Dying Light: Bad Blood Recensione, un battle royale come si deve

Dying Light Bad Blood

Sarò sincera: ormai da quando Fortnite ha cominciato a spopolare tra i bambini e gli adolescenti di tutto il mondo (mia sorella minore compresa. Sono circondata.), al solo sentir parlare di battle royale mi si drizzano i capelli e vedo rosso. Tant’è che ai tempi dell’E3, parlando dell’annuncio di Fallout 76, ho pregato almeno una quindicina di pantheon perché la mia serie preferita non seguisse la “moda del momento” degenerando nell’ennesimo battle royale; e grazie a Dio così non è andata, ma sto divagando. Dying Light: Bad Blood, quindi. Già il buon Marco Piccirilli ebbe l’occasione di provarlo alla gamescom: leggendo il suo articolo mi ero lasciata convincere ad ammorbidire le mie posizioni in merito ai battle royale, passando dalla mia proverbiale intransigenza alla modalità “non ho nulla contro Dio, è il suo fan club che mi spaventa“. Ma a mettere le mani sopra questo particolare titolo si apre un mondo. Un mondo meraviglioso. Ma andiamo con ordine.

Dying Light: Bad Blood

Ne rimarrà solo uno!

Il giocatore, all’inizio della sessione, verrà catapultato nei bassifondi di Harran, ridotti al perfetto campo di battaglia per la sopravvivenza. Il compito è molto semplice: raccogliere campioni di sangue a sufficienza dai vari nidi (hive) sparsi per la mappa e salire sull’elicottero che lo porterà in salvo. Con un solo posto a sedere disponibile a fronte di 12 giocatori per sessione, pronti a tutto pur di avere i campioni degli altri e di salire su quel dannato elicottero prima che scenda la notte.

La premessa già indica come dovrebbe essere strutturato un battle royale come Cristo comanda: essere l’ultimo uomo rimasto sulla Terra alla “Io sono Leggenda” può non bastare, quindi aggiungere anche uno scopo e altri nemici esterni ai giocatori reali contribuisce sensibilmente a differenziare il gioco dalla marmaglia, e a dare senso al genere battle royale. Il “ne rimarrà solo uno” quindi assume senso, in quanto il giocatore sarà l’unico sopravvissuto alla catastrofe zombie e al feroce “tutti contro tutti” che si scatenerà per aggiudicarsi il posto sull’elicottero.

Il gioco presenta quattro modalità: Tutorial, consistente in un video ben fatto che spiegherà le premesse del gioco; la normale modalità gioco, in cui ogni partita ci regalerà dei punti esperienza necessari per aumentare di livello; Ranked, in cui vincere le partite ci farà aumentare di rango (non disponibile in early access; mi viene da pensare che funzioni come in Hearthstone); e la Private, dove ci si può sfidare contro degli amici ma senza ottenere ricompense. Una modalità Amichevole, ma fino a un certo punto.

Prima di entrare nella vera e propria partita, verremo catapultati in una safe zone dove, nell’attesa, possiamo prendere dimestichezza con i comandi e con le interessanti meccaniche di gioco. Ed eventualmente divertirci a far fuori qualche rivale. Le armi spaziano dai classici pugnali, machete, archi e frecce, martelloni e asce fino ai piedi di porco, mazze da cricket, chiavi a rullo e mazze da baseball. Ognuna di esse può essere migliorata aggiungendo dei potenziamenti che troveremo nelle varie case disabitate di Harran, i quali aggiungeranno danni da elettroshock, scottatura o congelamento, o può aumentare la possibilità che l’avversario sanguini, facendogli quindi perdere più vita. Possiamo però trovare anche mine anti-uomo o armi da lancio, come granate, accette o molotov, le quali ci torneranno particolarmente utili quando troveremo orde di zombie, nemici più ardui o giocatori cocciuti. Di tanto in tanto, un elicottero verrà in nostro aiuto, paracadutando in punti random della mappa medikit e armi rare quindi occhio!

