Chapter 1
ESECUZIONE
Rentar
<<Sangue>>.
Rentar aprì gli occhi. Era nella sua lugubre cella da così tanto, che non ricordava come fosse il mondo fuori di lì. I primi raggi di sole filtravano dalla piccola finestra sbarrata.
L'alba si avvicinava. E con lei il momento della sua esecuzione.
Sì guardò intorno, anche se non in realtà non vedeva molto in quel luogo così piccolo e buio. Vicino alla porta si trovava la cena della sera prima, l’angoscia gli aveva impedito di
mangiare. Tuttavia , si accorse che i ratti, che infestavano quel luogo, dovevano averne approfittato.
Provò, ricorrendo alle esigue energie rimaste, ad alzarsi in piedi. Ma le gambe gli tremarono. Ricadde a terra, maledicendosi.
Se solo potessi ancora usare la mia magia. Dannato Xianth e il suo incantesimo del silenzio.. Non posso neanche usare la mia magia.. Eppure ci deve essere un modo...Non può finire così.
Mentre si sforzava di trovare una via di fuga, si cominciarono a sentire dei passi.
In fretta, nascose nelle sue misere vesti da prigioniero la lettera che la sera prima aveva scritto. Non era una lettera di addio. Non intendeva liberarsi di colpe che non erano le sue. Con questa, egli lasciava una speranza al mondo. Avrebbero dovuto ringraziarlo per tutto quello che aveva scoperto.
E invece mi uccideranno.
Appena fu sicuro che la lettera non gli sarebbe caduta nel tumulto della giornata, tornò a preoccuparsi dei passi che aveva udito.
Il mago riuscì a capire che stavano procedendo verso la sua cella, l'ultima del corridoio,
diverse persone.
Queste si arrestarono davanti alla porta e Rentar vide quattro guardie, equipaggiate con quella che doveva essere la loro uniforme d’onore. Una stava cercando di aprire il portone, mentre le altre tre lo guardavano con evidente disprezzo.
La porta si aprì di scatto e due di quelle entrarono in modo minaccioso.
<< L'alba è giunta e il popolo è gia in piazza. Tutti stanno aspettando solo te. Muoviti>>. Il tutto fu seguito da una risata di scherno, a cui non mancarono di aggiungersi le altre guardie. Quella che aveva parlato, un robusto uomo dalla folta barba, aiutata da un altra, che ancora rideva, lo fecero alzare con la forza che a lui mancava.
<<E non provare a fare scherzi, folle mago>> disse uno degli uomini rimasti fuori.
Rentar avrebbe desiderato solo accasciarsi a terra, raggomitolarsi e cadere in un sonno profondo. E magari non svegliarsi più.
Invece fu obbligato a proseguire. Ma a ogni passo non desiderava altro che la fine di quell’incubo ad occhi aperti.
Oltrepassato il corridoio si ritrovò in una stanza abbastanza ampia, ove regnava il disordine. Probabilmente era lì che le guardie passavano i loro lunghi turni di guardia. E, mentre lui era nella sua buia cella, a morire di fame, le guardie sembrava si trattassero bene. Sparse nella sala poteva infatti vedere bottiglie vuote di una qualche strana bevanda, probabilmente alcolica, , oltre a carte da gioco e cibo in quantità. Gli sembrò come se tutto fosse stato sistemato apposta per lui, per rendere la sua dipartita ancora più amara.
Una piccola porta di legno si aprì e ne uscì un uomo grassoccio. Questi si guardò intorno con evidente disgusto per le condizioni di quella stanza, ma non disse niente e si fermò di fronte al condannato.
TI prego stai zitto. Non dire una sola delle tue vuote parole.
<< E così tu sei Rentar, un altro seguace dell' oscuro Khytum...Io sono Santhir, cancelliere di questa prigione.
E' sempre un piacere assistere alla morte di persone scellerate come voi. Sai non sei il primo del tuo ordine a subire questa fine, e spero che tu non sarai l'ultimo>>. La faccia dell'uomo si dipinse di una fastidiosa espressione mista di divertimento e di compiacimento.
