Gendo Ikari
1) La pagina non esiste più
Altri me la leggono distintamente, comunque te la riporto.
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Arnold. Esch, Storia in fieri: lo storico e l'esperienza del presente, in Società, istituzioni spiritualità. Studi in onore di Cinzio Violante, Cisam, Spoleto 1994, trad. di R. Delle Donne, PP 305‑309,312‑3 13
Nelle fiabe e nelle saghe vi è un tema ricorrente: uomini vengono rapiti al presente da un sonno di piú secoli, e al risveglio non riconoscono il mondo nel frattempo mutato. Nel nostro presente sembra sia già sufficiente il sonno di una notte per ritrovare mutato il mondo, al primo sguardo ai giornali del mattino. Nell'autunno del 1989, l'accelerazione mozzafiato degli eventi ha non solo fatto si che i contemporanei avvertissero turbati e commossi i cambiamenti avvenuti nel mondo ma ha anche provocato un'onda di riflessioni che si evince dagli innumerevoli articoli sull'argomento, dalle conversazioni quotidiane di uomini che altrimenti non si sarebbero dati alcun pensiero della storia. L’esperienza del presente infatti, dava la sensazione di vivere non un semplice avvenimento, ma la storia stessa. A quest'affascinante esperienza meno di tutti può sottrarsi lo storico: per lui è come osservare l'oggetto dei suoi studi nel suo stesso farsi; è come se questo tempo gli insegnasse a comprendere processi che nel passato non gli è possibile cogliere allo stesso modo. Egli è persino tentato di guardare al proprio presente come se già fosse storia.
Mentre dall'esperienza dei quattro decenni trascorsi la storia appariva un processo controllabile, di cui era possibile calcolare la dinamica, come, per così dire, il semplice risultato dell'agire dei politici, adesso sembra agli uomini che la storia si sia resa autonoma, e dopo aver ristagnato per un quarantennio, rompendo gli argini, si sia improvvisamente abbattuta su di loro: non la storia fatta dai politici, ma la storia stessa, dietro cui la politica si affanna trafelata. […]
Il mutamento si può dunque toccare con mano: tanto piú che esso, diversamente da quanto avveniva con i precedenti mezzi di diffusione delle informazioni, viene su di noi quotidianamente riversato attraverso i mass‑media. Prima eravamo soliti notare l'invecchiamento dei giornali tutt'al più a distanza di un anno ‑ allorché scartando gli addobbi dell'albero di Natale l'occhio cadeva sorpreso sulle notizie e i commenti dei giornali del Capodanno precedente; oggi la raccolta mensile della carta è già sufficiente per aver coscienza della distanza storica quando lanciamo un ultimo sguardo fugace ai titoli delle pagine. […]
Come sarà documentato in futuro questo mutamento nei musei storici? Un osservatore vedrà solo oggetti, resti del passato, e non percepirà piú i processi storici, che si manifestarono agli occhi dei contemporanei tangibili nella semplice vicinanza dell’"ancora" e del "già": ancora il bastione fortificato che segnava ì confini della Rdt corre attraverso il paesaggio, ma già appare come doveva mostrarsi, nella Germania del secolo III, il limes romano in rovina. Ancora si vedono emblemi e uniformi della temuta armata della Rdt ‑ ma solo sulle bancarelle della Porta di Brandeburgo. Si, su queste bancarelle si vedono in vendita ‑ toccante esperienza, che segna profondamente la coscienza di ciascuno, indipendentemente dal suo credo politico ‑ le uniformi complete di ufficiali russi, come se un Impero mondiale venisse venduto al ribasso. In futuro, come potrà chi non ha piú in sé questa tensione tra "ancora" e "già", tra "prima" e "dopo", comprendere a posteriori quel che abbiamo percepito? Noi