Dopo il successo ottenuto al Festiva di Cannes nel 2015 con Louisiana (The Other Side), Roberto Minervini torna al cinema con il suo nuovo documentario dal titolo Che fare quando il mondo è in fiamme?. Il film documentario, presentato in concorso alla 75° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, affronta il fenomeno del razzismo negli Stati Uniti d’America, prendendo spunto dalle violenze che nel 2016 videro coinvolta un’intera comunità afroamericana di Baton Rouge, in Louisiana. Minervini va alla ricerca del racconto intimo e quotidiano dei membri di quella comunità, portando alla luce tre storie di individui che lottano duramente per la giustizia, la dignità e la sopravvivenza. Si fa così la conoscenza di Judy, alle prese con la gestione di un bar minacciato dalla gentrificazione; Ronaldo e Titus, due fratelli che cercano ogni giorno di salvarsi dai pericoli della strada; e infine Kevin Goodman, che lotta per mantenere vivo il patrimonio culturale della sua gente.
Minervini ci conduce così nei meandri più profondi, e dimenticati, della società americana, costruendo un film in cui finzione e documentario si fondono e ridefiniscono. Viene così portato avanti un nuovo discorso sul quel cinema del reale che il regista sembra conoscere così bene. Ambientato nel primo anno del governo Trump, il film sembra una premonizione di un clima sempre più cupo per quanto riguarda le questioni raziali, capace così tanto di parlare al popolo americano quanto a quello europeo. Minervini pedina i suoi protagonisti per fornirci il ritratto di vite al margine, che riflettono sulla loro condizione e ci parlano della difficoltà di tale esistenza. Fotografato con un bianco e nero che sembra avere tra i suoi intenti quello di annullare qualsiasi diversità cromatica, il documentario si colloca come un discorso perfettamente coerente all’interno della filmografia dell’autore, formatosi in negli Stati Uniti e forse proprio per questo capace, con occhio esterno, di coglierne ipocrisie e contraddizioni.

Nel segmento più convincente del film, in particolare, osserviamo i due fratelli Ronaldo e Titus andare alla scoperta del mondo per le strade della comunità, acquisendo il loro punto di vista su tutto ciò con cui è possibile scontrarsi in questi luoghi, dalla droga alla povertà, e sempre con un generale di assenza di prospettive future. Attraverso i loro occhi Minervini riesce a consegnarci un messaggio ogni giorno più attuale, che porta a domandarsi, come recita il titolo dell’opera, che fare quando il mondo è in fiamme. E in fiamme il mondo sembra esserlo ormai da un po’, considerati i molteplici casi di cronaca che rendono quelli del film solo alcuni tra i tanti.
Attraverso il suo nuovo documentario Minervini si mostra ancor più pungente, lasciando completa parola ai suoi protagonisti, senza mai intervenire, permettendo così alle parole di arrivare a noi prive di filtri. Un film che forse soffre lievemente di una durata di due ore piene contrapposte ad un esiguità narrativa, ma allo stesso tempo probabilmente è proprio tramite questa semplicità che il regista sembra riuscire a consegnarci un ritratto di un mondo sempre più diviso.









































