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  1. L'avatar di Jessie JessieJessie è offline #241
    30-12-07 18:38

    Le immagini nella mente si sovrastarono le une sulle altre, dando inizio ad una massa confusionaria di colori e di suoni. Yura rincorreva il ricordo successivo a quell’inizio, dopo che al suo Clan fu affidata quella maledetta missione. Ci erano cascati in pieno e quel che le faceva più rabbia, era la consapevolezza di essere stati ingannati dal Clan delle Ombre. Strinse le labbra e spalancò gli occhi: doveva smettere di rievocare le disgrazie, smettere di alimentare ed accrescere la propria rabbia, la propria sete di vendetta. Perché lo sapeva, lei non era una ragazza facile al perdono. Un solo torto e si sarebbe vendicata, in un modo o nell’altro. La rabbia repressa che scorreva nelle sue vene aveva già provocato in passato qualche litigio di troppo, nonché diatribe che potevano essere evitate. Negli ultimi anni aveva imparato ad autocontrollarsi e a capire quel che fosse strettamente necessario fare, ma di fronte a simili sciagure, non si stupiva affatto di qualche ricaduta. Ora poteva sentire perfino l’odore del suo odio.
    Fece per scendere dal grosso ramo, ma si fermò non appena si drizzò in piedi.

    «Cuore Alato, perché sei qui?»
    La domanda di Yura prese alla sprovvista il ragazzo, che si era fermato sotto il ramo ad osservarla. Era abbastanza alto, magro, con occhi e capelli scuri. La carnagione lattea dava risalto alle labbra rosse e carnose e la corporatura, seppur esile, era ben modellata. Vestiva alla maniera dei ninja, con la giacca nera trattenuta in vita da una cintura e i pantaloni larghi. Le maniche erano strette fino ai gomiti, per poi allargarsi sul resto del braccio. Stessa cosa i pantaloni: si restringevano da sotto il ginocchio in giù, finendo all’interno degli stivali tabi, calzature che dividevano l’alluce dalle restanti dita dei piedi. A differenza delle altre uniformi, però, la sua aveva sul petto un segno circolare bianco, il cui interno era occupato da una stella rossa. Questo indicava il suo ruolo nel Clan: Genin della Guarigione, una guardia medica.

    «Yura… ho saputo della tua ultima missione… i miei sinceri complimenti.» Era gentile, il tono di voce intimidito e lo sguardo imbarazzato. Lei si chiedeva spesso cosa ci facesse in quel Clan, ma poi si ricordava della carica che ricopriva. Il ruolo delle guardie mediche non era così complicato, dal momento che queste venivano raramente impiegate in missione. Se succedeva, rimanevano sempre nelle zone sicure. Il loro compito era principalmente quello di curare i feriti, e questo richiedeva già una certa esperienza: era necessario studiare molto sui libri e girare parecchio per i boschi rigogliosi, più che darsi alle arti marziali e alle tattiche di battaglia. Non di rado, utilizzavano semplici magie basate sulla guarigione. Certo, qualche tecnica di combattimento e infiltrazione era necessario apprenderle, ma non sarebbero mai state delle vere e proprie guerriere. Un ninja doveva essere completo e avere basi di conoscenza su tutti gli argomenti più importanti e utili alle missioni: c’era però chi si specializzava nell’assassinio, chi nell’infiltrazione, o chi era moderatamente dotato in tutto.
    Yura scese con un balzo dal ramo, atterrando davanti a Cuore Alato.
    «Non è stato nulla. Non voglio ricevere complimenti per queste missioni da due soldi. Il fatto è che… non mi sento affatto felice, in questo momento» sospirò e chinò la testa verso il basso, con le mani appoggiate ai fianchi e la chioma di fuoco che si riversò di lato. Il ragazzo avanzò di un silenzioso passo, sorridendole triste.
    «Scusami. Comunque volevo invitarti a fare una passeggiata per Kondo. Io penso che dovresti distrarti un po’…» aggiunse quelle ultime parole con un lieve indugio, senza riuscire a sostenere lo sguardo della ragazza che, severo, gli si puntava contro. Lei in quel mentre capì qualcosa, sorridendo tagliente «Hayate è stato carino ad inviarti da me con queste premure, ma puoi dirgli che sto bene. So controllarmi, tu e lui non dovete più temere le mie sfuriate. Ho deciso che attenderò il momento propizio senza fare di testa mia.»
    Cuore Alato deglutì con imbarazzo. Le sue guance si fecero rosse e la sua espressione colpevole. Inarcò le sopracciglia, rispondendole timidamente «Scu… scusami, non ce la faccio a nascondere le evidenze. Però non vuoi proprio venire? A me… a me piacerebbe davvero averti con me… cioè voglio dire, a me piace la tua compagnia perché sei l’unica in grado di capirmi e spronarmi. Hayate invece è cattivo con me, sai come mi tratta.»
    Yura questa volta sorrise, le labbra strette in un taglio sereno. Adorava la sua innocenza, la sua purezza d’animo e quella sorta di dolcezza che lo rendevano indifeso quasi come un bambino, consapevole però che si trattavano di caratteristiche deboli per un ninja. Ogni suo gesto le faceva tenerezza: il tremolìo delle mani ogni qual volta le si rivolgeva, e lo sguardo sfuggente e imporporito che cercava di non incontrarla. Era rinchiuso in un guscio e in un mondo tutto suo, dove ad essere invitate erano solo poche persone, specie Yura: la sua migliore amica. Diceva di avere vergogna di qualsiasi cosa, per questo alle riunioni non partecipava mai e quando si sentiva interpellato, si limitava a poche parole, pensando di poter sbagliare a dire qualcosa. Temeva in modo esagerato di poter fare la figura dell’idiota, di diventare lo zimbello del villaggio e di non essere mai accettato dagli altri. Ma in questo modo era lui stesso ad allontanarsi, isolandosi nei suoi pochi piaceri, come la medicina. Non solo curava, ma era anche in grado di preparare potenti veleni e bombette esplosive con polvere pirica, ottenuta dalle rocce Momba. Alla fine però, il loro utilizzo era sempre destinato ad altri: lui si limitava esclusivamente alla preparazione.
    Hayate non sopportava molto questo suo carattere sottile come un filo eccessivamente tirato, questo miscuglio di fragilità che lo rendevano debole alla vita quotidiana. Spesso lo rimproverava con durezza, ma il suo era un modo personale di aiutarlo e di spronarlo. Tentava con insuccesso di aprire in lui una strada basata su certezze, di infondergli coraggio e determinazione. Cuore Alato, però, aveva erroneamente cominciato a credere che il Maestro lo odiasse e dopo i suoi rimproveri si rifugiava sempre da qualche parte, versando lacrime per questo suo carattere immutabile.

    «Verrò con te lo stesso. Voglio solo che Hayate non si preoccupi più di me, e che la smetta di trattarmi come se fossi sua figlia. La realtà è diversa… lui è il mio maestro ed io vorrei che fosse anche qualcosa di più. Ma non un padre.»
    Quelle parole rattristarono Cuore Alato. Non lo diede a vedere, perché volse lo sguardo altrove trattenendo un sospiro. Avrebbe voluto piangere al vento il proprio dolore, sapendo che Yura era innamorata del Jonin del Clan, e non di lui. Ma si fece forza e assopì quel miscuglio di sensazioni che gli strinsero per qualche attimo lo stomaco.
    «Allora andiamo, o si farà buio… sai, a quelle ore girano strani individui e sarei un peso…»
    Yura lo superò quando lui iniziò a camminare, prendendo il camminamento a sinistra della torretta. Quando lo fece, batté piano una mano sulla sua spalla «Più autostima, ragazzo. E non sottovalutarmi, tengo a bada anche cinque persone contemporaneamente. Forza, andiamo, ho una voglia matta di yaki udon!»
    I due filarono spediti. Scesero dai camminamenti gettandosi con un salto nel folto ed atterrarono ai piedi della Sequoia madre. Si dilungarono in un religioso e rispettoso inchino, poi si avviarono verso il sentiero, seguendo la strada a memoria. Ormai entrambi erano in grado di destreggiarsi perfettamente nel labirinto di alberi.

    Giunsero a Kondo nel primo mattino, quando una debole luce pallida rischiarava il cielo tingendolo di un colore violaceo molto chiaro. L’aria si fece più pungente, tanto che Cuore Alato rabbrividì. Il sentiero che conduceva all’ingresso era costituito da mattonelle bianche, costeggiate sui lati da piccoli alberelli con poche ma sgargianti foglie verdi. Gli alberi si susseguivano a distanze regolari, separati da paletti in pietra a cui erano legati dei cordini. Si soffermarono di fronte agli enormi battenti ghermiti da fregi, ammirandoli meravigliati prima di varcare la soglia ed entrare in città. C’erano un paio di guardie a presidiare l’ingresso, ma quando li videro non li fermarono. Yura e Cuore Alato passarono oltre, chinando le teste in segno di saluto. Le guardie risposero allo stesso modo, dando loro un tacito benvenuto.
    «Come mai non ci hanno fermati?» chiese Cuore Alato con espressione perplessa. Yura non lo stava guardando, ma rispose ugualmente «Mi conoscono. Un vecchio favore.» Seguì una risata sommessa, ma divertita. Cuore Alato a quel punto assunse un’espressione interrogativa, senza spingersi oltre con le domande: sapeva essere molto discreto, forse per lo stesso timore di apparire invadente. Per questo faceva poche domande, anche se poteva essere realmente curioso… e in quel momento, lo era da matti! Yura dovette notarlo, più perché lo conosceva, più che per averlo inteso con quella sua espressione. Tornò a guardarlo in volto, sorridendogli «Ho recuperato loro una reliquia, tempo addietro. Nulla di speciale, ma quanto basta per assicurarmi la fiducia altrui.»
    Nelle sue parole c’era qualcosa che a Cuore Alato non piacque. Talvolta, Yura appariva distaccata e calcolatrice in un modo che lui non approvava. Non riusciva a comprendere il perché di quel suo fare. Quando avevano tutti e due 6 anni, si ricordava di lei come una bambina gioiosa e vivace, un piccolo tornado vivente, almeno fino ai 13 anni. Era pestifera, sfacciata e coraggiosa, infondo proprio per questo era diventata una ninja, grazie al suo temperamento che piacque subito al Maestro. Ma dopo qualche anno, il suo carattere era cambiato. Dalla ragazza forte ma dolce che era un tempo, in grado di elargire sorrisi a chiunque, si era chiusa dentro l’indifferenza e il distacco. Divenne sempre più seria, sempre più severa e determinata. Anche da adolescente era brava nel portare a termine le missioni, ma poi era migliorata molto, troppo. Tanto che a tratti poteva essere paragonata ad una bestia, per la leggerezza con cui stroncava le vite delle sue vittime. Un tempo, ovvero ogni qual volta che aveva bisogno di lavare il sangue dalle proprie mani, si recava al tempio spirituale del Dojo. Si purificava e chiedeva perdono agli spiriti naturali. Non credeva negli Déi, ma negli spiriti sì.
    Poi smise, e non ci furono più preghiere né purificazioni: era divenuta una donna impietosa e spietata. Nemmeno le implorazioni dei nemici servivano più a frenarla. Cuore Alato l’aveva sempre amata, ma quel cambiamento non restò a lui indifferente: se ne accorse, e con questa consapevolezza ne giunse anche un’altra. Sapeva che nel suo profondo Io, Yura stava soffrendo qualcosa. In qualche modo, qualcuno le aveva causato un dolore immenso che riusciva a nascondere nelle viscere del proprio cuore, ma non in quelle di sé stessa, così diversa da un tempo. Cuore Alato si ricordò di averne parlato con Hayate e lui gli disse che Yura stava diventando una donna. Non era più una bambina e tutta la sua vita ruotava intorno alle missioni cui prendeva parte con reale passione. Non era una ragazza comune come le sue coetanee, che si dedicavano alle faccende più umili. Era una guerriera e aveva visto il sangue, la morte, la guerra. Aveva ucciso molto durante la sua carriera e sempre con ammirabile distacco. Non si sentiva in colpa per questo e il suo mutamento, diceva il Maestro, era del tutto comprensibile. L’adolescenza era finita ed era diventata adulta a soli 16 anni.

    In preda a questa analisi silenziosa, Cuore Alato non si accorse che Yura gli stava ancora parlando. Per tutto il tempo aveva sentito la sua voce come un lontano brusìo ed ora sembrava arrabbiata.
    «Che senso ha invitarmi per una passeggiata, se poi non mi dai nemmeno retta?» rinfacciò quell’osservazione con tono amaro, piegando la fronte in lievi rughe.
    «Ah… perdonami, io stavo… solo pensando, ecco.» Cuore Alato arrossì e si prese le mani con agitazione. Yura scosse il capo in aria, sospirando.
    «Spero solo che tu non sia ancora preoccupato per me. Non ce n’è bisogno. Oppure, non è che stai male?» domandò cercando di abbassarsi, per poterlo guardare in faccia. Ma lui si sottrasse, e le sfuggì imbarazzato. Dovette indugiare prima di rispondere, perché già sentiva la voce tremargli.
    «Come ti ho detto, stavo solo pensando. A. . . a dove andare.»
    Si sentì uno stupido. Voleva evitare di far tremare la voce e per questo cercò di indurirla, richiamando un poco della determinazione che aveva nascosto in sé stesso. Ma così facendo le diede un tono goffo e forzato, facendola terribilmente tremare all’ultima parola.
    Yura esplose in una risata, la prima della mattinata. Erano le cinque, ma Kondo pulsava di vita già dalle quattro. I mercati e le bancarelle stavano aprendo e un sacco di gente si recava ai propri doveri con i carretti o la loro merce imbracciata. Di tanto in tanto, passavano anziani signori dotati di nodosi bastoni su cui appoggiarsi, rinchiusi in tuniche pesanti.