<<Si, sono io>> rispose con riluttanza Rentar.
<<Come saprai, il nostro caro Xianth ha posto su di te un incantesimo del silenzio. Ogni tuo tentativo di usufruire della tua magia sarà vano . Non arrovellarti troppo per trovare una via di fuga. Le guardie che ti scorteranno hanno l'ordine di ucciderti al minimo segnale di pericolo. Inoltre sono presenti arcieri, appostati sui palazzi della città e su tutte le mura.
Beh a questo punto mi sembra che non vi sia altro da dire. Che Hatrum abbia misericordia della tua anima. Anche se ne dubito. Uomini, conducetelo al suo destino>>.
Per suo sollievo, il carcerie si girò e velocemente torno da dove era venuto, sbattendo rumorosamente la porta alle sue spalle.
Finalmente. Perfino la morte è meglio delle sue parole.
A quel punto, tre uomini uscirono da un’altra porta. Non appena Rentar posò gli occhi sopra di loro capì chi erano.
Uno era vestito totalmente di nero. E un cappuccio gli copriva interamente il volto. Nella mano destra brandiva un’ascia, che doveva essere stata appena affilata.
E così è lui che mi finirà.
Il mago scorse nei suoi occhi l’ impazienza di compiere ciò per cui era stato chiamato.
Entrambi vogliamo che quel momento arrivi in fretta.
La persona alla sua destra era sempre vestita di nero. Nessun cappuccio copriva la sua testa, ma una collana con un grossa pietra bianca risaltava sulle nere vesti e in mano stringeva un voluminoso libro bianco.
Un prete di Hatrum. Quasi provo più simpatia per il boia, che per questo buffone.
Non riuscì invece ad identificare la terza persona. Era un uomo molto basso e la folta barba e i lunghi capelli quasi ne nascondevano totalmente i lineamenti. Lo sentì però parlare e la sua voce lo colpì. Era infatti molto profonda e forte, udibile quindi anche a distanza. Probabilmente il suo compito sarebbe stato quello di parlare al popolo per convincerlo della colpevolezza del mago.
I tre individui si fermarono lontano da Rentar e cominciarono a parlare tra loro, rivolgendogli tuttavia truci sguardi.
Le guardie impazienti lo condussero velocemente fino all'uscita dell'edificio, un massiccio portone che sembrava potessero resistere anche all' attacco di un troll.
<< Fermi. Non aprite il portone >> urlò una fastidiosa voce dietro di loro.
Rentar si girò. A parlare era stato l’uomo con la bianca pietra al collo.
<< Cosa succede Sir Rebon? >> gli domandò una delle guardie.
<< Mi è appena arrivata comunicazione, dal capitano delle guardie, che questo non è il momento migliore per uscire. Sono stati avvistati in città cittadini armati. Vorranno togliersi la soddisfazione di ucciderlo con le proprie mani. Questo non sarà permesso. La sua morte deve avvenire sotto gli occhi di tutti. E per mano nostra. In questo modo sarà molto più efficace >> rispose, parlando lentamente.
Insomma mi trattano come un fenomeno da baraccone. Che ottima fine.
Poi continuò a parlare. << Dato che abbiamo un po’ di tempo, credo che sarebbe molto utile un interrogatorio del prigioniero. Sembra che sappia davvero molte cose >>.
Quella voce cominciava a diventare insopportabile. Rentar rabbrividì al pensiero di dover sostenere un dialogo con quell’uomo, ma purtroppo non era in sua facoltà poter scegliere.
Le parole che non voleva sentire arrivarono. <<Portatelo nella mia stanza >>.
<< Agli ordini Sir Rebon >> si affrettò a dire la guardia.
Aiutata da un'altra, presero Rentar di peso e lo trascinarono attraverso una porta, che precedentemente non aveva visto.
Davanti a lui si trovava un’ angusta rampa di scale. Il mago avrebbe preferito essere trascinato. Ma capì che non era possibile. Sarebbe dovuto ricorrere a tutte le sue forze.
