvero bene. Al contrario, far gonfiare la rete, specie alzando il livello di difficoltà, potrebbe rivelarsi un’impresa ardua per chi, piuttosto che costruire con oculatezza l’azione, preferirà sgroppate solitarie destinate ad esaurirsi al primo raddoppio. I difetti? Ci sono, senza alcun dubbio. Alcuni emergeranno poco alla volta, come è giusto che sia. Ad oggi, le criticità, al netto di un pressing della CPU fin troppo asfissiante, restano legate ad alcuni e persistenti binari che, specie in fase di rincorsa del pallone, rompono un po’ la sensazione di avere un controllo realmente totale. Allo stesso tempo, traslati su una configurazione composta da PS4 Slim e Full HD, emergono alcune magagne tecniche di cui dare conto. L’illuminazione, ad esempio, è meno convincente e le scalettature sui corpi dei giocatori spezzano un po’ l’illusione di realismo sopra citata. Non è l’hardware, invece, a incidere sulla telecronaca del duo Caressa – Marchegiani: nonostante il buon tempismo, la recitazione lascia, alle volte, qualche dubbio. Personalmente, ho preferito, ancora una volta, affidarmi al più pimpante commento angolofono.
Belli come Beckham
Nessun dramma: a dispetto delle licenze assenti e, alle volte, goffamente mascherate, la riproduzione del “contorno” è, ancora una volta, degna di merito. I volti dei giocatori, non solo i top player o le vecchie glorie del passato presenti in gran quantità, trasudano agonismo, rabbia, gioia, persino stanchezza quando, nelle minuti finali, la tensione sale e i crampi pure. Piccoli gesti, alcune smorfie, una finta caratteristica. Oltre alla stazza e agli elementi fisici più banali, la cura riposta nei singoli atleti sfiora il maniacale, per poi superarlo con gli uomini di copertina. Segno della volontà degli sviluppatori di volersi superare di anno in anno, beneficiando di un engine evidentemente padroneggiato in toto. Se alle “solite” carenze in termini di loghi, cori e bandiere si contrapporranno, almeno su PC e console, i famosi “file” che non tarderanno ad arrivare, Konami ha assicurato un maggiore supporto ufficiale a suon di data pack da sfornare con cadenza regolare per inedite politiche ancora tutte da chiarire e, quindi, valutare.
https://www.youtube.com/watch?v=SSfko2Ps9oY
Se il quadro sopra dipinto presenta pennellate di ludogodimento reale e sincero, è doveroso smorzare ogni tipo di entusiasmo che, in sede di valutazione numerica, rischierebbe incauti eccessi. A determinare le fortune di Pro Evolution Soccer 2019 sarà, dovrà esserlo, la solidità del multiplayer online. Laddove le sfide sui server sapranno mantenere il ritmo e la reattività di quelle offline, ci ritroveremmo davanti, senza alcun dubbio, ad uno dei migliori calcistici di questa generazione. Degli aspetti legati all’online in qualsiasi sua forma – dalla modalità My Club al matchmaking passando per le competizioni ufficiali – se ne riparlerà tra qualche giorno, quando il voto finale decreterà, o meno, il ritorno definitivo della serie nel campionato dei grandi. E pazienza per le licenze e pure della Champions. Noi siamo una tribù e, come una volta, vorremmo solo tornare a giocare. Per davvero.













































