Cities of Last Things Recensione

Cities of Last Things | Su Netflix è disponibile il film scritto e diretto da Wi Ding Ho, che nel 2018 ha partecipato al Toronto Film Festival aggiudicandosi il Platform Prize.
Facile immaginare il motivo della vittoria, in una categoria di concorso che da sempre mira a premiare quei film di cui è riconosciuta la spiccata propensione autoriale, la riconoscibilità di canoni estetici riconducibili ad un artista definito unico nel suo modo di far cinema. In Cities of Last Things Wi Ding Ho riesce a far sue tutte queste prerogative, firmando un lungometraggio tra i migliori degli ultimi anni, distribuito da Netflix perché proprio non se ne poteva fare a meno.

Cities of Last Things

Cities of Last Things: tra Black Mirror e Wong Kar-Wai

Cities of Last Things è la storia di un uomo raccontata attraverso tre momenti differenti della sua vita: la vecchiaia, la maturità e la giovinezza. Il film parte dalla fine, dal misterioso suicidio del protagonista che, all’improvviso, decide di ammazzarsi buttandosi dall’ultimo piano di un palazzo. L’ambiente circostante è caratterizzato da atmosfere chiaramente distopiche, da autobus che viaggiano senza più la guida di un conducente e microcip sottocutanei da fare invidia a Il cerchio di Dave Eggers. La lezione Black Mirror sembra chiara a Wi Ding Ho, che in alcuni momenti di questa prima parte della storia sembra voler celebrare dichiaratamente il genio creativo di Charlie Brooker. Poi però Cities of Last Things prende una piega diversa, abbandona le ucronie che parevano giustificare l’approdo del film sulla piattaforma streaming più famosa del pianeta per iniziare un cammino più fedele alla tradizione cinematografica orientale. Nei due lunghi flashback successivi Ding Ho sceglie infatti di cambiare genere e riferimenti culturali, proponendo una narrazione sovreccitata come quella del Wong Kar-Wai di Hong Kong Express e personaggi femminili forti molto vicini alla protagonista del recente I figli del fiume giallo di Jia Zhangke.

Cities of Last Things

Una riflessione sul tempo che scorre

Si diceva che Cities of Last Things non poteva che approdare su Netflix. Ed in effetti l’impostazione data al film dal regista fa si che i tre momenti della vita del protagonista – interpretati rispettivamente da Jack Kao,  Lee Hong-chiHsieh Chang-Ying – possano sembrare come cortometraggi quasi distinti, sovrapponibili all’interno di un contesto più ampio quasi ci trovassimo di fronte ad una serie antologica. Ogni singolo segmento ha stilemi chiari e differenti rispetto agli altri. La fotografia passa dal cromatismo cristallino delle sequenze iniziali alle inquadrature volutamente molto rumorose del terzo “capitolo”. Ma non solo, a cambiare è anche la musica, di supporto ad una mutazione genetica del film che fa di Cities of Last Things un lavoro camaleontico, capace di restituire degli spaccati di storia passata e futuro futuribile all’interno della stessa sinossi. Il quarto lungometraggio di Wi Ding Ho è dunque una continua riflessione sul tempo che scorre, divisa per capitoli come fosse un romanzo di formazione che procede lungo una cronologia inversa. Dell’uomo si vogliono raccontare gli aspetti cruciali, quelli che influenzano le personalità, intaccando la memoria con frammenti di ricordi destinati a destabilizzare gli equilibri precari della psiche in maniera irreversibile.

https://www.youtube.com/watch?v=84HObZ0Daa4

Quello approdato da poco tempo su Netflix è un Wi Ding Ho finalmente maturo, che dimostra di saper giocare con la macchina-cinema scomponendone le possibilità espressive, esasperandone gli artifici grammaticali. Nulla però appare fuori posto: Cities of Last Things resta un lavoro che, in barba alla complessità generale del film, dimostra una asciuttezza registica con pochi eguali e che dimostra come, stando agli ultimi premi di festival e mostre internazionali, una consistente porzione del cinema del futuro, specie quello legato alle piattaforme di distribuzione digitale, avrà gli occhi sempre più a mandorla. 

Gianluca la passione per il cinema la scopre a 4 anni, quando decide che il suo supereroe nella vita sarà sempre e solo Fantozzi. 
Poi però di quella passione sembra dimenticarla fin quando, un giorno, decide di vedere uno dietro l’altro La Dolce Vita di Fellini, Accattone di Pasolini e La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino. Da quel momento non c’è stato verso di farlo smettere di scrivere e parlare di cinema, in radio e su portali online e cartacei. 
Vive a Roma perché più che una città gli sembra un immenso set su cui sono stati girati chilometri e chilometri di pellicola. 
Odia le stampanti.