<< Muoviti a salire. Noi saremo proprio dietro di te, quindi non fare mosse azzardate >> disse minacciosa una guardia.
Rentar si fece forza e posò la gamba sul primo gradino. Un dolore atroce gli arrivò dai muscoli, che si rifiutavano di proseguire ulteriormente.
Non ce la farò.
Dietro di lui sentì uno degli uomini estrarre la propria spada. Senti poi il freddo pungente della lama appoggiarsi sulla sua nuda schiena.
<<Ti ho detto di muoverti, verme >> furono le parole della guardia, ancora più minacciosa di prima.
Ricorrendo a tutte le sue energie e a quella poca forza d’animo che gli era rimasta cominciò a salire. A ogni gradino che saliva la sua faccia si oscurava in vivide espressioni di dolore.
Fu terribile, ma finalmente riuscì ad arrivare al piano superiore. Il suo sguardo si posò su una feritoia nel muro, che dava sull’esterno. Capì che ci aveva messo così tanto poiché la stanza si trovava in una delle torri. Sicuramente la più alta delle quattro della prigione.
Una strana persona vigilava la stanza di Rebon. Forse dire persona era un po’ troppo.
Era infatti interamente rivestita di un’ armatura nera. Nessuna parte del corpo era visibile, ma notò che era incredibilmente alto. Ed emanava una forte malignità.
Strano che questa cosa sia alla guardia di un prete di Hatrum. Allora le mie idee potrebbero essere giuste.
Devo assolutamente lasciare questa lettera a qualcuno. O il mondo cadrà nuovamente nelle tenebre.
Non appena furono arrivati davanti alla camera di Rebon, la porta si aprì e Rentar fu fatto sedere e legato a una sedia. Immediatamente le guardie, tranne quella che già li si trovava, uscirono, come intimorite da qualcosa.
Il mago si guardò attorno, attendendo il suo interrogatore. Quella dove si trovava era una camera abbastanza contenuta, forse precedeva la vera e propria dimora del prete. Nella stanza vi trovavano spazio unicamente qualche sedia, una scrivania e qualche altro mobile. Ma a colpire la sua attenzione fu un qualcosa che luccicava su un tavolo, nel lato opposto della sala.
Il cuore di Rentar si fermò per un attimo. Non credette ai suoi occhi .
Non può essere. Quello assomiglia a un Cubo Dell’ Ombra. Il prete di Hatrum non può usare questo strumento. E’ troppo potente per lui. E va totalmente contro la sua dottrina.
Anche il cubo emanava malignità. Ma diversa da quella della guardia della stanza. Questa era molto più profonda. Era pura. Male puro.
Rebon, evidentemente, ha una natura molto diversa da quella che cerca di far credere.
Mentre strane supposizioni si affollavano nella sua mente, fu invaso da una strana sensazione di paura ed angoscia.
Cominciò a sentire strani sibili, simili al rumore del vento. Ma provenivano dal Cubo e sembravano voler comunicare con lui. Strane parole in una lingua incomprensibile giunsero alle sue orecchie. O almeno così credeva.
Sta cercando di parlare con me. Non conosco però il significato di questa antica lingua demoniaca. Devo cercare di saperne di più dal prete.
Quelle oscure parole se ne andarono istantaneamente, non appena il suo interrogatore entrò nella sala. Rentar lo guardò a fondo, notando una strana espressione nei suoi occhi. Invece Rebon non lo degnò di uno sguardo. Frettolosamente procedette fino al tavolo ove si trovava il Cubo. Lo prese e lo mise in uno scrigno d’ oro, cui il mago non aveva fatto caso prima. Poi si girò verso di lui.
< Quelle stupide guardie ti hanno legato. Non sanno che non ve ne è motivo >> disse Rebon.
Con somma sorpresa del prigioniero, chiuse gli occhi e agitò la mano. Come per magia, le corde che lo tenevano inchiodato alla sedia caddero a terra, producendo un tonfo secco.
Quindi quest’ uomo è dotato di poteri magici. Avrei dovuto immaginarlo. Non deve assolutamente venire a conoscenza della lettera.