storici sappiamo quale violenta trasformazione avvenne nel secolo XI ‑ ma difficilmente comprenderemo fino in fondo come gli uomini la percepirono allora, e solo in modo indiretto possiamo rendere accessíbile (come, proprio per il secolo XI, hanno fatto eminenti medievisti) quale brusco mutamento di prospettiva sia sopraggiunto: un mutamento di prospettiva paragonabile all'odierno, che forse, senza che ce ne accorgiamo, senza che lo vogliamo, investirà anche noi e storicizzerà il piú recente passato, che or ora ancora percepivamo come il nostro presente: sarà storicizzato piú in fretta di tutti i precedenti decenni. E proprio il ritmo mozzafiato di questo «processo accelerato» (acob Burckhardt) che ci turba tanto. E’ come se vedessimo ingiallire la carta su cui descriviamo questi avvenimenti. […]
Il fatto che si creda di vivere una fase storica e di percepirne per una volta il divenire, dipende tuttavia anche dal brusco e inaspettato cambiamento di rotta di cui si è detto. Non è stata l’imprevedibilità in quanto tale a colpirci. Nella storia tante cose sono imprevedibili: l'impossibilità di antevedere il futuro va considerato tra i presupposti essenziali dell'esistenza umana, e chi a questo riguardo si illude, suscita in noi piú derisione che ira. Si rilegga per esempio ciò che nel 1965 era annunciato per i due decenni successivi ‑ ma soprattutto ciò che non lo era: non il 1968, non la crisi petrolifera, non il buco nell'ozono, non la manipolazione genetica. Non Gorbaciov. Quando i pronosticatori furono nuovamente intervistati due decenni dopo, ammisero francamente di essersi sbagliati. Richiesti di nuovo, in conclusione dell'intervista, di pronostici per il futuro, si lasciarono andare, solo con grande prudenza, ad asserzioni che oggi, dopo cinque anni, già non sembrano propriamente chiaroveggenti.
Gli sviluppi rivoluzionari sono tali proprio perché non lasciano scorgere in anticipo la direzione che prenderanno: e proprio perciò essi vengono designati in tal modo. La storia non scorre nell'unico modo che gli uomini sono in grado di vedere: secondo un semplice moto rettilineo. Anche ai nostri giorni essa si è sottratta a ogni previsione, impenetrabile a ogni sguardo di profeta. Credevamo di conoscere il secolo XX, che appariva concluso ai nostri occhi. Ora tutto questo secolo ‑ e non solo l’ultimo decennio ‑ si va trasformando. […]
Per lo storico è assai istruttivo vivere non solo un'età di rapidissimo sviluppo, ma anche l'indeterminatezza di una situazione storica, prima cioè che i suoi contorni si delineino in forma definitiva. Così dall'interno, esperirà di rado la dinamica storica. In seguito, potrà interrogare se stesso come testimone ‑ si, gli si potrà chiedere, appellandosi alle sue stesse competenze: Tu che sei uno storico, da quando avevi una spiegazione del fatto che qualcosa si stava mettendo in moto? Da quando potevi inquadrarlo? A questo proposito, s'intende, lo storico non potrà dare risposte giuste ‑ ma almeno dovrebbe cercare di porre domande giuste. […] All'incirca Quando si è universalmente affermata l'opinione che questo processo fosse irreversibile? Piú precisamente: fino a quando questa irreversibilità, presto conclamata, era ancora dubbiosa speranza? Da quando gioiosa certezza? Donde è venuta agli uomini questa certezza (che ha poi ulteriormente accelerato lo sviluppo)? Da quando divennero sicuri che l'Armata rossa non sì sarebbe mossa, che la dottrina brezneviana era realmente morta? Ancora piú precisamente: da quando gli opportunisti ‑ sicuro indizio che la barca cominciava ad affondare ‑ cominciarono a prendere prudenziali distanze?