    Continua.....

  2. L'avatar di Jessie JessieJessie è offline #242
    02-01-08 01:27

    I viaggiatori e i viandanti cavalcavano placidi ronzini, ma gli echi del bestiame in vendita negli allevamenti vicini si disperdevano nell’aria per lunghe distanze.
    I due si fermarono di fronte a una bottega di distillati, una delle prime ad avere aperto le vendite.
    «Ho saputo che hanno aperto un nuovo posto di ristoro, qualche mese fa. Dal momento che ci siamo, andiamo a dare un’occhiata. Che te ne pare?» Chiese Yura una volta tornata composta, divertendosi a scrutare l’amico nel suo profondo imbarazzo. Non voleva essere scortese, ma non poteva fare a meno di fermarsi per assaporare ogni particolarità della sua persona. Era così lei, una sorta di esaminatrice oltre che una brava guerriera. Carpiva i più piccoli gesti delle persone e, anche con una sola occhiata, riusciva spesso a farsi un’idea basilare della loro personalità. La psiche e gli atteggiamenti umani l’avevano sempre incuriosita sin da bambina: riteneva che lo studio in questo senso potesse aiutarla anche nel proprio lavoro. Inoltre, era un modo alternativo e particolare per avere un’idea del mondo circostante, della gente che lo abita con i loro vizi e le loro abitudini.
    Cuore Alato non ebbe nulla in contrario alla sua proposta, e si massaggiò la testa sconquassando la zazzera di capelli. «Ti seguo, certo. Ma sarà meglio non fermarci troppo… questo pomeriggio c’è l’esame mensile per le nuove reclute. E tu non devi mancare… lo sai.»
    Yura alzò le spalle, e si volse tranquilla verso un bivio di vicoli. «E’ presto, e gli esami inizieranno alle due del pomeriggio. Andiamo, quel posto non dovrebbe essere molto lontano da qui.»
    Presero una diramazione, e la seguirono fino a che non incontrarono un nuovo bivio. Le strade erano costeggiate da negozi e la massa di gente cominciava ad infoltirsi sempre di più. Ad ogni incrocio era possibile trovare insegne e cartelli, ognuno dei quali indicava la direzione da prendere per altre botteghe, locande e zone turistiche. L’enorme castello di Kondo, bianco e ricco di fregi, era visibile quasi da ogni punto della città. Quello di Heian, in cui viveva il Raurhu, non era altrettanto grande.
    Su un cartello più prominente dei restanti, era esaltata la notizia dell’apertura del nuovo punto di ristoro, presso il Quartiere Dorato. Si trattava di una bancarella aperta sulla strada, il cui ingresso era costituito da un telo proteso a metà, recante ideogrammi che esclamavano la bonarietà del luogo.
    Mentre i due si apprestarono a raggiungere la zona, Yura ebbe un’improvvisa sensazione, come la consapevolezza di un pericolo imminente. Si volse di scatto verso la via appena percorsa, stranamente solitaria in quel momento. Eppure era certa di aver sentito come un rumore di passi fugaci, di chi tenta di passare inosservato. Fu solo un secondo quando, insieme a quella percezione, notò un’ombra dileguarsi sull’angolo della via, laddove prendeva una spigolosa svolta. Bloccò qualsiasi muscolo, i sensi acuti e il respiro quasi trattenuto. Al suo fianco, Cuore Alato la osservava incredulo e smarrito.
    «Yu… Yura, cosa c’è?» Domandò titubante, continuando ad alternare lo sguardo dalla ragazza verso il punto che si ostinava a scrutare. Yura non rispose immediatamente: teneva gli occhi vigili e attenti puntati su quel fondo. Poi, quando fu certa dei propri presentimenti, tornò a rilassarsi.
    «C’era qualcuno» mormorò atona, con la tipica freddezza mantenuta quando si trovava all’erta. Cuore Alato si concesse un sorriso e spronò la ragazza a proseguire, toccandole una spalla con una mano. «E’ ovvio che tu abbia visto qualcuno… cioè… non è per dubitare, ma penso che tu abbia visto quanta gente c’é. Senza offesa, Yura, secondo me sei troppo tesa, da quando siamo stati esiliati.»
    Lei volse il proprio profondo sguardo a lui. Serrò le labbra con leggera forza, tornando a voltare le spalle al viale. «Ti dico che è così. Di gente ce n’è eccome, lo vedo anche io» fece seccata e con una lieve smorfia, che Cuore Alato accusò con soggezione «ma certe cose le sento per istinto. E sono sicura che qualcuno ci stava volontariamente seguendo. Ho fatto in tempo a vederlo per un istante, mentre fuggiva.»
    Cuore Alato deglutì con palese nervosismo, ma per una volta volle dimostrare determinazione, quella che usciva solo quando capitava il momento giusto. Scosse il capo come a voler scacciare ogni pensiero, e spinse nuovamente la ragazza a proseguire, facendole pressione sulla spalla.
    «E allora? Che ci seguano pure, non abbiamo nulla da temere no?»
    Yura sbatté le palpebre, sorpresa di sentire quelle parole venire proprio da lui. Ma Cuore Alato se ne pentì quasi subito: si rese conto di aver fatto la figura dell’incosciente. “Un ninja non sottovaluta mai ciò che sente”. Fu uno dei primi insegnamenti di Hayate. E l’istinto di Yura era infallibile, non aveva mai fatto le bizze.
    «Me lo auguro, Cuore Alato. Comunque cercherò di rilassarmi» rispose con malcelato sospetto, come se la sicurezza e la serenità di poc’anzi, fossero state completamente sciolte da quella sporadica apparizione basata più che altro su presentimenti, che su fatti.

    Proseguirono fino a raggiungere la meta designata. All’esterno la locandina sembrava ospitale, con due alte piante addobbate da amuleti di ogni tipo poste sui lati e la tenda che fungeva da ingresso principale. La scostarono e si ritrovarono di fronte ad un bancone, con un ingresso secondario sulla destra, questa volta una porta a scorrimento già spalancata. L’uomo dietro il bancone diede loro il benvenuto e li fece accomodare sui seggiolini. Le portate erano servite su piccoli piattini di legno, che quell’uomo dai tipici tratti orientali riponeva di continuo. Lì ci si poteva servire da sé, scegliendo le pietanze e portandole al proprio tavolo. Oltre ai seggiolini posti davanti al bancone, all’interno vi erano anche comodi tavoli appartati in varie stanze, ove poter consumare indisturbati. Quel posto aveva un che di intimo e ad allietare l’atmosfera, e vi erano anche delle Geisha che suonavano tranquille melodie con la biwa.
    Yura prese delle verdure, qualche frutto e un intruglio di carne e di brodo. Cuore Alato si limitò a un paio di prugne e qualche tartina con crema di pesce. Non resistettero al commentare le proprie scelte, fra qualche risata di circostanza.

    Continua....


    di sto passo scriverà un intero libro

  3. L'avatar di Jessie JessieJessie è offline #243
    03-01-08 00:23

    Dopo una buona mezz’ora avevano quasi finito di mangiare. Per ultimare il pasto, ordinarono un paio di tazze di tè e l’uomo dietro il bancone si allontanò per lunghi attimi, prima di tornare con due bicchieri e la bevanda fumante al loro interno. Rimasero silenziosi per la maggior parte del tempo, così come i restanti clienti, che sembravano cullati dalle docili note delle Geisha. Quel momento di armonia e serenità, sicuramente non comune in un posto affollato come Kondo, in realtà era destinato a durare ben poco. Fu così che, infatti, venne spezzato con irruenza e senza alcun preavviso da un tremendo rantolo di rabbia, che fece sobbalzare gli astanti e costrinse le Geisha ad interrompere le loro melodie. Yura alzò la testa nello stesso momento in cui lo fece anche Cuore Alato e i due si misero in ascolto, sconcertati da tutto quel frastuono. Qualcuno, oltre le porte scorrevoli che portavano con molta probabilità alle cucine, stava esibendosi in una sfuriata rabbiosa. Era una voce gutturale e terribile, piena di rancore. Talmente profonda e potente da penetrare nei timpani.
    L’uomo dietro il bancone si volse stupito. Posò il vassoio con i bicchieri e un coltello sul tagliere, poi si dileguò in fretta oltre la porta sul retro: nel momento in cui questa rimase aperta, la voce che imprecava senza ritegno si fece ancora più acuta. Ci furono altri rumori assordanti, come di pentole che cadono violentemente a terra e oggetti assortiti scaraventati ovunque.
    Mentre tutti i clienti restavano ad osservare nella stessa direzione con gli occhi spalancati e le mani tremanti, Yura si divelse scuotendo il capo. Cuore Alato prese a guardarla interrogativo ed in seguito la imitò prendendo una tazza di tè. Non si dissero nulla, poiché con quel fracasso era impossibile riuscire a parlare.
    Nel momento in cui alcuni dei presenti iniziarono a dirigersi frettolosamente verso l’uscita senza nemmeno pagare il conto, ecco che la porta sul retro del bancone si spalancò di nuovo. Una grossa ed enorme mano dotata di artigli era appoggiata sullo stipite e l’aveva fatta scorrere con violenza. Poco dopo, né uscì un essere impressionante, che tolse il fiato alla maggior parte dei presenti.
    Aveva la pelle bruna, quasi nera, e un volto virile contratto in una smorfia di rabbia. Un paio di grosse corna taurine si levavano dalle sue tempie verso l’alto ed altre tre corna più piccole, si innalzavano dalla sua fronte. Uno spesso anello dorato decorava il lobo sinistro del suo orecchio e i capelli che partivano sulla nuca, scendevano lunghi e untuosi sino le scapole, in un taglio scalato e del tutto irregolare. Altre due ciocche più lunghe erano tenute sul davanti, fermate a metà da un paio di fascette sporche. Gli occhi, vitrei e ferali, erano di un giallo acceso e avevano la pupilla a taglio verticale, come quella di un serpente. A trattenere quella testa demoniaca sulle spalle, era un imponente corpo fatto di muscoli, protratto in ben oltre due metri di altezza. Indossava un grembiule che gli arrivava fin sopra le ginocchia, e sarebbe stato bianco se non fosse per il sangue che lo impregnava. Ciò che lasciò ancora più stupiti i presenti, furono i due zoccoli al posto dei piedi, che producevano un rumore secco sul legno del pavimento. Dietro si dilungava una muscolosa coda, che raggiungeva il terreno sino a trascinarsi.
    «Levati di mezzo!» L’essere urlò con voce cavernosa e brutale, non appena si scontrò con uno dei clienti in fuga. Quest’ultimo cadde per l’impatto e rimase paralizzato dalla paura con la bocca aperta, balbettando qualcosa d’incomprensibile. Il demonio avanzò con furia verso l’uscita del locale e fece appena in tempo a squadrare Yura e Cuore Alato. Quello che i due accolsero, fu un’occhiata quasi omicida. Sicuramente, non si trattava di un tipo con cui ragionare pacificamente.
    «Accidenti… che cipiglio» commentò lei con espressione stralunata. Non aveva ancora fatto in tempo ad assaggiare il tè, la mano sospesa nel vuoto con il bicchiere trattenuto. Cuore Alato era in un bagno di sudore e il suo volto era divenuto una maschera di terrore. Deglutì nervosamente, poi lanciò un’occhiata verso la tendina, dove era appena uscito il mostro. Dovette girarsi quasi completamente, dal momento che volgeva le spalle all’ingresso.
    «Quel… quella cosa… quell’essere era un Demone occidentale…»
    La sua voce tremava appena e così la tazza che tratteneva in mano. Yura lo scrutò con attenzione e rispose grave.
    «Già, ho notato. Mi chiedo che cosa ci faccia qui un Demone del genere. La comunità demoniaca orientale non accetta altre tipologie della loro razza. Probabilmente era venuto ad assaggiare qualcosa, ma forse non ha gradito.» Fece spallucce, senza pensare troppo alle supposizioni. D’altra parte se n’era andato via, e non aveva ragione di trastullarsi oltre su quell’essere che non aveva mai visto prima d’ora. I clienti non riuscirono ancora a riemergere dal loro silenzioso terrore, ed altri aspettarono una decina di minuti prima di darsela velocemente a gambe. Cuore Alato tornò a fare domande, tenendosi una mano sullo stomaco.
    «Hai visto il sangue sul suo vestito?» mosse le labbra in una smorfia, sentendo una stretta di nausea. Yura annuì debolmente, portando la tazza di tè vicina alle labbra.
    «Sì. Se hai notato il suo fisico, direi che si tratta di un guerriero, forse di un barbaro. Piuttosto mi ha stupita di più il grembiule. Un Demone in grembiule è parecchio strano, ti pare?» Cuore Alato si stupì di quell’osservazione. Sembrava completamente smarrito.
    «Può essere… ma se ha sparso del sangue qui, non dovremmo andare a vedere? Forse qualcuno ha bisogno di aiu…» la ragazza rispose subito, senza dargli il tempo di terminare la frase.
    «No.» Fu l’unica parola che proferì, secca e precisa. Suonò come un vero e proprio rimprovero, così come il suo sguardo austero puntato in quello del ragazzo. Questo chinò il capo e non aggiunse altro. Poi Yura proseguì, mostrando estraneità alla situazione.
    «Non sono affari nostri. Noi siamo qui solo per consumare una colazione abbondante, niente di più e niente di meno.»
    Quando finì di parlare, dalla porta spalancata sul retro uscì l’uomo del bancone, il cuoco. Aveva un’espressione demoralizzata e dispiaciuta e subito si avvicinò ad ognuno dei clienti rimasti, esibendosi in inchini rispettosi e continuando a mormorare le stesse identiche parole. «Chiedo umilmente perdono per quello che è successo. Non accadrà più.»
    L’uomo proseguì il suo giro, a volte scusandosi più del dovuto. Gli orientali erano così, ogni qual volta si presentava un imprevisto, iniziavano a scusarsi e a chiedere perdono a non finire. Spesso, non contenti delle sole parole, passavano ai fatti regalando buoni sconto o cene gratuite, se si trattava di taverne. Quell’uomo non sembrava avere buoni sconto e non prometteva pasti gratuiti: Yura lo capiva, aveva aperto da poco e sicuramente, mai come ora aveva bisogno di guadagnare. Quel pensiero si spense quando venne anche lei raggiunta dalle sue scuse, quindi scosse il capo facendo un cenno d’indifferenza con la mano. «Nessun problema» rispose con un tenue sorriso, che diede un poco di sollievo all’uomo.
    Finalmente, terminati i salamelecchi, poteva continuare a consumare con Cuore Alato. L’atmosfera tornò faticosamente quella dell’inizio, con le Geisha che strimpellavano timidamente, quasi temessero un ritorno dell’essere, e i clienti che bisbigliavano circospetti osservando il cuoco, tornato a disporre i piattini sul bancone con le mani tremanti e un’espressione addolorata in volto.