<<Veniamo a noi, seguace di Khytum >> riprese lo strano prete << Non sei stupido come sembri. Credo che tu sappia molto più di ciò che vuoi far credere. Ma mi dispiace deluderti. Fra poche ore la tua anima ritornerà nel Limbo e tutto ciò che hai scoperto brucerà. Verrà divorato dal fuoco. Come quello che domani abbatterà la tua dimora, dove sono sicuro che hai lasciato una pista da seguire contro di noi. Come ho già detto, sei furbo, sapevi che il tuo operato sarebbe stato scoperto. O sbaglio? >>.
Il mago si costrinse a rimanere calmo, cercando di non tradirsi. << Forse pensi troppo. Sì, sono un mago e la conoscenza è la mia vita. Ma il tuo operato e i tuoi sporchi giochi sono al di là del mio sapere. Solo ora intravedo la portato di ciò che stai muovendo, pur non capendone ancora molto. Non credi di esserti spinto troppo oltre Rebon? Come ho avuto modo di vedere, utilizzi un Cubo delle Ombre. Oggetto al di fuori di qualsiasi controllo. Inoltre il suo uso va contro ogni legge dell’ equilibrio. Quello strumento è stato bandito secoli addietro. E un prete del tuo ordine dovrebbe esserne aggiornato >> replicò, parlando pacatamente e privo di ogni espressione.
Uguale era la faccia del suo interrogatore. Però queste parole lo portarono a scoppiare in una fragorosa risata.
<< Parli dell’ equilibrio eh? E’ stato spezzato da tempo oramai. Dato che dici di essere così all’oscuro di tutto, devi sapere che ci sono forze che si stanno radunando. Ma diciamo che non si prospetta la solita, inutile guerra per il potere di un regno. E’ in ballo tutto ciò terrestre. E tutto ciò va oltre la lunga e sanguinosa Guerra delle Due Stirpi o qualsiasi conflitto tu immagini.>> Rebon fece una breve pausa, poi tornò a guardare Rentar.
<< Questa volta…è in ballo anche ciò che non è terrestre >>. La sua voce assunse un tono solenne .<<E non sarà un ballo piacevole >> .
In queste parole, Rentar poteva cogliere una malignità che mai si sarebbe aspettato da un’appartenente alla dottrina del dio del bene.
Capì che qualcosa che non capiva era in moto nell’ombra, pronto a colpire. Ma non se ne preoccupò troppo. Probabilmente non avrebbe assistito a una seconda Rottura del mondo.
<< Ora però ho faccende più importanti da trattare. Tu rimarrai qui ancora per qualche ora. Sembra che i disordini nelle strade non siano stati sedati. Queste stupide guardie non riescono nemmeno a prendersi cura di qualche paesano >> disse il prete con un evidente disgusto. Agitò le mani nello stesso modo di qualche secondo prima, e Rentar si ritrovò incatenato nuovamente a quella scomoda sedia. Rimanere lì, in quella stanza, ad attendere che giungesse il suo momento era terribile. Quel pensiero lo tormentava più che le terribili giornate passate nelle segrete della prigione.
<< Qualcuno ora verrà per sorvegliarti, prigioniero. Addio >> concluse Rebon. Poi usci dalla stanza, frettolosamente come era entrato.
Il silenzio regnava sovrano. Spossato da quella giornata e dalle precedenti, Rentar si sentì addosso tutta la stanchezza accumulata in quei giorni e non ebbe la forza di rimanere vigile. Cadde in un sonno tormentato da incubi.
I suoi pensieri andarono a tutte le persone a lui care. Le sognò mentre venivano tutte uccise dalla stessa guardia che, in quel momento, doveva essergli accanto. Dietro le vittime si profilava la sua casa. Era in fiamme e non ne rimaneva molto. Scorse poi il prete, che aveva insinuato in lui tanti dubbi. La sua faccia era scolpita in una tetra espressione, che non lasciava trasparire che cupa soddisfazione per quel massacro. In lontananza non riusciva a distinguere altro che altre case in fiamme. Ma all’improvviso dalle tenebre emerse una luce, molto flebile. E illuminava lui. Qualcosa spuntò dal cielo, nello stesso punto da cui era arrivata quell’ inaspettata luce. Inizialmente riuscì a distinguere solo un puntino nero. E si avvicinava a lui, con grande velocità. Lo strano oggetto nero si posò su di un albero, non distante. Il mago si concentrò per mettere a fuoco e capire che cosa fosse.
