Black Mirror, serie televisiva antologica di Endemol, distribuita da Netflix, è sicuramente uno dei prodotti più interessanti degli ultimi anni. Visto che ogni stagione è a sé stante, solo alcuni elementi connettono le varie puntate: in particolar modo la visione pessimista e decedente della tecnologia e della modernità, aspetto presente in quasi tutti gli episodi. Ma l’opera si è voluta spingere oltre e ha voluto tentare un approccio del tutto diverso sul piccolo schermo, proponendo un film interattivo, diretto da David Slade e scritto dal noto Charlie Brooker, ideatore del prodotto televisivo sopracitato. È infatti uscito il 28 dicembre, Black Mirror: Bandersnatch, disponibile sulla nota piattaforma streaming americana. Vediamo nel dettaglio cosa ha funzionato e quello che invece poteva essere migliorato.
Originalità?
Nonostante sia stato pubblicizzato come un lungometraggio innovativo, la formula presentata, strutturata su più binari ramificati che possono essere scelti autonomamente, non è per nulla nuova. Tra gli anni 80′ e 90′, infatti, si sono susseguite moltissime realizzazioni (tra pellicole, libri e giochi) con gli stessi identici elementi che possiamo trovare in questa moderna creatura. Il mondo dei videogiochi, inoltre, con case di sviluppo come Telltale Games e Quantic Dream (gli esempi più noti) ha continuato a seguire questa scia, rilasciando da qualche anno sul mercato validissime creazioni come Heavy Rain, The Wolf Among Us e il recente Detroit: Become Human. Questo ci fa capire che non stiamo valutando qualcosa di rivoluzionario, ma un genere vero e proprio già ampiamente affrontato, più e più volte. Tralasciando le dichiarazioni di intenti iniziali, ci troviamo di fronte comunque ad una storia ben fatta e strutturata, girata decentemente, che colpisce per l’impianto narrativo, studiato brillantemente in ogni bivio possibile. Ma c’è un enorme però. Nonostante siano tante le possibili diramazioni della sceneggiatura, molte di queste si trasformano in un nulla di fatto e portano lo spettatore ad indirizzarsi su specifiche direttive, grazie alle quali si giunge ad una delle conclusioni previste. Molto spesso, infatti, accade che dopo una determinata scelta, la trama si bloccherà di colpo e saremmo costretti a tornare indietro e modificare idea, o scegliendo un’altra risposta o cambiando totalmente scena e continuando su quell’altra linea. È sicuramente vero che questo in alcuni momenti è necessario per guidare lo spettatore verso determinati aspetti del racconto, ma quello che si percepisce è una limitazione, che in alcuni momenti ostacola i piani dei fruitori. Un aspetto sicuramente di pregio è il cast coinvolto, composto principalmente da Fionn Whitehead (Dunkirk, the Children Act) che interpreta Stefan Butler, Will Poulter (The Maze Runner, The Revenant) nei panni di Colin Ritman e Asim Chaudhry (People Just Do Nothing, High & Dry) nel ruolo di Mohan Thakur, tutti e tre perfettamente in parte e inseriti in un contesto storico efficace. Quest’ultimo è supportato da dei riferimenti diretti agli anni 80′, dalla musica, fino ai film e ai videogiochi dell’epoca, che donano maggiore realismo alla vicenda.
Una narrazione curata (ma non troppo)
Dopo aver parlato del sistema alla base del film, è doveroso parlare anche del copione, anch’esso di vitale importanza. La sceneggiatura racconta la storia di un giovane programmatore, che tenta a tutti i costi di proporre il suo lavoro ad un importante casa di sviluppo videoludica. Il suo impegno costante nella realizzazione del gioco porterà il suo creatore ad un progressivo delirio, che sconfinerà in una serie di sconvolgenti situazioni. Da queste poche parole si può dedurre che le tematiche che si approfondiscono nel lungometraggio sono in pieno stile Black Mirror (omaggiato con degli espliciti easter egg), e in effetti da questo punto di vista gli spettatori non rimarranno delusi, rimanendo spesso con il fiato sospeso in alcune scene specifiche. In effetti si riconosce piuttosto facilmente la scrittura di Charlie Brooker, che ha confezionato una trama ansiogena, inquietante e (a tratti) disturbante, ma che, se comparata ad altri episodi della serie, soffre in alcuni casi il confronto, ma d’altronde stiamo discutendo di qualcosa di leggermente diverso dalle normali puntate dell’opera. La ricerca e cura nel testo sono evidenti, ma, nonostante questo, alcune scelte narrative da effettuare portano a delle dinamiche troppo abbozzate e (in alcuni casi) non molto approfondite. Spesso si fa uso, ad esempio, della meta narrazione e questo se da una parte è sicuramente una attrattiva notevole, dall’altra sembra solamente un gioco di stile, visto che in determinate situazioni non è giustificato da elementi verosimili. C’è da riconoscere che non era assolutamente semplice gestire un parco così variegato di opzioni e quello che appare piuttosto chiaro è che la storia è sfuggita di mano agli artisti, che non sono riusciti a gestirla sempre al meglio. Ci troviamo comunque di fronte ad un progetto interessante, che se fosse stato corretto nei punti che abbiamo menzionato, avrebbe probabilmente avuto una risonanza maggiore e forse sarebbe riuscito a codificare un nuovo filone seriale.
Black Mirror: Bandersnatch non è sicuramente un esperimento cinematografico da sottovalutare, ma nemmeno da elevare ai massimi livelli. Non è giusto colpevolizzare troppo le menti alla base di questa pellicola, che hanno voluto testare un nuovo approccio interattivo al medium televisivo, usato relativamente poco sul piccolo schermo. Il tentativo non è da considerare nel complesso negativo, visto che si riesce ad avvertire tutto l’impegno e la dedizione della troupe. Parlando dei difetti riscontrati, essi derivano principalmente da scogli che era inevitabile non colpire, perlomeno al primo tentativo di realizzazione di un prodotto del genere. Bisogna decisamente continuare su questa linea in futuro, perché dalle critiche e dalle imperfezioni si può costruire prossimamente un impianto narrativo decisamente più compatto e organico.












