    «Avanti, non ci pensare. E’ passata, sai benissimo che quegli esseri hanno la rabbia facile.» Yura cercò di distrarre l’amico, che pareva ancora sconquassato. Lui sorrise arrossendo, poi accostò il tè alle labbra.
    Yura fece lo stesso, mentre prese ad osservare la superficie del liquido con distrazione. E fu in quella distrazione che trovò di che ridestarsi. Si fermò con il bicchiere a pochi centimetri dal volto, lo sguardo turbato e un groppo alla gola. Il cuore prese a martellarle in petto, quando vide Cuore Alato poggiare completamente le labbra al bicchiere, pronto a deglutire la bevanda. Fortunatamente, fece appena in tempo a fermarlo, alzandosi di scatto e afferrandogli con prontezza un polso. Lo tirò a sé, costringendolo ad abbassare il bicchiere.
    «Non bere!» Gli disse sibilando, cercando di non farsi sentire dal cuoco. Volse a questo un’occhiata fugace, prima di tornare su Cuore Alato. Poggiò il proprio bicchiere sul tavolo presso il bancone.
    «Cosa? Perché?» Cuore Alato guardò in basso. Non notò niente di particolare, solo il tè increspato da venature bianchicce che dondolava ancora. Yura tornò ad accomodarsi, evidentemente all’erta. Allora indicò a lui la bevanda.
    «Le vedi quelle sottili increspature sulla superficie?» Chiese continuando a mantenere la voce bassa «Indica la presenza di sostanze e nella fattispecie, di veleni. Lo dovresti sapere meglio di me. Se l’esperienza non mi inganna, oserei dire che si tratta di un veleno mortale, che entra in circolo dopo pochi secondi. Le increspature si stanno cristallizzando.»
    Cuore Alato si sentì riempire di un terrore cieco. Prese a tremare ancora più di prima, più di quando era di fronte al Demonio, toccandosi convulsamente le labbra. Si sentiva nuovamente uno stupido, perché lui era una Guardia Medica e non aveva riconosciuto il veleno, lui che ne preparava sempre di simili per i suoi compagni.
    «Non temere» proseguì Yura, con calma ammirabile «Non sei avvelenato. Ma per precauzione, è meglio fare un risciacquo di Alerosia.»
    Notò un piccione planare fino a posarsi a pochi passi dietro l’amico, sul viale esterno. Prese il bicchiere con il tè, ci affogò all’interno delle briciole di pane e poi ne versò un poco per terra, sporgendosi sotto la tendina d’ingresso. Rimase quindi ad osservare il piccione, che dopo qualche zampettata si decise ad assaggiare il pasto offerto a tradimento. Beccò una mollica di pane, poi un’altra e un’altra ancora. Cuore Alato si volse e fece appena in tempo a vedere una scena tremenda: il piccione era preda a delle convulsioni e cominciò ad emettere strani versi. I passanti all’esterno si fermarono a guardare senza capire, poi il volatile morì secco. Non mosse una sola piuma e perì con il becco ancora aperto e gli occhi che urlavano un dolore incomprensibile a lui.
    Yura si alzò dalla seggiola e lasciò le monete necessarie a saldare il conto. Cuore Alato tornò a squadrarla con rimprovero, facendo per parlare. Ma lei lo zittì subito, volgendogli di fronte il palmo della mano alzata.
    «Non dire nulla. Era necessaria una conferma. Pregherò per questo sacrificio.»
    Il ragazzo si meravigliò delle sue parole. Sarebbe stata la prima volta dopo un lungo tempo di assenza dalle preghiere. Lei fece per andarsene, ma Cuore Alato la trattenne un istante, con un’improvvisa decisione nello sguardo, cosa che riempì Yura di inaspettato stupore.
    «Promettimelo. Chiederai scusa agli Spiriti.»
    Lei annuì sorridendogli, poi uscì insieme a lui dalla locanda. Qualcuno aveva cercato di ammazzarli in quel posto, senza un apparente motivo. Era riuscita ad individuare un veleno mortale, ma una miriade di domande le stavano riempiendo la testa. Chi era stato? Il cuoco o il Demone che era uscito? O forse, qualcuno si era intrufolato nelle cucine? Perché avvelenarli? E quel veleno era realmente diretto a loro due?
    Si fermò e guardò indietro per lunghi attimi, ricordandosi dell’ombra intravista quando erano arrivati. La via era sgombra di persone: pensò che doveva trattarsi di una zona secondaria poco frequentata. Infondo, la gente preferiva ammassarsi nei quartieri più popolati, dove c’erano i mercati e le botteghe migliori. Ma poteva anche essere un bene, tutta quella desolazione: in questo modo, se veramente erano seguiti, avrebbero potuto individuare il nemico con più facilità.

    Fine primo capitolo

  4. L'avatar di Andrew B. Spencer Andrew B. SpencerAndrew B. Spencer è offline #244
    31-01-08 01:44

    Bravo Jessie, scrivi davvero bene!

  5. L'avatar di Jessie JessieJessie è offline #245
    07-02-08 03:32

    Grazie, ma sono una ragazza, e il racconto come scritto all'inizio, é di mia sorella al più presto aggiornerò visto che ha continuato
    alcuni pensano che si sofferma troppo a descrivere l'ambientazione, però a me piace, trovo il tutto molto ricco certo forse avrà sviluppi più lenti, quindi magari é facile che molte persone lo trovino un po' "pesante"

  6. SNIPPOLO #246
    07-02-08 04:37

    complimenti per il racconto.

  7. L'avatar di Icewarrior IcewarriorIcewarrior è offline #247
    14-02-08 18:12

    Ciao a tutti..Ho postato il mio racconto in un 3d poco sotto, ma vorrei proporlo anche a voi o sommi

    Quando vedete le frasi in prima persona, sono i pensieri del protagonista..Dovrebbero essere in evidenza, ma ho copiato da word e non ho voglia di modificare tutto...Seguite le istruzioni