Un corvo.
Il suo sonno fu interrotto da un qualcuno che cercava di svegliarlo. Stranamente con buone maniere.
Una guardia cominciò a parlare: << Sono felice di informarti che abbiamo risolto i problemi per le strade. Ci è costata molta fatica ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Devi sapere infatti che…>>
<< Finiscitela Korb. -lo interruppe un’altra guardia- Muoviamoci a portare via questo qui, come ordinato. E facciamo in fretta, questo posto non mi piace per niente. Mi fa venire i brividi. Tu prigioniero, non fare mosse azzardate >> .
Impiegarono molto tempo prima di riuscire a tirarlo fuori da quel magico groviglio di catene, ma alla fine ci riuscirono.
Rentar diede un’ occhiata a quei due. In quell’ ambiente soffocante, sembravano come pesci fuor d’acqua. Troppo sempliciotti per poter capire qualcosa di ciò che si progettava in quella torre. Forse tutto ciò questo poteva giocare a suo vantaggio. Magari sarebbe riuscito ad affidare la lettera a qualcuno.
<< Scusatemi. Ho oramai perso il conto dei giorni che ho passato nella mia bua cella. Prima di scendere in strada vi chiedo solo un ultimo favore. Ogni condannato dovrebbe averne diritto>> improvvisò Rentar.
<< Sentiamo. Quale dovrebbe essere questo favore? >> rispose Korb, lanciando un occhiataccia al suo compagno.
<< Beh vorrei solo ammirare per un’ ultima volta il fantastico panorama. Dall’alto di questa torre possibilmente. Si deve proprio godere di una vista magnifica da quassù >> fu ciò che il mago riuscì a pensare.
La guardia lo guardò per qualche secondo, non sapendo cosa fare.
<< E sia. Ma solo per poco, mago. Non ho intenzione di sprecare tutto il pomeriggio per te. Puoi usare quella finestra là in fondo. Ricorda che ti osserviamo >> fu la risposta del compagno di Korb.
Pomeriggio? Quando mi hanno portato qui era solo mattina. Non posso aver dormito così tanto.
<< Vi ringrazio infinitamente. Non sapete cosa ciò significhi per me. Grazie >> riuscì solo a dire il detenuto.
No, non immaginate proprio cosa ciò significhi. Avete dato una speranza al mondo.
Ci era riuscito. Le due guardie, spinte da bontà, gli avevano concesso un ultimo desiderio.
Si avvicinò velocemente alla finestra e la spalancò. L’aria fresca riempì di nuovo i suoi polmoni, ormai abituati all’aria ammuffita delle segrete. Guardando la posizione del sole potè capire che ciò che diceva la guardia corrispondeva al vero, era pomeriggio.
Per un attimo rimase affascinato dalla bellezza di quella cittadina, Elbony. L’imponente roccaforte, che fiera si ergeva ai confini settentrionali del deserto di Therion, era una tra le cittadine imperiali più a sud. Non molto lontano dagli accampamenti degli Hyrpies, creature demoniache che erano apparse solo recentemente. Dalle loro basi avevano lanciato numerosi attacchi alle terre dell’ Impero. E la loro vittoria era stata schiacciante, di fronte alle migliori legioni di re Friek. Ma questa facilità, con cui le truppe erano state sbaragliate, suscitava moltissimi dubbi. Specialmente in Rentar, che non riusciva a dare una risposta alle sue domande sull’origine delle strane creature e sui loro piani.
Guardò in basso, nelle strade, e vide che erano davvero gremite di gente. Ci sarebbe voluto molto per raggiungere la piazza.
Dando la schiena alle due guardie, Rentar tirò fuori la lettera che aveva nascosta nelle vesti e cominciò a pensare come agire.