Come si può intuire, la velocità è tutto in Dying Light: Bad Blood. Non avremo tutto il tempo del mondo per raccogliere i campioni di sangue necessari al completamento della missione: l’arte dell’arrangiarsi diventa quindi un imperativo, insieme alla corsa forsennata e al parkour sugli edifici del quartiere. Nulla, ovviamente, ci vieta di fare i furbi, e quindi possiamo pazientemente attendere in un angolino che i nostri rivali si facciano fuori a vicenda, per poi fregargli i campioni e scappare via alla prima occasione. Anything goes!

Dying Light: Bad Blood 2

Varietà, divertimento e (tanto) sangue

Come il buon Fortnite insegna, nei battle royale la personalizzazione del tuo personaggio è ciò che lo rende riconoscibile agli occhi del mondo. Insieme alla capacità di sgozzare quanti più zombie e giocatori rivali possibili, ma son dettagli. Ecco quindi che accorrono in nostro aiuto tonnellate di avatar, maschere, armi speciali che si possono trovare durante le sfide, skin e boost disponibili nello shop, acquistabili attraverso due tipi di valute: gli Scar, i quali si possono acquisire dopo una sessione, e i Blood Buck, concessi come ricompensa al raggiungimento di un nuovo livello. Con la prima valuta sarà possibile acquistare armi e maschere rare o leggendarie, mentre la seconda può essere usata per ottenere dei nuovi avatar per personalizzare il proprio profilo, maschere e vestiario comune, boost per aumentare i punti esperienza e le Scar, e aprire stash di tipo comune, raro e leggendario. Il giocatore può inoltre scegliere tra 6 archetipi con cui giocare: Runner, Athlete, Engineer e Agent; le ultime due attualmente non sono ancora disponibili.

Precisazione dovuta: ormai le microtransazioni sono una prassi, e Dying Light: Bad Blood non è esente da questa tassa. Ma tirate un sospiro di sollievo: serviranno solo a comprare i Blood Buck, quindi nulla di (alla fine) così necessario. Unico punto dolente è la sensibilità del mouse: nei menù il puntatore appare lento da far schifo, mentre durante la sessione di gioco scapperà peggio di una zanzara a luglio; il problema è sicuramente risolvibile smanettando nelle opzioni relative alla sensibilità del puntatore (disponibili nel menu dei comandi), ma a un primo impatto può apparire abbastanza fastidioso.

Di notevole fattura è sia il comparto grafico che quello sonoro: il gioco è fluido e scorre che è un piacere (ovviamente tutto sta anche nella capacità del proprio PC), gli zombie sono estremamente dettagliati e realistici e la musica è ansiogena e adrenalinica allo stesso tempo. Nella schermata della vittoria, i giocatori si limitano molto signorilmente a esultare saltellando, evitando balletti e passi strani: in un post-apocalittico pieno di zombie e sangue, mosse come le Emote di Fortnite avrebbero avuto molto poco senso, quindi va bene così!

In conclusione, Dying Light: Bad Blood è un battle royale fatto davvero come Dio comanda. La formula del tutti contro tutti è giustificata sia dalla premessa che dalla lore generale di Dying Light (se ve la volete rispolverare un po’, a voi l’anteprima di Dying Light 2, sempre del nostro Marco Piccirilli!). Per chi, come la sottoscritta, non avesse avuto modo di sperimentarla, invece, questa piccola perla rappresenta un ottimo stand alone, perfettamente godibile e che aggiunge quel pepe in più alla formula battle royale a cui Fortnite ci ha ultimamente abituati. Il gioco è capace di mettere alla prova abilità, riflessi e strategia del giocatore. Ammazzare zombie sarà soddisfacente, ma fregare i campioni di sangue e l’equipaggiamento agli altri giocatori lo sarà infinitamente di più. Divertente e impressionante allo stesso tempo, e come ogni buon multiplayer FPS che si rispetti, fittamente popolato da russi modello “cyka blyat” e squatting slav in tracksuit. Consigliatissimo!