    Chapter 1

    ESECUZIONE
    Rentar

    Spoiler:
    Chapter 1

    ESECUZIONE
    Rentar



    <<Sangue>>.
    Rentar aprì gli occhi. Era nella sua lugubre cella da così tanto, che non ricordava come fosse il mondo fuori di lì. I primi raggi di sole filtravano dalla piccola finestra sbarrata.
    L'alba si avvicinava. E con lei il momento della sua esecuzione.
    Sì guardò intorno, anche se non in realtà non vedeva molto in quel luogo così piccolo e buio. Vicino alla porta si trovava la cena della sera prima, l’angoscia gli aveva impedito di
    mangiare. Tuttavia , si accorse che i ratti, che infestavano quel luogo, dovevano averne approfittato.
    Provò, ricorrendo alle esigue energie rimaste, ad alzarsi in piedi. Ma le gambe gli tremarono. Ricadde a terra, maledicendosi.
    Se solo potessi ancora usare la mia magia. Dannato Xianth e il suo incantesimo del silenzio.. Non posso neanche usare la mia magia.. Eppure ci deve essere un modo...Non può finire così.
    Mentre si sforzava di trovare una via di fuga, si cominciarono a sentire dei passi.
    In fretta, nascose nelle sue misere vesti da prigioniero la lettera che la sera prima aveva scritto. Non era una lettera di addio. Non intendeva liberarsi di colpe che non erano le sue. Con questa, egli lasciava una speranza al mondo. Avrebbero dovuto ringraziarlo per tutto quello che aveva scoperto.
    E invece mi uccideranno.
    Appena fu sicuro che la lettera non gli sarebbe caduta nel tumulto della giornata, tornò a preoccuparsi dei passi che aveva udito.
    Il mago riuscì a capire che stavano procedendo verso la sua cella, l'ultima del corridoio,
    diverse persone.
    Queste si arrestarono davanti alla porta e Rentar vide quattro guardie, equipaggiate con quella che doveva essere la loro uniforme d’onore. Una stava cercando di aprire il portone, mentre le altre tre lo guardavano con evidente disprezzo.
    La porta si aprì di scatto e due di quelle entrarono in modo minaccioso.
    << L'alba è giunta e il popolo è gia in piazza. Tutti stanno aspettando solo te. Muoviti>>. Il tutto fu seguito da una risata di scherno, a cui non mancarono di aggiungersi le altre guardie. Quella che aveva parlato, un robusto uomo dalla folta barba, aiutata da un altra, che ancora rideva, lo fecero alzare con la forza che a lui mancava.
    <<E non provare a fare scherzi, folle mago>> disse uno degli uomini rimasti fuori.
    Rentar avrebbe desiderato solo accasciarsi a terra, raggomitolarsi e cadere in un sonno profondo. E magari non svegliarsi più.
    Invece fu obbligato a proseguire. Ma a ogni passo non desiderava altro che la fine di quell’incubo ad occhi aperti.
    Oltrepassato il corridoio si ritrovò in una stanza abbastanza ampia, ove regnava il disordine. Probabilmente era lì che le guardie passavano i loro lunghi turni di guardia. E, mentre lui era nella sua buia cella, a morire di fame, le guardie sembrava si trattassero bene. Sparse nella sala poteva infatti vedere bottiglie vuote di una qualche strana bevanda, probabilmente alcolica, , oltre a carte da gioco e cibo in quantità. Gli sembrò come se tutto fosse stato sistemato apposta per lui, per rendere la sua dipartita ancora più amara.
    Una piccola porta di legno si aprì e ne uscì un uomo grassoccio. Questi si guardò intorno con evidente disgusto per le condizioni di quella stanza, ma non disse niente e si fermò di fronte al condannato.
    TI prego stai zitto. Non dire una sola delle tue vuote parole.
    << E così tu sei Rentar, un altro seguace dell' oscuro Khytum...Io sono Santhir, cancelliere di questa prigione.
    E' sempre un piacere assistere alla morte di persone scellerate come voi. Sai non sei il primo del tuo ordine a subire questa fine, e spero che tu non sarai l'ultimo>>. La faccia dell'uomo si dipinse di una fastidiosa espressione mista di divertimento e di compiacimento.
    <<Si, sono io>> rispose con riluttanza Rentar.
    <<Come saprai, il nostro caro Xianth ha posto su di te un incantesimo del silenzio. Ogni tuo tentativo di usufruire della tua magia sarà vano . Non arrovellarti troppo per trovare una via di fuga. Le guardie che ti scorteranno hanno l'ordine di ucciderti al minimo segnale di pericolo. Inoltre sono presenti arcieri, appostati sui palazzi della città e su tutte le mura.
    Beh a questo punto mi sembra che non vi sia altro da dire. Che Hatrum abbia misericordia della tua anima. Anche se ne dubito. Uomini, conducetelo al suo destino>>.
    Per suo sollievo, il carcerie si girò e velocemente torno da dove era venuto, sbattendo rumorosamente la porta alle sue spalle.
    Finalmente. Perfino la morte è meglio delle sue parole.
    A quel punto, tre uomini uscirono da un’altra porta. Non appena Rentar posò gli occhi sopra di loro capì chi erano.
    Uno era vestito totalmente di nero. E un cappuccio gli copriva interamente il volto. Nella mano destra brandiva un’ascia, che doveva essere stata appena affilata.
    E così è lui che mi finirà.
    Il mago scorse nei suoi occhi l’ impazienza di compiere ciò per cui era stato chiamato.
    Entrambi vogliamo che quel momento arrivi in fretta.
    La persona alla sua destra era sempre vestita di nero. Nessun cappuccio copriva la sua testa, ma una collana con un grossa pietra bianca risaltava sulle nere vesti e in mano stringeva un voluminoso libro bianco.
    Un prete di Hatrum. Quasi provo più simpatia per il boia, che per questo buffone.
    Non riuscì invece ad identificare la terza persona. Era un uomo molto basso e la folta barba e i lunghi capelli quasi ne nascondevano totalmente i lineamenti. Lo sentì però parlare e la sua voce lo colpì. Era infatti molto profonda e forte, udibile quindi anche a distanza. Probabilmente il suo compito sarebbe stato quello di parlare al popolo per convincerlo della colpevolezza del mago.
    I tre individui si fermarono lontano da Rentar e cominciarono a parlare tra loro, rivolgendogli tuttavia truci sguardi.
    Le guardie impazienti lo condussero velocemente fino all'uscita dell'edificio, un massiccio portone che sembrava potessero resistere anche all' attacco di un troll.
    << Fermi. Non aprite il portone >> urlò una fastidiosa voce dietro di loro.
    Rentar si girò. A parlare era stato l’uomo con la bianca pietra al collo.
    << Cosa succede Sir Rebon? >> gli domandò una delle guardie.
    << Mi è appena arrivata comunicazione, dal capitano delle guardie, che questo non è il momento migliore per uscire. Sono stati avvistati in città cittadini armati. Vorranno togliersi la soddisfazione di ucciderlo con le proprie mani. Questo non sarà permesso. La sua morte deve avvenire sotto gli occhi di tutti. E per mano nostra. In questo modo sarà molto più efficace >> rispose, parlando lentamente.
    Insomma mi trattano come un fenomeno da baraccone. Che ottima fine.
    Poi continuò a parlare. << Dato che abbiamo un po’ di tempo, credo che sarebbe molto utile un interrogatorio del prigioniero. Sembra che sappia davvero molte cose >>.
    Quella voce cominciava a diventare insopportabile. Rentar rabbrividì al pensiero di dover sostenere un dialogo con quell’uomo, ma purtroppo non era in sua facoltà poter scegliere.
    Le parole che non voleva sentire arrivarono. <<Portatelo nella mia stanza >>.
    << Agli ordini Sir Rebon >> si affrettò a dire la guardia.
    Aiutata da un'altra, presero Rentar di peso e lo trascinarono attraverso una porta, che precedentemente non aveva visto.
    Davanti a lui si trovava un’ angusta rampa di scale. Il mago avrebbe preferito essere trascinato. Ma capì che non era possibile. Sarebbe dovuto ricorrere a tutte le sue forze.
    << Muoviti a salire. Noi saremo proprio dietro di te, quindi non fare mosse azzardate >> disse minacciosa una guardia.
    Rentar si fece forza e posò la gamba sul primo gradino. Un dolore atroce gli arrivò dai muscoli, che si rifiutavano di proseguire ulteriormente.
    Non ce la farò.
    Dietro di lui sentì uno degli uomini estrarre la propria spada. Senti poi il freddo pungente della lama appoggiarsi sulla sua nuda schiena.
    <<Ti ho detto di muoverti, verme >> furono le parole della guardia, ancora più minacciosa di prima.
    Ricorrendo a tutte le sue energie e a quella poca forza d’animo che gli era rimasta cominciò a salire. A ogni gradino che saliva la sua faccia si oscurava in vivide espressioni di dolore.
    Fu terribile, ma finalmente riuscì ad arrivare al piano superiore. Il suo sguardo si posò su una feritoia nel muro, che dava sull’esterno. Capì che ci aveva messo così tanto poiché la stanza si trovava in una delle torri. Sicuramente la più alta delle quattro della prigione.
    Una strana persona vigilava la stanza di Rebon. Forse dire persona era un po’ troppo.
    Era infatti interamente rivestita di un’ armatura nera. Nessuna parte del corpo era visibile, ma notò che era incredibilmente alto. Ed emanava una forte malignità.
    Strano che questa cosa sia alla guardia di un prete di Hatrum. Allora le mie idee potrebbero essere giuste.
    Devo assolutamente lasciare questa lettera a qualcuno. O il mondo cadrà nuovamente nelle tenebre.
    Non appena furono arrivati davanti alla camera di Rebon, la porta si aprì e Rentar fu fatto sedere e legato a una sedia. Immediatamente le guardie, tranne quella che già li si trovava, uscirono, come intimorite da qualcosa.
    Il mago si guardò attorno, attendendo il suo interrogatore. Quella dove si trovava era una camera abbastanza contenuta, forse precedeva la vera e propria dimora del prete. Nella stanza vi trovavano spazio unicamente qualche sedia, una scrivania e qualche altro mobile. Ma a colpire la sua attenzione fu un qualcosa che luccicava su un tavolo, nel lato opposto della sala.
    Il cuore di Rentar si fermò per un attimo. Non credette ai suoi occhi .
    Non può essere. Quello assomiglia a un Cubo Dell’ Ombra. Il prete di Hatrum non può usare questo strumento. E’ troppo potente per lui. E va totalmente contro la sua dottrina.
    Anche il cubo emanava malignità. Ma diversa da quella della guardia della stanza. Questa era molto più profonda. Era pura. Male puro.
    Rebon, evidentemente, ha una natura molto diversa da quella che cerca di far credere.
    Mentre strane supposizioni si affollavano nella sua mente, fu invaso da una strana sensazione di paura ed angoscia.
    Cominciò a sentire strani sibili, simili al rumore del vento. Ma provenivano dal Cubo e sembravano voler comunicare con lui. Strane parole in una lingua incomprensibile giunsero alle sue orecchie. O almeno così credeva.
    Sta cercando di parlare con me. Non conosco però il significato di questa antica lingua demoniaca. Devo cercare di saperne di più dal prete.
    Quelle oscure parole se ne andarono istantaneamente, non appena il suo interrogatore entrò nella sala. Rentar lo guardò a fondo, notando una strana espressione nei suoi occhi. Invece Rebon non lo degnò di uno sguardo. Frettolosamente procedette fino al tavolo ove si trovava il Cubo. Lo prese e lo mise in uno scrigno d’ oro, cui il mago non aveva fatto caso prima. Poi si girò verso di lui.
    < Quelle stupide guardie ti hanno legato. Non sanno che non ve ne è motivo >> disse Rebon.
    Con somma sorpresa del prigioniero, chiuse gli occhi e agitò la mano. Come per magia, le corde che lo tenevano inchiodato alla sedia caddero a terra, producendo un tonfo secco.
    Quindi quest’ uomo è dotato di poteri magici. Avrei dovuto immaginarlo. Non deve assolutamente venire a conoscenza della lettera.
    <<Veniamo a noi, seguace di Khytum >> riprese lo strano prete << Non sei stupido come sembri. Credo che tu sappia molto più di ciò che vuoi far credere. Ma mi dispiace deluderti. Fra poche ore la tua anima ritornerà nel Limbo e tutto ciò che hai scoperto brucerà. Verrà divorato dal fuoco. Come quello che domani abbatterà la tua dimora, dove sono sicuro che hai lasciato una pista da seguire contro di noi. Come ho già detto, sei furbo, sapevi che il tuo operato sarebbe stato scoperto. O sbaglio? >>.
    Il mago si costrinse a rimanere calmo, cercando di non tradirsi. << Forse pensi troppo. Sì, sono un mago e la conoscenza è la mia vita. Ma il tuo operato e i tuoi sporchi giochi sono al di là del mio sapere. Solo ora intravedo la portato di ciò che stai muovendo, pur non capendone ancora molto. Non credi di esserti spinto troppo oltre Rebon? Come ho avuto modo di vedere, utilizzi un Cubo delle Ombre. Oggetto al di fuori di qualsiasi controllo. Inoltre il suo uso va contro ogni legge dell’ equilibrio. Quello strumento è stato bandito secoli addietro. E un prete del tuo ordine dovrebbe esserne aggiornato >> replicò, parlando pacatamente e privo di ogni espressione.
    Uguale era la faccia del suo interrogatore. Però queste parole lo portarono a scoppiare in una fragorosa risata.
    << Parli dell’ equilibrio eh? E’ stato spezzato da tempo oramai. Dato che dici di essere così all’oscuro di tutto, devi sapere che ci sono forze che si stanno radunando. Ma diciamo che non si prospetta la solita, inutile guerra per il potere di un regno. E’ in ballo tutto ciò terrestre. E tutto ciò va oltre la lunga e sanguinosa Guerra delle Due Stirpi o qualsiasi conflitto tu immagini.>> Rebon fece una breve pausa, poi tornò a guardare Rentar.
    << Questa volta…è in ballo anche ciò che non è terrestre >>. La sua voce assunse un tono solenne .<<E non sarà un ballo piacevole >> .
    In queste parole, Rentar poteva cogliere una malignità che mai si sarebbe aspettato da un’appartenente alla dottrina del dio del bene.
    Capì che qualcosa che non capiva era in moto nell’ombra, pronto a colpire. Ma non se ne preoccupò troppo. Probabilmente non avrebbe assistito a una seconda Rottura del mondo.
    << Ora però ho faccende più importanti da trattare. Tu rimarrai qui ancora per qualche ora. Sembra che i disordini nelle strade non siano stati sedati. Queste stupide guardie non riescono nemmeno a prendersi cura di qualche paesano >> disse il prete con un evidente disgusto. Agitò le mani nello stesso modo di qualche secondo prima, e Rentar si ritrovò incatenato nuovamente a quella scomoda sedia. Rimanere lì, in quella stanza, ad attendere che giungesse il suo momento era terribile. Quel pensiero lo tormentava più che le terribili giornate passate nelle segrete della prigione.
    << Qualcuno ora verrà per sorvegliarti, prigioniero. Addio >> concluse Rebon. Poi usci dalla stanza, frettolosamente come era entrato.
    Il silenzio regnava sovrano. Spossato da quella giornata e dalle precedenti, Rentar si sentì addosso tutta la stanchezza accumulata in quei giorni e non ebbe la forza di rimanere vigile. Cadde in un sonno tormentato da incubi.
    I suoi pensieri andarono a tutte le persone a lui care. Le sognò mentre venivano tutte uccise dalla stessa guardia che, in quel momento, doveva essergli accanto. Dietro le vittime si profilava la sua casa. Era in fiamme e non ne rimaneva molto. Scorse poi il prete, che aveva insinuato in lui tanti dubbi. La sua faccia era scolpita in una tetra espressione, che non lasciava trasparire che cupa soddisfazione per quel massacro. In lontananza non riusciva a distinguere altro che altre case in fiamme. Ma all’improvviso dalle tenebre emerse una luce, molto flebile. E illuminava lui. Qualcosa spuntò dal cielo, nello stesso punto da cui era arrivata quell’ inaspettata luce. Inizialmente riuscì a distinguere solo un puntino nero. E si avvicinava a lui, con grande velocità. Lo strano oggetto nero si posò su di un albero, non distante. Il mago si concentrò per mettere a fuoco e capire che cosa fosse.
    Un corvo.
    Il suo sonno fu interrotto da un qualcuno che cercava di svegliarlo. Stranamente con buone maniere.
    Una guardia cominciò a parlare: << Sono felice di informarti che abbiamo risolto i problemi per le strade. Ci è costata molta fatica ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Devi sapere infatti che…>>
    << Finiscitela Korb. -lo interruppe un’altra guardia- Muoviamoci a portare via questo qui, come ordinato. E facciamo in fretta, questo posto non mi piace per niente. Mi fa venire i brividi. Tu prigioniero, non fare mosse azzardate >> .
    Impiegarono molto tempo prima di riuscire a tirarlo fuori da quel magico groviglio di catene, ma alla fine ci riuscirono.
    Rentar diede un’ occhiata a quei due. In quell’ ambiente soffocante, sembravano come pesci fuor d’acqua. Troppo sempliciotti per poter capire qualcosa di ciò che si progettava in quella torre. Forse tutto ciò questo poteva giocare a suo vantaggio. Magari sarebbe riuscito ad affidare la lettera a qualcuno.
    << Scusatemi. Ho oramai perso il conto dei giorni che ho passato nella mia bua cella. Prima di scendere in strada vi chiedo solo un ultimo favore. Ogni condannato dovrebbe averne diritto>> improvvisò Rentar.
    << Sentiamo. Quale dovrebbe essere questo favore? >> rispose Korb, lanciando un occhiataccia al suo compagno.
    << Beh vorrei solo ammirare per un’ ultima volta il fantastico panorama. Dall’alto di questa torre possibilmente. Si deve proprio godere di una vista magnifica da quassù >> fu ciò che il mago riuscì a pensare.
    La guardia lo guardò per qualche secondo, non sapendo cosa fare.
    << E sia. Ma solo per poco, mago. Non ho intenzione di sprecare tutto il pomeriggio per te. Puoi usare quella finestra là in fondo. Ricorda che ti osserviamo >> fu la risposta del compagno di Korb.
    Pomeriggio? Quando mi hanno portato qui era solo mattina. Non posso aver dormito così tanto.
    << Vi ringrazio infinitamente. Non sapete cosa ciò significhi per me. Grazie >> riuscì solo a dire il detenuto.
    No, non immaginate proprio cosa ciò significhi. Avete dato una speranza al mondo.
    Ci era riuscito. Le due guardie, spinte da bontà, gli avevano concesso un ultimo desiderio.
    Si avvicinò velocemente alla finestra e la spalancò. L’aria fresca riempì di nuovo i suoi polmoni, ormai abituati all’aria ammuffita delle segrete. Guardando la posizione del sole potè capire che ciò che diceva la guardia corrispondeva al vero, era pomeriggio.
    Per un attimo rimase affascinato dalla bellezza di quella cittadina, Elbony. L’imponente roccaforte, che fiera si ergeva ai confini settentrionali del deserto di Therion, era una tra le cittadine imperiali più a sud. Non molto lontano dagli accampamenti degli Hyrpies, creature demoniache che erano apparse solo recentemente. Dalle loro basi avevano lanciato numerosi attacchi alle terre dell’ Impero. E la loro vittoria era stata schiacciante, di fronte alle migliori legioni di re Friek. Ma questa facilità, con cui le truppe erano state sbaragliate, suscitava moltissimi dubbi. Specialmente in Rentar, che non riusciva a dare una risposta alle sue domande sull’origine delle strane creature e sui loro piani.
    Guardò in basso, nelle strade, e vide che erano davvero gremite di gente. Ci sarebbe voluto molto per raggiungere la piazza.
    Dando la schiena alle due guardie, Rentar tirò fuori la lettera che aveva nascosta nelle vesti e cominciò a pensare come agire.
    In mezzo a tutta quella folla mi sarà impossibile dare la lettera a qualcuno. E immagino che mi legheranno anche. Devo disfarmene ora.
    L’unica cosa che gli veniva in mente era di gettarla da lì. Le possibilità erano minime, ma forse sarebbe arrivata a qualcuno di importante.
    La sorte e il vento avrebbero deciso la rotta della speranza.
    Sì, è l’unico modo.
    Le mani del mago si aprirono nel vuoto e la lettera cadde. Una raffica di vento la portò subito lontana, fuori dalla visuale di Rentar.
    Che la lettera raggiunga una persona fidata, o Khytum. Te ne prego.
    Gustò ancora per qualche momento il panorama e la brezza invernale che gli accarezzava il volto, poi sì girò verso gli altri due.
    <<Sono pronto >>.