Ci si chiederà inoltre da che cosa i contemporanei, tra stupore e sbigottimento, ricavarono l'impressione che gli eventi avessero acquisito una dinamica propria. Ed infine, piú in generale, che cosa induce improvvisamente gli uomini a credere ciò che per decenni non hanno creduto: che le cose da sole tendano a fini sconosciuti, se una decisa e avveduta politica non le imbriglia nuovamente?
L’esperienza del presente è inoltre istruttiva per lo storico perché egli può percepire l'atmosfera che circonda gli eventi. Certo egli saprà sempre difendersi dall’asserzione secondo cui può comprendere correttamente un'età e descriverla solo colui che l'ha vissuta di persona ‑ ché altrimenti egli che non ha conosciuto Cesare, non ha ascoltato Abelardo non ha guerreggiato contro Napoleone, dovrebbe rinunciare a priori al suo mestiere. Arricchito dall'esperienza di un presente drammatico, potrà invece comprendere piú precisamente che cos'è I"'atmosfera", esperienza di solito a lui preclusa dalla lontananza dei tempi. Quell’”atmosfera" che aleggiava nell'euforia della notte in cui cadde il muro di Berlino, di quella notte colma di nuova, inconsueta libertà […]. Ma lo storico apprenderà che a tale notte segue un giorno grigio, prosaico, con i suoi affanni; in breve, che anche una rivoluzione (nel caso che anche in seguito la si designarerà come tale) deve infine adattarsi all'ordine della quotidianità. Inoltre farà l'esperienza del fattore tempo e delle sue costrizioni, di cui non sempre egli tiene sufficientemente conto nell'analisi degli avvenimenti passati; comprenderà che non resta affatto tempo ad libitum per ponderare decisioni, che comunque, in un modo o nell’altro, devono esser prese (ma anche questa accelerazione non è in fin dei conti opera dell'uomo?). Intenderà che nella vita quotidiana di una comunità, la legittimità può essere un problema pratico, legato a nuove situazioni, a compiti del tutto sconosciuti, anzi fino allora inconcepibili, e che non è solo un astratto problema del diritto pubblico. […].
Tra le poche congetture che è possibile avanzare con qualche sicurezza, è la fondata ipotesi che il 1989 verrà considerato anche in futuro una cesura epocale e che gli storici del domani separeranno con essa due età, le cui denominazioni attendiamo con curiosità: in effetti è il corso della nostra vita che gli storici divideranno fra due diverse epoche. E' inoltre prevedibile che intorno a questo evento si formerà una generazione non nel senso biologico di ritmo trentennale, ma nel senso storico di individui che, con comuni ricordi e prospettive, si raccolgono e direi quasi si coagulano attorno al nucleo di un evento costitutivo, così importante e vincolante che ciascuno finisce con l'assumerlo spontaneamente anche per scandire i tempi della propria esistenza. Ogni tedesco ricorderà sempre dove e in quali circostanze ha appreso la notizia della caduta del muro di Berlino ‑ sicuro indizio di quanto quest'evento ci abbia personalmente colpito. Poi, a ritroso fino alla precedente giuntura generazionale, si sonderanno e rintracceranno le esperienze comuni di una generazione che ha reso possibile un Gorbaciov.
Fatti simili, che sedimentano profondamente nella memoria collettiva di una generazione, non sono numerosi. Tuttavia è certo che l'impulso del 1989, comunque vada, sarà tra essi; e piú precisamente, la generazione che ha conosciuto la contrapposizione dei due sistemi prima del 1989 (che è già presente nella coscienza di un ventenne, avvicinandolo alla generazione dei genitori) si stratificherà diversamente dalla generazione che non ne avrà avuto esperienza diretta. Per questa nuova generazione, di cui alcuni membri già vivono tra noi, la cesura epocale del 1989 apparterrà fin dall’inizio al passato, ed essa guarderà, con altra prospettiva, al nostro presente, in modo nuovo, forse "piú corretto", ma comunque diverso.
Discordo su tutta la linea fin nei minimi particolari ma ho preso atto della tua posizione.