Emigrant Song, l’emigrazione attraverso gli occhi di Vanth Studio

Emigrant Song

Cosa si provava ad essere un emigrante italiano nella Grande Mela degli anni ’20 dello scorso secolo? Da questa domanda, e dalla volontà di sensibilizzare il pubblico sullo spinoso tema dell’immigrazione, è nato Emigrant Song, il titolo di Vanth Studio che ci mostra come, a volte, non tutto il male viene per nuocere, specialmente quando si è indesiderati in terra straniera.

Durante la Milan Games Week 2018 abbiamo avuto occasione di provare tanti, tantissimi titoli indie italiani emergenti e, tra questi, abbiamo messo le mani anche su Emigrant Song. Nel titolo di Vanth Studio, che secondo quanto dichiarato dagli sviluppatori dovrebbe fare il suo debutto entro la fine del 2019 su Steam, impersoneremo un immigrato italiano nella New York degli anni ’20, impegnato a trovare un modo per sopravvivere e a, nel suo piccolo, mantenere la propria identità culturale. Per farlo avremo diversi modi ma la meccanica centrale del gioco, che poi è effettivamente il punto di forza di questa produzione, sarà incentrata sul diventare dei veri e propri menestrelli di strada. Attraverso le canzoni, infatti (che possono essere suonate sulla nostra chitarra attraverso delle piccole sessioni molto simili a un Guitar Hero, per intenderci) cercheremo di portare tutta la gioia partenopea del nostro personaggio tra le fredde e grigie strade di una New York che, inutile dirlo, ci farà sentire indesiderati e inopportuni ad ogni passo.

Non solo musica, comunque, anche la narrazione e soprattutto le scelte che potremo operare nel corso della nostra partita sono estremamente importanti nel titolo di Vanth Studio. Potremo, tra le altre cose, decidere ad esempio di abbandonare il sogno di diventare musicisti ed affermare in questa maniera la nostra identità personale e culturale per virare verso sentieri più “facili”, come la malavita, o più remunerativi, come mestieri più tradizionali. La scelta, in questo caso, sta solo al giocatore che sarà libero di gestire la sua unica opportunità nel cuore dell’America.

Realizzato con Unity e caratterizzato da una grafica in stile pixel art, il gioco si presenta in modo decisamente accattivante, grazie anche ad un sapiente utilizzo di filtri (tra cui un delizioso effetto “pellicola sgranata” attivabile a volontà dal giocatore) che riescono a conferire ai toni grigiastri del bianco e nero una nuova vita e, soprattutto, ad omaggiare il periodo storico in cui il titolo è ambientato. Buono anche il comparto sonoro, con musiche pregevoli e una buona definizione dell’audio di gioco.

Per il momento da Emigrant Song è tutto, vi aspettiamo in Milan Games Week per scoprire con noi tutti i titoli indie italiani presenti alla manifestazione meneghina.

Gamer dal 1990, complice un NES è diventato un essere mitologico, metà uomo metà pad. Nato per partenogenesi dal dio Chaos, si narra che nel suo pizzetto viva un troll viola del tutto simile a Trevor Phillips. Tra una sessione di gaming e l'altra è riuscito a procreare e la stirpe, sorprendentemente, è umana. Sincero, arrabbiato e politicamente scorretto, ama Halo alla follia, tanto da chiamare la figlia Cortana.