    Dopo non molto tempo, Rentar si ritrovava nel punto in cui aveva incrociato il carceriere. Le mani legate e una tunica nera addosso. Ora gli imperiali che lo avrebbero scortato erano divenuti otto.
    << Procediamo. Aprite la porta >> disse una di questi.
    Due delle guardie spinsero e il portone si aprì con facilità. La luce fu per un attimo accecante, ma il mago ci si abituò in pochi attimi.
    Le strade erano ancora più piene di gente di quello che gli era sembrato.
    <<Sangue>>.
    Solo questa parola proveniva dalla folla , caricata di odio nei suoi confronti.
    <<Sangue>>
    La folla voleva che fosse il suo sangue a scorrere. Questo pensiero lo scosse violentemente e lo lasciò come stordito. Lo sguardo perso nel vuoto.
    Rentar guardò davanti a se, cercando di non porre troppa attenzione alle persone raccolte li intorno.
    Però Fu più forte di lui, e il suo sguardo si posò su un piccolo gruppo di uomini, tutti abbastanza giovani, fermi in un angolo della strada.
    Probabilmente tutti stupidi aristocratici, guidati solamente dalla loro bramosia di potere.
    Scrutò a lungo i loro volti. Non era sete di giustizia quella che riempiva i loro cuori. Erano come spinti da una rabbia incontrollabile e accecante, pari agli animali.
    Tutto ciò che essi cercavano era un qualcuno, su cui scaricare tutte le colpe che quei tempi oscuri avevano portato.
    Quel qualcuno erano oramai diventati tutte le persone come lui, i maghi dell' Ordine di Khytum.
    Quel qualcuno oggi era lui.
    I suoi passi si susseguivano uno dietro l'altro, lentamente ma senza sosta. In quel freddo pomeriggio di fine novembre, sembrava come un cadavere che, rassegnato, andava incontro al suo mero destino.
    Attanagliato dal gelo tagliente, aumentato dal fatto che era stato spogliato delle sue sacre vesti, proseguiva senza sentire più niente.
    Tutto se ne era andato dalla sua mente. Paura, angoscia, freddo e voglia di vivere oramai non dimoravano più in lui.
    Tuttavia un sentimento ancora persisteva e ad ogni passo cresceva. Il desiderio di vendetta. Oramai lo possedeva e solo quello lo aiutava a continuare a camminare.
    Presto li rincontrerò. E pagheranno tutti. Dal primo all'ultimo. Ho lasciato una speranza al mondo, ma non sarà per questi.
    Nella lunga marcia che lo avrebbe condotto al patibolo, Rentar si trovò di nuovo a scrutare tra la folla.
    Forse per poter ricordare i volti di coloro che avevano voluto la sua morte.
    Vide volti sconosciuti, facce strane provenienti da chissà quale parte dell'Impero. Una persona però, in mezzo a tutti, lo colpì. Una donna.
    Vitany.
    Il suo cuore si strinse dal dolore. La donna che tanto aveva amato in passato, ora si trovava lì, a pochi metri da lui, desiderosa di vederlo morire.
    Rentar avrebbe preferito che lei sapesse come stavano realmente le cose. Voleva dirle che, al contrario di quello che tutti credevano, non si era mai schierato contro l'Impero.
    Avrebbe voluto confessarle di amarla ancora.
    Avrebbe desiderato solo poterla abbracciare.
    Ma oramai tutto questo non importava., il suo destino era segnato.
    Distolse lo sguardo dalla giovane donna, che lo guardava con disgusto, e guardò avanti a se. Di fronte a lui si trovava l'antica Piazza della Libertà.
    Qui vi si svolgevano regolarmente le esecuzioni pubbliche.
    Quel giorno sarebbe stata la prima esecuzione a cui avesse mai partecipato.
    E sarebbe stata anche l'ultima.
    Si accorse che del sangue gli colava copiosamente dalla fronte. Il suo calore fu benvenuto da Rentar. Non se ne era accorto, ma i cittadini avevano cominciato una vera e propria lapidazione verso di lui.
    Stupidi.
    E mentre le guardie attorno a lui si riparavano con i loro scudi dorati, il mago proseguiva con tranquillità, come se niente potesse ormai scalfirlo.
    Davanti a lui si mostravano immagini confuse. Gli sembrò come se le guardie stessero lottando per mantenere l'ordine nella strada, ma non riuscì bene a capire.
    O forse non voleva farlo.
    Un sentimento, carico di odio profondo, cominciò a farsi varco in lui.
    Quasi si maledisse per avere lasciato al mondo anche solo una piccola possibilità.
    La marcia ricominciò.
    Un raggio di sole lo colpì in volto. Era entrato nella piazza.
    Finalmente. Ora manca poco.
    Una strana sensazione si impadronì di lui. All'inizio non vi pose attenzione, ma proseguendo divenne sempre più intensa.
    Sollevando il capo, scorse un movimento nella parte alta di un vecchio edificio.
    Appena riuscì a concentrarsi, lottando contro il sangue che gli sgorgava da una ferita, aguzzò la vista.
    Un corvo.
    Un semplice corvo nero, appollaiato su di un balcone.
    Bene, la sventura ha acquistato un posto in prima fila per lo spettacolo.
    Sì accorse però di come fosse identico a quello apparso nel suo sogno.
    Il nero animale, che a sua volta era interessato a quel buffo uomo sanguinante, sembrava avere qualcosa di strano.
    Quel corvo emana un'energia pazzesca. Non la stessa delle strane cose nelle sale di Rebon. Questo potere non sembra essere maligno. Ma neppure il contrario…
    Un brivido percorse la schiena di Rentar e improvvisamente perse lucidità.
    Tornò a posare lo sguardo sul balcone, ma l'animale era sparito
    Il suo cammino proseguì, mentre un ulteriore brivido lo percorse.
    Dalla sua esperienza, poteva capire che qualcosa di soprannaturale era all'opera.
    Qualcosa che avrebbe potuto aiutarlo. Qualcuno a cui doveva appellarsi. Doveva provare.
    Tu, che in questo mio ultimo pomeriggio operi nell’ombra, aiutami. Salvami cosi che la mia vendetta su queste persone si possa compiere.
    La guardia dietro di lui lo colpì alla schiena, facendolo cadere in ginocchio.
    Dammi la possibilità.
    <<Alzati carogna>> ringhiò la guardia carica di disprezzo.
    Te ne prego. Sono disposto a tutto.
    La guardia dietro di lui lo costrinse ad alzarsi e a rimettersi in cammino.
    Poteva oramai vedere il luogo dove avrebbe cessato di essere.
    Fra pochi minuti la folla esploderà in urla di gioia. E mentre la mia anima brucerà, la vendetta orrederà la mia mente
    <<Non è detto>>. Queste parole arrivarono come un sibilo alle orecchie del condannato. Rentar si girò verso le guardie, preoccupate a mantenere l'ordine nelle strade.
    Non sono state loro.
    Il suo sguardo si posò allora sul piccolo palco di legno, preparato nel centro della piazza.
    Il corvo era lì, lo aspettava.
    Fu costretto, dalle guardie, a riprendere a camminare con maggiore velocità. Il popolo era ansioso.
    Ogni suo passo era pura sofferenza. Le sue gambe tremavano, rimembri delle torture dei procedenti giorni.
    Me la pagheranno anche per questo.
    <<Un modo c'è umano. E chiamami Valybra>>. La voce di prima risuonò più profondamente nella sua mente.
    Cosa ha a che fare la mia morte con la dea dell’equilibrio?
    Capì che doveva evidentemente essere molto interessata a lui.
    Ti ascolto.
    <<La vendetta è così importante per te?Daresti tutto per ottenerla?>> le parole della dea rimbombarono nella sua testa, prive di qualsiasi traccia di sentimento.
    Il sangue gli gelò nelle vene.
    La vendetta...sì, è terribilmente importante per me.
    Era arrivato. Davanti a lui si trovavano solo degli scalini di legno e poi la fine.
    Sulla piattaforma di legno, vi si trovavano diverse persone. Il boia, nella sua imponenza, stava in un angolo. Il centro era per l’uomo che aveva visto la mattina nelle prigioni.
    Cominciò a fatica, aiutato dalle lance della guardia dietro di lui, a salire i gradini.
    <<La tua vendetta è possibile. In cambio chiedo tutto>>.
    Rentar a queste parole quasi incespicò. Sapeva a cosa si riferivano queste antiche forze quando si parlava di tutto. Proseguì la salita.
    Cosa intendi con tutto?
    <<Intendo tutto. La tua essenza. La tua anima>>.
    La mia anima..
    Rentar volse lo sguardo alla folla inferocita. Si concentrò sui loro sguardi pieni di odio.
    Odio verso una persona che a loro non aveva fatto niente.
    E che, per mano loro, aveva perduto le persone a lui più care.
    La mia anima.. Tutto. Queste persone meritano le mie stesse sofferenze. Accetto.
    <<Bene. Allora addio. Goditi i tuoi ultimi attimi di vita>>.
    Il mago si senti pervadere dallo sconforto.
    Mi hai ingannato. Hai detto che mi avresti salvato.
    <<Non in questa vita>>. Queste ultime parole arrivarono quasi come un sospiro, che portato dal vento, lentamente si dissolse nel clamore di quella giornata.
    Finalmente riacquistò completa lucidità. Davanti a lui vi era il patibolo. E il boia lo guardava con ansia. D’altronde era dalla mattina che aspettava quel momento.
    E così è questo che si prova a dover morire.
    Venne sistemato sul patibolo. Il suo carnefice al suo fianco. Centinaia di persone attorno a lui a reclamare la sua testa.
    << Popolo di Elbony! Popolo di tutto l’impero del re Friek! Oggi, in questa piazza, noi facciamo valere la nostra giustizia. Perché questo serva di lezione a tutti quelli come lui, che si nascondono nell’ombra, meditando oscuri sortilegi sulle nostre famiglie. Perché i nostri figli possano un giorno vivere in un mondo privo di malignità. Per tutto questo noi siamo qui oggi >> urlò l’uomo al centro della piattaforma. Aspettò un attimo che le acclamazioni del popolo si calmassero, poi riprese . << E’ giunta l’ora che scorra il sangue di questo oscuro mago!Sangue! Sangue!>> . Le ultime parole sembrarono, a Rentar, quasi essere state pronunciate da un animale affamato.
    La folla rispose all’appello. <<Sangue!>>.
    Velocemente il grido si diffuse. In pochissimo tempo, ogni persona in quella piazza chiedeva, urlando, il suo sangue
    Alzò la testa, quasi come a dimostrare che anche lì, a pochi secondi dalla sua esecuzione non si sentiva sconfitto.
    Non lo sarebbe stato finche la sua vendetta non si sarebbe compiuta.
    Fino a che la sua rabbia non si sarebbe abbattuta come una tempesta su quelle persone.
    Nessuna emozione tradiva il suo volto. Era calmo, come mai lo era stato. Si girò dove prima aveva visto il corvo.
    Era ancora lì, ad aspettare la sua esecuzione. Probabilmente divertito dalla scena.
    Rentar si guardò in giro per un'ultima volta, mentre le ultime luci del giorno si spegnevano.
    <<Il momento è giunto>> disse il boia con voce profonda.
    Il corvo gracchiò.
    Ritornerò.
    E mentre la folla esplodeva in grida di gioia, anche la sua luce si spense.




  8. L'avatar di Rex Lozuresky Rex LozureskyRex Lozuresky è offline #248
    14-02-08 18:26

    http://forumgamesradar.futuregamer.i...8&postcount=17

    Lo faccio anch'io.
    Nulla di che neh.

