Al giorno d’oggi siamo abituati ad imbatterci in periferiche atte a ricostruire fedelmente l’abitacolo delle auto più in voga, ma nei primi anni ‘80 l’unico modo di attaccarsi a un volante altrettanto realistico era di salire in macchina all’insaputa di papà. Facile comprendere quindi l’euforia provata dai gamer dell’epoca quando Coleco lanciò sul mercato il suo mirabolante Driving Wheel.

Secondo modulo di espansione mai abbinato al prodigioso ColecoVision – il primo era costituito dal modulo di compatibilità che permetteva alla console di montare cartucce Atari 2600 (!) – questo ergonomico sterzo da tavolo provvisto di pedale acceleratore e opportuna custodia controller laterale venne distribuito in tutto il mondo a partire dal 1983.

A renderlo un must-buy per ogni possessore della console madre ci avrebbe pensato il supporto di un titolo di ampio richiamo come Turbo, conversione home dell’hit a gettoni con cui Sega aveva dato una vibrante scossa al mondo dei racing game da sala appena due anni prima.

In barba ad un debutto più che promettente sotto il profilo delle vendite e ad una comprovata efficacia prestazionale, il Coleco Driving Wheel non avrebbe tuttavia tenuto fede alle premesse: sfumato l’iniziale hype, gran parte degli sviluppatori originariamente interessati a sviluppare software dedicato sarebbero infatti tornati sui propri passi, giacché spaventati dall’entità degli investimenti necessari a integrare il supporto.

Oltre a Turbo, gli unici titoli a sfruttare la periferica furono pertanto Destructor, Pitstop, Bump ‘n Jump e The Dukes of Hazzard: troppo pochi per favorire il successo dell’iniziativa, ma quanto basta per testimoniarne almeno l’efficienza. Non a caso, negli anni a seguire, tante altre aziende avrebbero ripreso il format della periferica targata Coleco, con esiti ben più incoraggianti.










































