PlayStation Classic Recensione, anche Sony vola sulle ali della nostalgia

La nostalgia può essere percepita come uno stato d’animo positivo o negativo, a seconda delle vibrazioni d’umore di chi la prova, dei tempi che corrono e via discorrendo. Quella legata alla tecnologia del passato ĆØ probabilmente la tipologia di nostalgia più pericolosa con cui avere a che fare, perchĆ© se da un lato ci permette di avere accesso a un compendio di emozioni che credevamo ormai morte con l’infanzia e l’adolescenza, dall’altro presta il fianco al giudizio, sempre più critico, del giocatore ormai adulto e smaliziato, sempre più consapevole e spesso disilluso. PlayStation Classic, lanciata da Sony per cavalcare intelligentemente l’onda delle console retrò, si trova malauguratamente sospesa proprio su questo filo, rischiando di cadere da un lato fra le rassicuranti braccia di chi ancora vive nel passato e dall’altro in pasto ai sempre più cannibali giocatori di oggi. Ecco, nostro compito, qui di seguito, ĆØ darle una spintarella nella direzione giusta, lasciando però per un attimo da parte i sentimentalismi.

Il packaging

La scatola esterna della console ĆØ pensata e costruita per ricalcare nello stile e nei colori (e in parte anche nell’imballaggio interno) quella della prima PlayStation, con lo sfondo nero, squisitamente vintage, il font e il logo classici, ormai caduti ignominiosamente nel dimenticatoio – anche se Sony, attraverso le sue pagine social, ha dato il via negli ultimi tempi ad un’operazione di revival in tal senso. Anche le dimensioni, piuttosto generose rispetto al contenuto, lascerebbero ipotizzare una dotazione ben più ricca, ma in realtĆ  cosƬ non ĆØ: all’interno della scatola trovano infatti posto solamente la console, due controller, un cavo HDMI e un cavo micro USB da collegare a un alimentatore, purtroppo assente (ma si può utilizzare anche quello del proprio telefono). Il minimo indispensabile, insomma: del resto era difficile aspettarsi di più, considerato che anche le concorrenti di PlayStation Classic si sono attestate sugli stessi livelli.

Ti ricordavo più grande…

Una volta estratta dal suo involucro di cartone, ci si rende immediatamente conto di quanto questa versione mini di PlayStation sia davvero “mini”. Le sue dimensioni sono estremamente ridotte, tanto che può stare tranquillamente anche nel palmo di una mano, a patto, chiaramente, di non avere mani piccolissime. Non siamo ai livelli della sfortunatissima PlayStation TV, che resta ad oggi la console più piccola mai prodotta da Sony, ma poco ci manca. Malgrado i colori siano sostanzialmente gli stessi, il design ĆØ stato chiaramente semplificato e volto a tradurre in sostanza gli avanzamenti dal punto di vista tecnologico, che fanno sƬ che anche il peso sia estremamente contenuto, anche qui comparabile a quello di PlayStation TV. Spariscono i due alloggiamenti proprietari per i controller e le memory card, sostituiti da due ben più “fredde” ma funzionali porte USB. Al di sopra, dato addio al vano disco (la solita forma circolare ĆØ un vezzo puramente estetico), rimangono i tre tasti Power, Open e Reset: il primo fa andare la console in sleep mode, senza più la possibilitĆ  di spegnerla del tutto a meno di staccare l’alimentatore, il secondo serve per le operazioni di cambio disco, ovviamente soltanto virtuale, nei giochi che ne avessero bisogno, mentre il terzo chiude il software in esecuzione e fa tornare alla homepage del software di sistema. Sul retro continuano i minimalismi: sparito praticamente ogni buco adibito alla dissipazione – considerato il peso, ĆØ molto probabile che all’interno della “nuova-vecchia” PlayStation non ci siano ventole – trovano posto solamente gli ingressi HDMI e micro USB.Ā Facendo finta che al suo interno non esista una macchina di emulazione dei videogiochi PS1, insomma, si potrebbe anche utilizzare PlayStation Classic come un piccolo, gradevole (e costoso) soprammobile da salotto. I due controller, poi, sono molto simili alle prime versioni distribuite con la console in Giappone e in Europa nel 1994 e 1995, dunque totalmente sprovvisti di leve analogiche, a differenza del primo modello del Dualshock, commercializzato qualche tempo dopo. Si tratta di una scelta comprensibile in ottica “vintage”, anche se durante le nostre sessioni di gioco siamo rimasti spiazzati dall’assenza di un input differente dall’ormai antidiluviana croce direzionale. Se ĆØ vero che tutto sommato i videogiochi presenti non richiedono chissĆ  quale precisione nei controlli, ĆØ anche vero che dare la possibilitĆ  di scegliere in che modo giocare sarebbe stato, a livello pratico, francamente più giusto. I loro fili, perlomeno presentano una lunghezza più che sufficiente, cosa che rende PS Classic appetibile anche per sessioni di gioco sul televisore in salotti dalle dimensioni non gargantuesche. Lo stesso, purtroppo, non si può dire del cavo di alimentazione, che obbliga a tenere la console sempre vicina ad una presa di corrente, ma, se non altro, può essere liberamente sostituito.