  9. L'avatar di Shade Ninja Shade NinjaShade Ninja è offline #249
    14-03-08 21:42

    Ringrazio per i complimenti, quello postato da Jessie &#233; farina del mio sacco.
    In effetti raccogliere i romanzi in un solo thread &#233; leggermente dispersivo.. anche se diventerebbero migliaia, sarebbe senz'altro pi&#249; comodo aprire un thread per ognuno e tenerli aggiornati mano a mano... comunque sono al terzo capitolo, dopo aver riveduto e corretto i primi due

  10. TPS Hockey Player #250
    28-04-08 16:02

    -Svegliati Riarsan!-
    Mio zio grid&#242; ancora. Non avevo per niente voglia di alzarmi. Era l’alba, ed una leggera brezza di mare soffiava dolcemente.
    Con non poca fatica, mi alzai, presi i vestiti e li indossai. Mi aspettava un’altra giornata in mare. Mio zio &#233; un commerciante, di media statura, &#233; il fratello di mio padre. Porta lunghi capelli castani ed una corta barba che lo rende un personaggio dall’aspetto saggio. Mi ha sempre accudito come un figlio. A causa del lavoro di mio zio, devo continuamente viaggiare tra i due grandi arcipelaghi, Kiirotyn ed Aaravan. Adoro il mare, ma come ogni ragazzo sogno grandi avventure, mentre il lavoro di mio zio &#233; sempre monotono. Ma qualcosa di strano si prospettava. Il carico destinato al re di Kiirotyn era questa volta molto misterioso, mio zio infatti non aveva riferito parola a nessuno su cosa ci fosse dentro le casse.
    Come ogni settimana, la nave dello zio, la Donorth, sarebbe partita dal porto di Luvk&#242;to per poi arrivare alla citt&#224; marittima di Wovqu.
    -Ragazzo muoviti! E’ ora di partire, maledizione, sempre in ritardo mi fai arrivare!-
    Velocemente presi il mio arco e la faretra, salii velocemente sulla nave prima che lo zio avesse il tempo di urlare di nuovo.
    Nulla di nuovo a bordo. I soliti marinai ubriachi che mi invitavano a bere una birra con loro, il giovane mozzo che puliva il ponte, sempre le solite cose.
    Andai nella stanza del Capitano e posai arco e frecce.
    Tornato sul ponte, notai che eravamo gi&#224; partiti dal porto, e i marinai cantavano la canzone dell’addio alle mogli, una cantilena che ormai avevo imparato a memoria, anche se mi sembrava alquanto insulsa.
    Il mare era calmo, e dal bordo si notavano i grandi cetacei nuotarci a fianco. Ero incantato dalla loro maestosit&#224;, cos&#236; perfetti nei lineamenti, veloci nonostante le loro dimensioni. I marinai invece pensavano solo a come sarebbero stati buoni da mangiare. Passai il pomeriggio con i marinai a giocare a carte, mentre mio zio annotava qualcosa sul diario di bordo.
    la sera fu servito il pasto a base di zuppa di pesce e crostini di pane, mangiammo a saziet&#224; cantando canzoni del mare, allegramente insieme. Mi sentivo dopotutto felice.
    Dopo cena, andai negli alloggiamenti e raggiunsi il mio letto. Mi sentivo bene, ma notai che il mare si stava alzando. Presi sonno rapidamente, sognando le grandi battaglie raccontate nelle leggende.
    Erano passati due giorni dalla partenza e come ogni volta nulla era accaduto, ma la monotonia era ormai cos&#236; familiare che non mi disturbava neanche.
    Ma forze di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza incombevano oscure sulla Donorth.
    E il terzo giorno accadde. Successe all’improvviso, e nessuno ebbe il tempo di capire cosa stava accadendo. Erano in superiorit&#224; e meglio armati, strani esseri con volti semi-umani, erano alti il doppio di una normale persona. Presero di assalto la nave e massacrarono l’equipaggio, ma, capite le intenzioni degli esseri, mi nascosi. Vedevo tutte le tragiche scene che mi venivano proposte dagli esseri. Sembravano divertirsi, ridevano. Provai tale rabbia e disgusto che volevo uscire allo scoperto, ma il buon senso non me lo permise, nonostante non fosse un atto di mirabile coraggio, rimasi nascosto a guardare le figure massacrare l’equipaggio. Dopo minuti che mi sembrarono anni, smisero di tirar fendenti e alzarono le braccia al cielo esultando vittoriosi. Presero la birra e iniziarono a bere e cantare in una lingua che non conoscevo. Dopo i festeggiamenti, abbandonarono la nave. Era tardi, e allora decisi di attendere l’alba prima di uscire allo scoperto. Di fronte a me uno spettacolo orribile: corpi trucidati, sangue sparso ovunque, e fu allora che lo vidi, un uomo alto, dai lunghi capelli neri, che mi fissava con sguardo assassino. Senza neanche pensarci, impugnai l’arco e scagliai una freccia che colp&#236; l’uomo in pieno viso. L’uomo cadde a terra in preda a convulsioni. Ero sbalordito per la precisione con cui avevo colpito, ma allo stesso tempo spaventato. Corsi verso il cadavere dell’uomo e guardai la cotta di maglia che indossava: sopra vi era lo stemma reale del Regno di Kiirotyn. Stupefatto, perquisii l’uomo e vi trovai una spada corta e qualche moneta d’oro. Presi tutto con me, poi un pensiero raccapricciante mi invase. Dov’era mio zio? Subito cominciai la ricerca che fin&#236; col ritrovamento di mio zio, morto, steso a terra. Mi accasciai al suolo e cominciai a piangere. Quando alzai lo sguardo mi accorsi di essere molto vicino ad un isola. Presi la mia decisione: avrei scoperto gli assassini dello zio e scoperto cosa univa quell’attacco al Regno di Kiirotyn.
    Scesi allora dalla nave, nuotai fino a riva e iniziai la ricerca di un luogo riparato dove riposare. Trovai un’insenatura naturale dove constatai trovarsi una piccola caverna. Vi portai tutto il materiale che avevo e mi preparai un giaciglio. Pensai a quello che avrei fatto l’indomani.
    “Credo che la cosa pi&#249; importante da fare sia quella di trovare cibo. Forse dopo avr&#242; tempo di fabbricare altre frecce”.
    Lentamente, mi addormentai, ma non fu affatto un sonno piacevole. Le immagini del massacro mi passavano inesorabili nella testa, senza dar l’impressione di voler abbandonare la mia mente. E nel momento in cui vidi lo zio steso al suolo, mi svegliai di soprassalto, e mi ritrovai in un bagno di sudore. Quando mi alzai, vidi che stava sorgendo il sole, allora decisi di alzarmi e andare in cerca di cibo. Notai subito la folta vegetazione della foresta e, senza pensarci due volte, vi entrai. Notai che era una foresta tropicale, ricca di alberi che non conosceva. Vi constatai felicemente esserci molti frutti. Ne raccolsi un po’, poi uscii dalla giungla.
    A quel punto, mi ricordai una cosa.
    Non avevo controllato il carico destinato a Kiirotyn. Il desiderio e la curiosit&#224; di vedere le casse era tanta, ma la paura di rivedere i corpi massacrati… feci la mia decisione: sarei salito su quella nave comunque.
    Nuotai velocemente al relitto, cercando di non far caso ai cadaveri, e andai sottocoperta. Le casse erano ancora sigillate. Ne aprii una. Dentro vi era ogni tipo di armamento possibile, dagli elmi agli scudi, alle corazze di cuoio a quelle di maglia. Presi alcuni oggetti, tra cui una corazza di maglia, dei guanti, dei gambali e degli stivali. Aprii un’altra cassa. Dentro vi erano lunghe spade di metallo, affilate come rasoi. Decisi di prenderne una. Notai che erano esattamente uguali a quelle dell’uomo che avevo ucciso. A fianco di esse c’erano archi e frecce. Presi una trentina di frecce e abbandonai il relitto.
    Tornato a riva, feci ritorno alla grotta e mangiai della frutta. Decisi che il mattino seguente avrei costruito una barca e sarei partito alla volta di Luvk&#242;to.
    Finito di mangiare, presi subito sonno, un sonno tranquillo.
    Quando mi alzai, il sole era ancora abbastanza basso.
    Presi l’arco e la spada corta, uscii dalla grotta ed entrai nella vegetazione.
    Cercai alberi non troppo alti per costruire una zattera, li trovai poco distante.
    Iniziai a tagliare i tronchi, quando ne ebbi tagliati almeno sei, il sole era gi&#224; alto.
    Li portai sulla spiaggia e iniziai a legarli con delle liane trovate nella giungla. Quando finii, era quasi il tramonto, decisi di andare in esplorazione della foresta, dato che non avevo idea di quanto fosse grande. Appena mi addentrai la folta vegetazione mi oscur&#242; dal sole, e pi&#249; mi addentravo e pi&#249; era difficile oltrepassare il sottobosco intricato. Dopo circa un’ora di cammino sentii delle voci. Sembravano umane. Rimasi in ascolto. Avevano un linguaggio molto simile al mio. Parevamo molto colti, decisi di farmi vedere.
    Uscii dalla vegetazione ed attirai la loro attenzione salutandoli, tirarono fuori delle strane armi che non riconobbi. Dissi che venivo in pace, ma non abbassarono la guardia.
    Posai allora a terra le armi.
    - Vengo dall’Arcipelago di Aaravan, ero in viaggio per portare un carico a Kiirotyn, ma siamo stati assaliti, vi chiedo di non uccidermi! -
    Appena sentirono il nome Aaravan, abbassarono la guardia e mi venirono incontro, sorridenti.
    Gentilmente mi accompagnarono ad una strana costruzione, costruita sugli alberi. Entrarono e mi invitarono all’interno. Era arredata molto semplicemente, con pochi armadi rudimentali, un piccolo focolare ardeva sul lato destro dell’abitazione. Mi sedetti.
    - Benvenuto viaggiante, vedo che non sei un abitante di Kiirotyn. Ne siamo lieti. Che tu sia benvenuto nella nostra comunit&#224;. -
    - Dove mi trovo? – Chiesi subito.
    - Sei nell’isola chiamata da molti Prvich, ma da noi chiamata Nora. -
    Era dunque Prvich quell’isola.
    Ne avevo sentito parlare, si diceva fosse abitata da monaci di religione Sendemica.
    - Siete Sendemi?- Chiesi con un po’ di timore della risposta.
    Mi guardarono un attimo, come se non capissero ci&#242; che volevo dire. Poi, lentamente, uno di loro apr&#236; bocca.
    - Ebbene si, siamo Sendemi, veneriamo il Dio delle Tenebre, Sende. Sappiamo che Aaravan &#232; di religione Vaktriana. -
    Era vero. Io ero cresciuto con gli ideali religiosi di Vaktria, la Dea della Luce.
    Kiirotyn invece era di religione Waassanica. Veneravano il Dio della Guerra, Waassa.


    Con un po’ di paura, raccontai che eravamo stati assalita da esseri non umani, ma che alla fine un uomo probabilmente di Kiirotyn mi aveva attaccato. Aggrottarono la fronte, poi dissero – Attendevamo un attacco da parte di Kiirotyn, come ben sai, noi, pur adorando Sende, facciamo parte di Aaravan. Un attacco da parte di Kiirotyn non era certo una sorpresa. Non pensavamo per&#242; iniziassero l’attacco in questo periodo dell’anno. Ci aspettavamo un assalto a fine Primavera, mentre siamo ancora a inizio inverno. Tra un po’ i viaggi per mare saranno impossibili a causa delle tempeste. – Si fermarono un attimo, poi proseguirono.
    – Passerai l’inverno con noi, dove ti addestreremo nell’uso della spada e dell’arco, ma anche di Arti Oscure, chiamate da voi “Arti Magiche”.-
    Protestai.
    – Io devo andare a vendicare mio zio! -
    Mi guardarono con apparente calma, e risposero.
    – Dopo il tuo addestramento, ti lasceremo andare, ma preferiamo non lasciarti andare per ora, Riarsan. -
    Non gli avevo rivelato ancora il mio nome. Come facevano a saperlo?
    - Come sapete il mio nome? – Chiesi.
    - Sappiamo molte cose che tu non hai nemmeno la minima idea che possano esistere. –
    Ero spaventato da quella risposta.
    Mi invitarono a entrare in una stanza da letto.
    - Domani inizier&#224; il tuo addestramento, dormi bene.-
    Cercai il sonno, ma pareva non volermi prendere. Rimasi in ascolto. I suoni notturni erano inquietanti. Udii in lontananza una civetta. Poi sentii le voci dei monaci.
    - Pensate sia davvero lui? A me sembra un normale umano. -
    - Come fai a non notare i lineamenti Elfici? E’ sicuramente lui. –
    - E’ vero, le sue caratteristiche riportano all’Eroe del Vento. –
    - Se &#232; davvero un Mezz’elfo, imparer&#224; le Arti Oscure in breve. –
    - Questo sta a lui. –
    Improvvisamente smisero di parlare, e sentii dei passi avviarsi vero le stanze.
    Chi era l’Eroe del Vento? Nessuna delle leggende narrate dagli anziani ne parlava. Fin da piccolo mio zio mi aveva detto che avevo abilit&#224; soprannaturali, come l’udito finissimo e la vista incredibile. Che fossero parte della mia scoperta parte mezza Elfica?
    Con mille pensieri per la testa, mi addormentai.
    Quando i monaci me venirono a svegliare, era ancora buio, dovevano essere circa le sei del mattino.
    Mi sorrisero, e mi porsero una veste di tessuto rosso e marrone.
    -Riarsan, questa &#232; una veste molto speciale, possiede dei poteri magici, e nonostante la sua leggerezza, &#232; resistente come il ferro. Noi la doniamo a te, fanne buon uso.-
    Mi alzai, mi misi la veste e notai la dolce morbidezza di quella stoffa pregiata.
    -Seguici.-
    Li seguii attraverso lunghi corridoi che collegavano gli alberi tra loro, finche giunsi a terra. Mi condussero in un monastero che probabilmente era una palestra.
    Entrai e vidi molti giovani monaci allenarsi nell’uso della spada, dei pugnali, e delle strane armi che avevo visto la prima volta che incontrai i Sendemi.
    -Potrei chiedere quali sono i vostri nomi?-
    Si arrestarono e mi guardarono.
    -Ebbene, io sono Agtuso, e sono il Governatore di questa comunit&#224;. Quest’uomo al mio fianco si chiama Aglat&#224;, ed &#232; il mio aiutante, mentre il giovane che &#232; qui dietro di me &#232; mio figlio, Agsee.-
    Dovetti sforzarmi di non ridere. dati i loro nomi davvero buffi.
    -Grazie.- risposi.
    Proseguimmo verso una sala isolata, che era completamente vuota.
    mi mostrarono le varie armi, e mi chiesero di sceglierne una.
    -Vorrei la spada.-
    -Bene. D’ora in poi verrai addestrato unicamente nell’uso della spada.-
    -Chiaro.-
    Subito io e il giovane Agsee andammo nella piccola sala in legno e iniziammo l’addestramento.
    Come subito notai, era molto pi&#249; forte e rapido di me, e non riuscivo a schivare nessun suo colpo, e se ero senza un graffio era solo grazie alla sua gentilezza.
    Dopo circa tre ore, ci fermammo a riposare.
    Mi andai a sedere in un angolo, mentre ansimavo ferocemente.
    Subito Agsee mi raggiunse.
    -Devi mantenere sempre la guardia alta, e non devi mai distrarti. Quando combatti devi solo pensare al combattimento. Non a come potrebbe finire, come sar&#224; quel colpo, dovr&#242; schivare, parare. No. Quello non significa combattere. E non devi avere compassione per i tuoi nemici. Il prossimo allenamento non sar&#242; buono come adesso. Preparati bene.-
    Si alz&#242;, e and&#242; nelle docce.
    Pensai a ci&#242; che aveva detto. Era del tutto vero. Ma avevo capito, e non mi sarei pi&#249; fatto influenzare dal resto. Quando si combatte, conta solo il combattimento.


    in continuazione... che ve ne pare?