In mezzo a tutta quella folla mi sarà impossibile dare la lettera a qualcuno. E immagino che mi legheranno anche. Devo disfarmene ora.
L’unica cosa che gli veniva in mente era di gettarla da lì. Le possibilità erano minime, ma forse sarebbe arrivata a qualcuno di importante.
La sorte e il vento avrebbero deciso la rotta della speranza.
Sì, è l’unico modo.
Le mani del mago si aprirono nel vuoto e la lettera cadde. Una raffica di vento la portò subito lontana, fuori dalla visuale di Rentar.
Che la lettera raggiunga una persona fidata, o Khytum. Te ne prego.
Gustò ancora per qualche momento il panorama e la brezza invernale che gli accarezzava il volto, poi sì girò verso gli altri due.
<<Sono pronto >>.
Dopo non molto tempo, Rentar si ritrovava nel punto in cui aveva incrociato il carceriere. Le mani legate e una tunica nera addosso. Ora gli imperiali che lo avrebbero scortato erano divenuti otto.
<< Procediamo. Aprite la porta >> disse una di questi.
Due delle guardie spinsero e il portone si aprì con facilità. La luce fu per un attimo accecante, ma il mago ci si abituò in pochi attimi.
Le strade erano ancora più piene di gente di quello che gli era sembrato.
<<Sangue>>.
Solo questa parola proveniva dalla folla , caricata di odio nei suoi confronti.
<<Sangue>>
La folla voleva che fosse il suo sangue a scorrere. Questo pensiero lo scosse violentemente e lo lasciò come stordito. Lo sguardo perso nel vuoto.
Rentar guardò davanti a se, cercando di non porre troppa attenzione alle persone raccolte li intorno.
Però Fu più forte di lui, e il suo sguardo si posò su un piccolo gruppo di uomini, tutti abbastanza giovani, fermi in un angolo della strada.
Probabilmente tutti stupidi aristocratici, guidati solamente dalla loro bramosia di potere.
Scrutò a lungo i loro volti. Non era sete di giustizia quella che riempiva i loro cuori. Erano come spinti da una rabbia incontrollabile e accecante, pari agli animali.
Tutto ciò che essi cercavano era un qualcuno, su cui scaricare tutte le colpe che quei tempi oscuri avevano portato.
Quel qualcuno erano oramai diventati tutte le persone come lui, i maghi dell' Ordine di Khytum.
Quel qualcuno oggi era lui.
I suoi passi si susseguivano uno dietro l'altro, lentamente ma senza sosta. In quel freddo pomeriggio di fine novembre, sembrava come un cadavere che, rassegnato, andava incontro al suo mero destino.
Attanagliato dal gelo tagliente, aumentato dal fatto che era stato spogliato delle sue sacre vesti, proseguiva senza sentire più niente.
Tutto se ne era andato dalla sua mente. Paura, angoscia, freddo e voglia di vivere oramai non dimoravano più in lui.
Tuttavia un sentimento ancora persisteva e ad ogni passo cresceva. Il desiderio di vendetta. Oramai lo possedeva e solo quello lo aiutava a continuare a camminare.
Presto li rincontrerò. E pagheranno tutti. Dal primo all'ultimo. Ho lasciato una speranza al mondo, ma non sarà per questi.
Nella lunga marcia che lo avrebbe condotto al patibolo, Rentar si trovò di nuovo a scrutare tra la folla.
Forse per poter ricordare i volti di coloro che avevano voluto la sua morte.
Vide volti sconosciuti, facce strane provenienti da chissà quale parte dell'Impero. Una persona però, in mezzo a tutti, lo colpì. Una donna.
Vitany.
Il suo cuore si strinse dal dolore. La donna che tanto aveva amato in passato, ora si trovava lì, a pochi metri da lui, desiderosa di vederlo morire.
Rentar avrebbe preferito che lei sapesse come stavano realmente le cose. Voleva dirle che, al contrario di quello che tutti credevano, non si era mai schierato contro l'Impero.
Avrebbe voluto confessarle di amarla ancora.