Nostalgia portami via… in tutti i sensi

Alla prima accensione si viene accolti dal caro vecchio startup sound diĀ PlayStation, poche, indimenticabili note che hanno accompagnato un’intera generazione, purtroppo stralciate della seconda parte, la ben nota schermata bianca della defunta Sony Computer Entertainment (ora Sony Interactive Entertainment). Dopo qualche secondo eccoci nel menu di sistema, a navigare in un’interfaccia che, pur comoda e funzionale, avrebbe però potuto essere progettata un po’ meglio a livello estetico, con più rimandi al passato, rimandi che invece sembrano giĆ  essersi esauriti nell’hardware. Visivamente, con i giochi disposti a cerchio e poche altre funzioni nelle impostazioni di sistema (anche qui ridotte all’osso) si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un software di emulazione per PC, scarno e poco gradevole. Il minimalismo, insomma, continua anche qui, ma se lato hardware si riusciva perfino ad apprezzarlo, alla prova dei fatti e a TV accesa ĆØ difficile giustificarne la poca cura. Una parte importante del giudizio su questa PlayStation Classic la fanno, però, i videogiochi, con una selezione che si compone di 20 titoli totali. In ordine alfabetico, troviamoĀ Battle Arena Toshinden,Ā Cool Boarders 2,Ā Destruction Derby,Ā Final Fantasy VII,Ā Grand Theft Auto,Ā Intelligent Qube,Ā Jumping Flash!,Ā Metal Gear Solid,Ā Mr. Driller,Ā Oddworld: Abe’s Oddysee,Ā Rayman,Ā Resident Evil Director’s Cut,Ā Revelations: Persona,Ā Ridge Racer Type 4,Ā Super Puzzle Fighter II Turbo,Ā Syphon Filter,Ā Tekken 3,Ā Tom Clancy’s Rainbow Six,Ā Twisted Metal eĀ Wild Arms. Si tratta di una lineup qualitativamente soddisfacente nel suo complesso, ma abbastanza altalenante e poco esemplificativa dei videogiochi che hanno segnato il successo di PlayStation: mancano, ad esempio, perle come i Castlevania, i Chrono, i Silent Hill, i Legacy of Kain, Vagrant Story e molti altri. La console, poi, non fa molto per consentirvi di riapprezzarli al meglio: scordatevi qualsivoglia operazione di restauro, perchĆ© tutto vi viene proposto in forma squisitamente old school, con risultati paragonabili (per non dire quasi identici) all’emulazione possibile su PS3 e PSP. Delude anche la generaleĀ mancanza della localizzazione in lingua italiana, anche se presente all’epoca, per i giochi: se per il doppiaggio ci sentiamo di non bocciarla (quello di Metal Gear Solid era davvero terribile) lo stesso non si può dire per i testi, quasi tutti sempre e comunque in inglese, eccezion fatta (magra consolazione) per Grand Theft Auto e Rainbow Six.

PlayStation Classic si propone come il pezzo d’hardware che ha sempre voluto essere, nĆ© più nĆ© meno: un gingillo per appassionati, in grado di far riassaporare diversi pomeriggi di piacevole nostalgia a chiunque, sciaguratamente, non fosse più in possesso della console originale (o non abbia modo di recuperare parte dei titoli inclusi nella lineup). Nelle fattezze e nell’idea di fondo, appetibile per qualsiasi collezionista, la console si presenta con unaĀ invidiabileĀ cura per i dettagli, ma lo stesso non si può dire del software che monta e dei titoli al suo interno, che, tolta qualche piacevole sorpresa, avrebbero potuto essere selezionati in maniera ben più convincente. C’ĆØ da augurarsi, semmai Sony dovesse realizzare altre console simili in futuro, che possa imparare dagli errori commessi, troppi, anche visto l’esorbitante prezzo (ben 99 euro), per poter consigliare PlayStation Classic a scatola chiusa. A meno che, chiaramente, non siate irriducibili appassionati… ma quello, si sa, ĆØ un micro-mondo che segue logiche tutte sue.

Nato nello scorso millennio con una console fra le mani e rimasto per molti anni confinato nel mondo distopico della Los Angeles del 2019, ha infine deciso di uscirne per divulgare al mondo intero le sue più grandi passioni: il videogioco in tutte le sue forme, il cinema (quello vero) e Dylan Dog.