  11. L'avatar di antropofagus antropofagusantropofagus è offline #251
    09-07-08 03:08

    Ne aprofitto pure io.

    Sono due, il primo R.E.S. è surreale
    Il secondo è "horror"

    Non guardate gli errori che sicuramente ne troverete a centinaia ma ditemi se vi piace lo stile e la "fantasia".


    R.E.S.
    Spoiler:


    ”Fratelli, in questa notte, noi, possiamo toccare il tetto del mondo.
    Lascia il tuo aspetto
    fai rimbalzare il cuore nel petto.
    Il suono chimico della notte Progressiva
    ti porterà nel mondo della materia viva
    Fatto d’illusioni sonore e forme attive
    che con la musica di Dj Blam saranno esaustive
    Calcolato il basso sintetico è
    come la grancassa che segue a me
    DANCE”

    Un vocalist Nero alto circa due metri e mezzo con tanto di zeppe argentate, vestito come se fosse una regina marziana scappata dal set di un film fantascientifico anni 50, professava parole come se fosse un santone. Cercava di dare una forma spirituale a quella musica elettronica e di trasportare la gente sottostante al parco, in mondi solo a lui conosciuti.
    Complici alcool, droga e l’ambiente psichedelico, qualcuno ci cascava pure e con le mani alzate verso un ipotetico cielo gridava e si dimenava come un dannato.
    Ballavano, si strusciavano toccavano e alcuni anche baciavano. Ragazze e ragazzi che vivevano quegli istanti come se fossero gli ultimi. Uniti da un’energia e mossi dallo stesso preciso tempo. Alcuni indossano zeppe e creste altri abiti sobri e giovanili ma in ogni caso persi tutti, di testa. L’alveare si chiamava la discoteca, ricostruita a celle esagonali che cambiavano colore e intensità in base alla musica. Fenomenale.

    ”Nella navicella spaziale Notte,
    Nome in codice Alveare
    Alzate le mani al cielo
    e lasciatevi trasportare.
    Noi siamo come il fulmine
    che squarcia il cielo blu
    Noi siamo energia PURA
    Alveare PAURA”
    Continuava il vocalist più aggressivo e convinto grazie al cocktail Lunablu e una botta di cocaina tirata dalla lunga unghia finta….

    E via di sinthy, casse, distorsioni, piatti, bassi aggressivi, arpeggi e via poi
    voci femminili cristalline ed echeggianti accompagnate da cori d’immensi violini sintetici a formare melodie semplici ma sicuramente penetranti, come le onde delle casse.

    Ragazze che rimanevano in reggiseno o top e gonna, con stivali militari alti fino al ginocchio pitturati rattoppati e coperti d’alluminio. Stecche fluorescenti infilate ogni dove o in mano. Qualcuno collassava ed era portato all’esterno della pista dove abili drogati sconosciuti si applicavano per far riprendere lo sfortunato di turno. In quell’ambiente non c’e’ violenza ma solo amore chimico ed empatia solare.
    ”Amico sei un angelo?” Disse Ale rivolto ad un tipo alto muscoloso con capelli lunghi e biondi, che effettivamente portava delle grosse ali bianche attaccate alle spalle. All’inizio era un sospetto d’allucinazione e per questo che glielo chiese.
    ”No fratello, sono finte, un costume per mimetizzarmi meglio” disse l’angelo
    ”Ahh, shhh… Ti nascondi allora. Ma qua amico siamo tutti fratelli e ci vogliamo bene
    Nessuno ti farà del male. Parola mia”
    ”Ti credo, dato che sei cosi buono da esporti in mia difesa prendi questa” e gli passò una capsula che brillava dall’interno di una luce azzurrognola.
    ”E cosa è?” chiese Ale sorridendo e muovendo la testa a ritmo delle onde vibranti.
    ”E’ un marker inserito dentro perle di LSD liquido”
    ”Eh? Cosa? E che fa sto markercoso?”
    ”Serve per mandarti nello spazio, amico”
    ”Ahhh allora si lo prendo. E , emm.. Intanto che ci sei glielo dai anche a quella ragazza con gli short neri e il top fuxia… Mi piacerebbe tanto andare nello spazio con lei sai…” e scoppio a ridere.
    ”Si, il livello empatico di lei è positivo.” E l’angelo consegnò il marker luminoso alla ragazza che senza indugi l’inghiotte.

    L’angelo si fermò a guardare la platea in discoteca e poi fece cenno affermativo verso di essa e spari.
    Ale che lo stava seguendo con gli occhi iniziò a ridere come un pazzo per la scena, mentre pensava che era tutta un’allucinazione. Chiuse gli occhi e la musica cessò.
    Li riapri e si trovo nel buio, non c’era più rumore, non c’era più il calore della gente, il puzzo di sudore, il vocalist travestito, il dj, le casse niente di niente. Era tutto buio e silenzioso.
    Allungò le mani e sentì qualcosa di morbido di fronte a lui. Per qualche secondo toccava e strizzava per capire cosa è stato fino a quando una voce non l’interruppe.
    ”La finisci di toccarmi le tette?” disse Alixia
    ”Eh scusa sorella, ma sto coso Arket è forte me lo ha dato un angelo. Che cosa pazzesca, manco la musica sento, e manco la gente, solo la tua voce ed emm il tuo seno si. Bello morbido sisi complimenti sorella.”
    ”Ma quanto sei fatto amico? Non c’e’ più nessun alveare cazzo, alcuna gente. Il tipo vestito da angelo mi ha dato una pasticca anche a me, credevo fosse Anfe, sono piena d’Anfe e mescalina. Amico, non ci sto dentro. Ci ha dato qualcosa di pesante e poi ci ha portato via come minimo. Ho chiuso gli occhi un attimo e mi son trovata qua con te che mi palpavi le tette.”. “Scusa, non volevo , davvero. Ma l’angelo è volato via, l’ho visto. Anzi, meglio emm, sparito si. Cosi, puff. Io pensavo ad una visione dovuta all’ellessedii mischiato all’ecs ma no invece. Mha, siamo matti. No tu tranquilla che ci penso io ne. Ora mi alzo in piedi e vedo di trovare un’uscita. Magari siamo finiti dentro al cesso e si è spenta la luce, mentre scambiavamo i fluidi. Sai sono stato io a farti dare la pillola dall’angelo.”
    ”Stai zitto e vedi di trovare un’uscita, sento che l’anfe mi sta andando storta e mi si prepara un brutto viaggio.”
    Si alzò a tentoni in piedi e iniziò a camminare verso una direzione a lui ignota come se stesse giocando a mosca cieca. – Difficile alzarsi in piedi al buio ne Ale, forse meglio che smetti di farti e metti la testa a posto- pensava tra se e se.
    ”Hey sorella ci sei?”
    ”Sono qua. Trovato qualcosa?”
    ”Emm no, volevo vedere se non eri sparita anche tu”
    ”Sbrigati”
    ”Ti stanno bene quelle codine li , e anche il top e gli short.. si”
    ”SBRIGATI”
    ”Si,si… anfetaminomidi , sarete la rovina del nostro mondo… sempre cosi cattivi” Concluse a voce bassa.

    ”Hey, ho trovato una parete, liscia, vieni a toccarla è strana. Ghiacciata direi”
    ”Sto arrivando, continua a parlarmi che cosi ti raggiungo”
    ”Eheheh, vieni da papà piccola, forse se rifacciamo a ritroso quello che stavamo facendo prima di spegnere la luce con la schiena ritroviamo la portahhhh, pazza è il mio occhi quello”
    ”Scusami, al buio non ti ho visto. Dai su non piagnucolare ora.”
    ”E cazzo mi hai cavato un occhio quasi, che male.”
    Terminò la frase e un sottile raggio di luce penetrò da una invisibile fessura orizzontale lungo la parete di fronte a loro. Man mano che l’apertura si allargava i confini della stanza si delimitavano. Quando la luce non faceva più male agli occhi quello che videro li lasciò senza fiato.
    ”Cazzo” disse Ale
    ”Cazzo si” ribatte Alixia
    ”Aveva ragione l’angelo, questo Narket ti porta davvero nello spazio. Mai avuta un’allucinazione cosi. Fantastico.”
    ”E’ la Terra quella.”
    ”La vedi anche tu? Allucinazione di massa?”
    ”Credo che siamo per davvero nello spazio”
    ”Ma cosa dici sorella, queste cose qua succedono solo in TIVI”
    ”Guarda” e Alixia indicò il pavimento che stava diventando trasparente.
    Altre persone sotto di loro, poi guardarono sopra e anche li. A destra, sinistra in ogni angolo, migliaia, anzi milioni di persone sospese nel vuoto cosmico tutti a guardarsi negli occhi. A cercarsi, a trovare risposta. Vi erano, donne, bambini, anziani, uomini di tutte le razze e religioni.
    ”Sorella, che succede?” chiese Alex
    ”Non lo so” rispose Alixia
    ”Ho paura”
    ”Anche io”
    Si abbracciarono e si sedettero contro la parete trasparente più lontana dalla terra.
    Quelli nella cella dietro parlavano ma non si udiva suono e anche loro si sedettero.
    Man mano tutte le migliaia di persone si sedettero, abbracciati. Estranei con Estranei.
    Fratelli e Sorelle appena nati. Uomini, Umani, insieme.
    Una voce risuonò dentro le celle invisibili.
    ”Umani. Voi siete stati prelevati dal vostro pianeta con l’inganno. Perdonateci se l’abbiamo fatto, ma era d’estrema importanza che l’operazione fosse fatta in segreto”
    Voi siete esattamente novecentonovantanovemila persone. Prelevate da tutto il vostro pianeta.
    Siete stati prescelti, avvicinati da nostre sonde robot camuffate da esseri umani e obbligati ipnoticamente ad ingoiare i Marker.”

    ”Ecco come si chiamava, Marker” Bisbiglio Ale ed Alixia gli si strinse di più.

    ”Umani, fratelli delle stelle, siete stati scelti tra miliardi di persone per il vostro livello d’Empatia, per fondare una nuova umanità su un nuovo pianeta. Dato che la vostra terra, tra esattamente 10 minuti terresti, sarà impattata da una meteora sfuggita ai vostri primitivi sistemi radar spaziali.”

    ”Che cosa è l’empatia?” Chiese Alex
    ”La capacità di immedesimarsi nel dolore degli altri, credo, o una cosa cosi” Disse Alixia con le lacrime agli occhi.

    ”Perdonateci se non siamo riusciti a salvare i vostri cari, i vostri famigliari e il resto della vita sul pianeta, ma anche noi non avevamo capacità superiori. Campioni di tutte le piante e animali presenti sulla vostra biosfera sono salvi e saranno riprodotti su Herion cosi che potrete fondare una nuova civiltà. Lontano da pecorili, guerre e violenze. Noi vi guideremo.
    Se volete potete chiudere gli occhi e non guardare quello che sta per accadere. Noi capiremo.

    ”Ah ho capito cosa è allora quest’Empatia… ora è come se fossimo in un grande R.E.S.”


    La meteora arrivò puntuale come aveva preannunciato la voce. Impattò la Terra che tra esplosioni e squartò in due rigettando magma terra e sicuramente vite e urla nel silenzio dello spazio. Alex guardava come altri che avevano fatto la stessa scelta. A guardare erano tutti occhi lucidi. Alixia piangendo chiese ad Alex: “Che cosa è un R.E.S.?”
    Lui rispose, “un grande Rave empatico Spaziale”.


    Il Guardiano

    Spoiler:

    Stava seduto nella guardiola di una vecchia fabbrica fallita. L’azienda per la quale lavorava era riuscita a vincere l’appalto per la sicurezza h24 dell’enorme stabile.
    Mentre aspettava la mezza dell’ora per l’abitudinario giro di controllo, fumava una sigaretta ed ascoltava svogliatamente una conduttrice semi-famosa gracchiare scialbe parole adatte al pubblico poco attento della notte. Cambiava canale e si trovava ad osservare uno sconosciuto settantenne a praticare addominali impossibili appeso a testa ingiù su un attrezzo-tortura di “nuova” concezione.
    Dico nuova tra virgolette perché bene o male i prodotti venduti in tv la maggior parte delle volte sono vecchi di qualche anno. Prodotti rigorosamente testati in america e poi importati.