Avrebbe desiderato solo poterla abbracciare.
Ma oramai tutto questo non importava., il suo destino era segnato.
Distolse lo sguardo dalla giovane donna, che lo guardava con disgusto, e guardò avanti a se. Di fronte a lui si trovava l'antica Piazza della Libertà.
Qui vi si svolgevano regolarmente le esecuzioni pubbliche.
Quel giorno sarebbe stata la prima esecuzione a cui avesse mai partecipato.
E sarebbe stata anche l'ultima.
Si accorse che del sangue gli colava copiosamente dalla fronte. Il suo calore fu benvenuto da Rentar. Non se ne era accorto, ma i cittadini avevano cominciato una vera e propria lapidazione verso di lui.
Stupidi.
E mentre le guardie attorno a lui si riparavano con i loro scudi dorati, il mago proseguiva con tranquillità, come se niente potesse ormai scalfirlo.
Davanti a lui si mostravano immagini confuse. Gli sembrò come se le guardie stessero lottando per mantenere l'ordine nella strada, ma non riuscì bene a capire.
O forse non voleva farlo.
Un sentimento, carico di odio profondo, cominciò a farsi varco in lui.
Quasi si maledisse per avere lasciato al mondo anche solo una piccola possibilità.
La marcia ricominciò.
Un raggio di sole lo colpì in volto. Era entrato nella piazza.
Finalmente. Ora manca poco.
Una strana sensazione si impadronì di lui. All'inizio non vi pose attenzione, ma proseguendo divenne sempre più intensa.
Sollevando il capo, scorse un movimento nella parte alta di un vecchio edificio.
Appena riuscì a concentrarsi, lottando contro il sangue che gli sgorgava da una ferita, aguzzò la vista.
Un corvo.
Un semplice corvo nero, appollaiato su di un balcone.
Bene, la sventura ha acquistato un posto in prima fila per lo spettacolo.
Sì accorse però di come fosse identico a quello apparso nel suo sogno.
Il nero animale, che a sua volta era interessato a quel buffo uomo sanguinante, sembrava avere qualcosa di strano.
Quel corvo emana un'energia pazzesca. Non la stessa delle strane cose nelle sale di Rebon. Questo potere non sembra essere maligno. Ma neppure il contrario…
Un brivido percorse la schiena di Rentar e improvvisamente perse lucidità.
Tornò a posare lo sguardo sul balcone, ma l'animale era sparito
Il suo cammino proseguì, mentre un ulteriore brivido lo percorse.
Dalla sua esperienza, poteva capire che qualcosa di soprannaturale era all'opera.
Qualcosa che avrebbe potuto aiutarlo. Qualcuno a cui doveva appellarsi. Doveva provare.
Tu, che in questo mio ultimo pomeriggio operi nell’ombra, aiutami. Salvami cosi che la mia vendetta su queste persone si possa compiere.
La guardia dietro di lui lo colpì alla schiena, facendolo cadere in ginocchio.
Dammi la possibilità.
<<Alzati carogna>> ringhiò la guardia carica di disprezzo.
Te ne prego. Sono disposto a tutto.
La guardia dietro di lui lo costrinse ad alzarsi e a rimettersi in cammino.
Poteva oramai vedere il luogo dove avrebbe cessato di essere.
Fra pochi minuti la folla esploderà in urla di gioia. E mentre la mia anima brucerà, la vendetta orrederà la mia mente
<<Non è detto>>. Queste parole arrivarono come un sibilo alle orecchie del condannato. Rentar si girò verso le guardie, preoccupate a mantenere l'ordine nelle strade.
Non sono state loro.
Il suo sguardo si posò allora sul piccolo palco di legno, preparato nel centro della piazza.
Il corvo era lì, lo aspettava.
Fu costretto, dalle guardie, a riprendere a camminare con maggiore velocità. Il popolo era ansioso.
Ogni suo passo era pura sofferenza. Le sue gambe tremavano, rimembri delle torture dei procedenti giorni.
Me la pagheranno anche per questo.