    L’antidolorifico aveva fatto effetto. Lentamente e in silenzio il pulsare ritmico del dente spezzato e cariato si era levato. Pulsava al ritmo del cuore. Odioso direi come dolore.
    Lui quel dolore aveva imparato a sopportarlo fino a quando non sentiva che anche il cuore iniziava a dolere. Dolori che altre persone, ai primi palpiti della gengiva infetta correvano ai ripari con antidolorifici d’ogni sorta e rinchiudendosi in casa assentandosi anche dal lavoro.
    Lui no, imperterrito continuava a fare il suo dovere con l’unica eccezione che non parlava più.
    Lui da tanti anni guardiano notturno per diverse aziende, sacrificando la sua vita al lavoro, solo come un leone vecchio e ferito spodestato dal suo regno, continuava ad osservare la televisione o a fantasticare tra le pagine dei libri. Non aveva consorte teneva pochi parenti lontani e una sorella più vecchia di lui che gli aveva dato due nipoti. L’unica gioia nel tornare a casa erano i suoi due cani. Una meticcia tra un levriero italiano e un jack russel terrier a zampa lunga di nome Lola, dalla veneranda età di 18 anni e una Pitbull terrier pura di nome Heavy di soli 2 anni . Quest’ultima si chiamava come la sua prima cagna che adottò in canile, morta salvandogli la vita in un cantiere mentre prestava servizio, anche lei un pitbull.
    La peculiarità della sua prima Heavy era che incessantemente e in qualsiasi situazione voleva giocare al riporto e qualsiasi persona che gli si mostrava gentile gli portava subito una palla per giocare. Lui era solito portarsela nei posti di lavoro non per sicurezza, ma solo per compagnia, giocava con lei, se la coccolava e faceva lunghe passeggiate dove il servizio lo permetteva. Quella fatidica sera, l’unica volta che nei suoi 30 anni di servizio notturno aveva avuto un’intrusione, il suo amore per il quale lasciò la sua compagna dell’epoca, Heavy morì.

    Era seduto in macchina, quando senti uno schianto proveniente dalla zona dei container dove le imprese edili presenti nell’enorme cantiere alla fine della giornata chiudevano gli strumenti più costosi del loro lavoro. Convinto che era stata la sua cucciola a provocare quel rumore , probabilmente dando la caccia a qualcuna delle numerose lepri presenti nel sito, si recò verso l’origine del rumore. Non prese come di consueto il suo bastone e si avvicinò incurante del fruscio dei suoi passi sulla bianca ghiaia. Girò l’angolo del primo container e un colpo secco, metallico, gli piombò in pieno muso facendogli saltare la maggior parte dei denti frontali. Confuso, stordito e impaurito cercò di alzarsi in piedi e scappare ma il corpo non lo permetteva. Un altro colpo, in piena fronte lo fece cadere privo di sensi, mentre sangue misto polvere colava dalla bocca spaccata e dalla fronte pesantemente compromessa.
    Rinvenne a colpi.
    Vide il suo assalitore avvicinarsi a lui e poi nero.
    Respiro.
    Lo vide rialzarsi e guardare verso le sue spalle. nero.
    Respiro.
    Lo vide cadere per terra da una macchia scura che comprese era Heavy. Nero.
    Vide la lotta, luccichii bianchi dei denti e da qualcosa che teneva in mano l’aggressore. Nero.
    Respiro.
    Vide La sua cucciola serrare la mascella sul collo del bastardo e scuoterlo con violenza, mentre quest’ultimo come una bestia selvatica sferrava pugnalate al fianco sinistro. Nero.
    Respiro.
    Impotenza, non poteva aiutarla e lei stava lottando per salvarlo. Nuove lacrime si aggiunsero a quelle precedenti, non piu dolore fisico, ma comprensione che era l’ultima volta che l’avrebbe vista. Nero.
    Riapri gli occhi e. Solo silenzio. L’aggressore, che poi si scopri fosse un operaio del cantiere, era riverso nel suo stesso sangue con la gola squarciata. Non vedeva Heavy. La chiamò con la poca voce strozzata che aveva in gola, e dopo qualche secondo lei spuntò da dietro il container, respirando a fatica, trascinandosi a fatica con la sua gialla, sporca di sangue, palla da tennis. Gli arrivò vicino gli lasciò la palla vicino alla mano e si sdraiò al suo fianco. Alzò il muso gli diede una leccata al mento e lui disse singhiozzando come un bambino “Si sei stata brava amore mio ora te la lancio”. Prese la palla e la lanciò a pochi metri di distanza. Il cane fece per muoversi di scatto ma collasso su se stessa e mori. Lo trovarono le guardie che ogni due ore facevano il giro di controllo. Lui svenuto abbracciato a lei e il corpo sgozzato del nemico. Il giorno dopo trovarono il cadavere di una lepre uccisa a strattoni dell’altra parte della struttura e non si capacitavano come il cane abbia sentito il padrone in pericolo. A cantiere ultimato, nel punto esatto dove era morta, misero una targa con il suo nome. “Alla fedeltà e l’amore di Heavy”. Dopo sei anni dal fatto adottò l’odierna Heavy.
    Da quel giorno non portò più nessun cane con lui.

    Si fecero le quattro e mezza, prese la bicicletta e inizio il giro perimetrale di controllo.
    Timbrò il primo orologio che si trovava nel parco mezzi oramai vuoto del cantiere. Costeggiò il lato ovest della prima struttura e nel mezzo c’era il secondo orologio da timbrare. Riparti fino a quando non si recò al terzo orologio nell’angolo più remoto del perimetro aziendale lo timbrò e ritorno su i suoi passi. Una fitta lancinante alla schiena lo fece cadere dalla bicicletta, rovinò per terra e mentre cercava di rialzarsi ne senti un’altra. Pensò ad uno strappo, ma il dolore era troppo intenso, ad un polmone scoppiato, ad un infarto o altro ma si ricredette subito. Un uomo pieno d’alcool a giudicare dall’alito lo bloccò per terra premendogli sul petto una sbarra di ferro. Gli ritornò in mente quella notte e iniziò ad implorare di lasciarlo andare, che i suoi cani senza di lui sarebbero finiti in canile e sicuramente Lola sarebbe morta. Di risposta il ladro gli annunciò che era impossibile lasciarlo andare perché oramai lo aveva visto in volto.
    Era un suo collega. Continuava a pregarlo a giurargli che non avrebbe detto a nessuno che lo aveva visto che si sarebbe pure licenziato se solo lo avrebbe lasciato andare a casa. Come risposta gli arrivò una gomitata sullo zigomo destro. Si ruppe. Urlò, cercò di ribellarsi, ma era troppo vecchio, stanco e stordito dall’antidolorifico di prima. Il suo collega era ben piazzato e di 20 anni più giovane di lui. Impossibile ribellarsi.
    Si sentirono rumore di passi provenienti dalla zona oscura della struttura, dove piegava per l’entrata nel capannone produttivo. Una palla da tennis rotolò vicino a loro e poco dopo una sagoma umana prese forma e lentamente si avvicinava. “Luca guarda l’ho beccato il vecchio, ora lo ammazziamo e svuotiamo gli uffici con tranquillità, tanto fino alle 7 non vengono a dargli il cambio”. Luca grugni qualcosa e continuava ad avvicinarsi a loro.
    Il collega traditore si alzò dal petto, caricò la spranga sopra la sua testa a due mani e mentre stava per sferrare il colpo, il suo complice cascò a faccia in giù spaccandosela contro il duro cemento. S’interrupe l’esecuzione.
    ”Che cazzo fai, coglione alzati ubriacone di merda” non ottenendo risposta si avvicinò al compagno e con orrore urlò qualcosa. Il vecchio ritrovatosi libero corse come un dannato verso la guardiola. Passando di fianco ai due ladri vide che quello riverso a terra aveva la schiena completamente lacera e sanguinante. Continuò la sua corsa verso la salvezza.

    ”Bastardo vecchio cosa hai fatto, ti ammazzo” gli urlava dietro selvaggio il complice di Luca. Iniziò a corrergli dietro con tutto il fiato in gola, il distacco si accorciava sempre più fino a quando non allungò la mano per afferrargli i capelli.
    Zanne bianche uscirono dall’ombra e una massa muscolosa e tigrata facendo perno sulla mascella serrata sulla mano dell’aggressore lo fece cadere. Ringhi, respiri col naso, urla e lotta. Nell’ombra il guardiano non riusciva a distinguere cosa successe, ma ad un tratto la zuffa cessò e una palla gialla sporca di sangue rotolò fuori dall’ombra.
    ”Si sei stata brava amore mio” con le lacrime agli occhi ritirò la palla da dove era venuta, ma questa superò la zona d’ombra senza che nessuno la fermò, rotolò sul gelido pavimento e si fermò, candida e non più sporca.

  12. L'avatar di enigmy enigmyenigmy è offline #252
    06-09-08 15:11

    presento il primo capitolo di una storia scritta da me e che presto diverrà un fumetto....enjoy xD

    _____________________________________ _ _ _ _ _ _ _ _

    EssenzA...#1 [presentazione]



    Era ancora buio quando la sveglia cominciò a stridere.
    Senza aprire gli occhi mosse lentamente il braccio verso di essa e la scaraventò a terra. Sbuffò, come suo solito.
    La sua giornata lavorativa cominciava alle quattro del mattino.
    Tre minuti per svegliarsi. Uno per alzarsi. Quindici per pulizia generale. Sei per vestirsi. Cinque per tutto ciò che aveva dimenticato e per mettere in moto l'auto.
    Lavorava in uno dei tanti punti di ristoro sparsi per la rete autostradale, uno di quei sudici prefabbricati tappezzati di pubblicità sui panini. Faceva la barista. Un lavoro piuttosto monotono, ripetitivo, alla lunga angosciante. Una media di 583 caffè venduti a giornata. Una media di 347 brioches vendute a giornata, delle quali 256 alla marmellata. Una media di 421 bibite vendute a giornata. Una media di 4709 insulti, bestemmie e parolacce a giornata.
    Per sfuggire alla sua ripetitiva, stancante, deludente vita, rendeva tutto un compito matematico, una media, un conto alla rovescia, un gioco perverso per mantenere la sua mente allenata.
    Conosceva una quantità di persone astronomica. Ogni giorno le conosceva un po di piu, chiedendo, scherzando, notando il loro umore. Un pezzo per volta componeva il puzzle della loro personalità, giorno dopo giorno.
    C'era chi passava per quel bar tutti i giorni, tutte le settimane, tutto l'anno. Pendolari che si fermavano a bere il caffè lamentandosi della notte insonne per colpa della moglie che russava, delle tasse da pagare, del grasso in eccesso, dell'insuccesso nell'amore, del capo insopportabile.
    Persone con una vita come la sua, persone che diversamente da lei però, avevano perso la capacità di sognare. Persone che continuavano a girare come ruote lungo una discesa, incapaci di fermarsi, se non sperando in un fragoroso schianto.
    E fu come uno schianto ricordarsi che i tre minuti per svegliarsi stavano per scadere.
    Aprì gli occhi, buttò la coperta sulla parte di letto libera, e con fatica alzò il busto per trovare una posizione somigliante a quella verticale. Ruotò per far cadere a terra i piedi, e si alzò.
    Davanti a lei uno specchio piuttosto grande le dava l'idea della sua immagine complessiva. Fortunatamente sembrava non avere niente fuori posto. Si avvicinò allo specchio per accertarsene. Gli occhi, di forma orientale, erano cerchiati di matita nera dal giorno prima. I capelli, neri e spatuzzi, sembravano messi bene. Lo smalto nero sulle dita delle mani era un pò rovinato, ma il problema era risolvibile anche sul posto di lavoro. Le gambe erano lisce: la depilazione al laser era infallibile.
    Sbadigliò in modo poco decoroso, aprì nuovamente gli occhi guardandosi intorno, come per accertarsi che nessuno l'avesse vista, e poi, dal nulla, qualcosa scivolò fuori dall'oscurità.
    Ci fu un colpo sordo, una luce abbagliante, ed il buio.


    Raccontare ciò che successe è poco saggio senza aver prima raccontato la sua vita, o perlomeno i passi piu importanti che l'avevano indirizzata senza possibilità di scelta verso questa giornata.
    Inutile dire che il suo era un caso speciale, una storia che sarebbe diventata leggenda.

    Eline. Figlia di un sogno, essenza del rischio.
    n
    i
    g
    m
    Ynsane. Figlia della terra. Essenza della paura.

    continua...

  13. L'avatar di demonico dave demonico davedemonico dave è offline #253
    06-09-08 15:19

    ma se posto qualche mia cosina un p&#242; vecchiotta va bene lo stesso?
    Perch&#232; quello che sto scrivendo ora voglio finirlo, e manca ancora un bel p&#242;.

  14. L'avatar di Jessie JessieJessie è offline #254
    10-09-08 23:55

    Eh però cavoli, davvero, pubblicare i propri racconti in un unico 3d diviene troppo disperivo e si ammassano le une sulle altre storie tutte diverse scritte da utenti diversi, fa caos e basta.
    Io quasi quasi propongo una sottosezione di art radar, che potrebbe chiamarsi "story radar", dove ognuno può aprire un topic raccogliendo il proprio operato.. gli altri in questo modo possono commentare senza altro caos di mezzo.
    Poi magari é una richiesta esagerata, però dal momento che c'é molta gente a cui piace scrivere non é nemmeno detto che rimanga ad appassire

  15. Lion&Dragon #255
    21-09-08 03:16

    Ottima sezione. Io ho due captoli del mio romanzo fantasy magari domani li posto
    Ho anche diverse poesie e oneshot fanfiction, se possono interessare e sono nella sezione giusta fatemelo sapere che le posto va

 
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