<<Un modo c'è umano. E chiamami Valybra>>. La voce di prima risuonò più profondamente nella sua mente.
Cosa ha a che fare la mia morte con la dea dell’equilibrio?
Capì che doveva evidentemente essere molto interessata a lui.
Ti ascolto.
<<La vendetta è così importante per te?Daresti tutto per ottenerla?>> le parole della dea rimbombarono nella sua testa, prive di qualsiasi traccia di sentimento.
Il sangue gli gelò nelle vene.
La vendetta...sì, è terribilmente importante per me.
Era arrivato. Davanti a lui si trovavano solo degli scalini di legno e poi la fine.
Sulla piattaforma di legno, vi si trovavano diverse persone. Il boia, nella sua imponenza, stava in un angolo. Il centro era per l’uomo che aveva visto la mattina nelle prigioni.
Cominciò a fatica, aiutato dalle lance della guardia dietro di lui, a salire i gradini.
<<La tua vendetta è possibile. In cambio chiedo tutto>>.
Rentar a queste parole quasi incespicò. Sapeva a cosa si riferivano queste antiche forze quando si parlava di tutto. Proseguì la salita.
Cosa intendi con tutto?
<<Intendo tutto. La tua essenza. La tua anima>>.
La mia anima..
Rentar volse lo sguardo alla folla inferocita. Si concentrò sui loro sguardi pieni di odio.
Odio verso una persona che a loro non aveva fatto niente.
E che, per mano loro, aveva perduto le persone a lui più care.
La mia anima.. Tutto. Queste persone meritano le mie stesse sofferenze. Accetto.
<<Bene. Allora addio. Goditi i tuoi ultimi attimi di vita>>.
Il mago si senti pervadere dallo sconforto.
Mi hai ingannato. Hai detto che mi avresti salvato.
<<Non in questa vita>>. Queste ultime parole arrivarono quasi come un sospiro, che portato dal vento, lentamente si dissolse nel clamore di quella giornata.
Finalmente riacquistò completa lucidità. Davanti a lui vi era il patibolo. E il boia lo guardava con ansia. D’altronde era dalla mattina che aspettava quel momento.
E così è questo che si prova a dover morire.
Venne sistemato sul patibolo. Il suo carnefice al suo fianco. Centinaia di persone attorno a lui a reclamare la sua testa.
<< Popolo di Elbony! Popolo di tutto l’impero del re Friek! Oggi, in questa piazza, noi facciamo valere la nostra giustizia. Perché questo serva di lezione a tutti quelli come lui, che si nascondono nell’ombra, meditando oscuri sortilegi sulle nostre famiglie. Perché i nostri figli possano un giorno vivere in un mondo privo di malignità. Per tutto questo noi siamo qui oggi >> urlò l’uomo al centro della piattaforma. Aspettò un attimo che le acclamazioni del popolo si calmassero, poi riprese . << E’ giunta l’ora che scorra il sangue di questo oscuro mago!Sangue! Sangue!>> . Le ultime parole sembrarono, a Rentar, quasi essere state pronunciate da un animale affamato.
La folla rispose all’appello. <<Sangue!>>.
Velocemente il grido si diffuse. In pochissimo tempo, ogni persona in quella piazza chiedeva, urlando, il suo sangue
Alzò la testa, quasi come a dimostrare che anche lì, a pochi secondi dalla sua esecuzione non si sentiva sconfitto.
Non lo sarebbe stato finche la sua vendetta non si sarebbe compiuta.
Fino a che la sua rabbia non si sarebbe abbattuta come una tempesta su quelle persone.
Nessuna emozione tradiva il suo volto. Era calmo, come mai lo era stato. Si girò dove prima aveva visto il corvo.
Era ancora lì, ad aspettare la sua esecuzione. Probabilmente divertito dalla scena.
Rentar si guardò in giro per un'ultima volta, mentre le ultime luci del giorno si spegnevano.
<<Il momento è giunto>> disse il boia con voce profonda.
Il corvo gracchiò.
Ritornerò.
E mentre la folla esplodeva in grida di gioia, anche la sua luce si spense.