Aveva il fiato corto. Il dolore, lo poteva sentire dappertutto. Dovunque era stato colpito.
Era un ragazzo come tanti altri, di quelli che vedi passare a decine nei corridoi delle scuole. Non vestiti in modo particolare, non acconciati in maniere estrose. Quelli che hanno fatto del tenere un basso profilo la loro ragione di vita.
E allora perchè? Perchè era lì in questo momento?
Dietro all'edificio scolastico. Nell'angolo fatto dal corpo centrale dell'edificio (quello con le aule) e il piccolo edificio che ospitava la caldaia.
In quel pomeriggio d'inverno, la neve ricopriva il paesaggio e i dintorni, sbiancava la vista e ovattava l'udito.
E lui era lì, barcollante. Cercando di stare dritto davanti al suo avversario. Un ragazzo di quelli che se li vedi passare nel corridoio di scuola ti scosti. Grande e grosso, di quelli che hanno il tanto di intelligenza necessaria a sopravvivere ai compiti in classe e a ideare diabolici piani per tartassare il prossimo.
Però questa volta era diverso, non era stato il bullo a trascinare il ragazzino (che aveva tra l'altro due anni in meno) là dietro, nel luogo dove in genere i più grandi (e i ripetenti) si rifugiavano per godersi una sigaretta o qualcosa di più, dove le giovani coppiette cercavano riparo da sguardi indiscreti.
Era stato il ragazzino a invitarlo per "due chiacchere".
Ed era stato il ragazzino a scagliarsi come un predatore colmo d'ira verso il massiccio avversario. Inutile dire che era stato il più grande ad avere la meglio.
Non si era dimostrato serio nelle intenzioni belliche, e questa per il ragazzino era una fortuna.
Come indispettito il bullo chiese "Adesso spiegami il perchè.".
In tutta risposta il ragazzino si scagliò nuovamente. Per ricevere stavolta un colpo serio al volto. Cadde indietro nella neve.
Aveva sentito qualcosa rompersi.
Ma non era il naso, che comunque ora sanguinava copisamente. Era qualcosa di più profondo.
Rivide tutta la storia, tutti i motivi, tutta la rabbia.
Rivide lei, la ragazza che tanto aveva desiderato. Una ragazza timida, estremamente introversa. Parlava poco, e se le rivolgevi la parola aveva l'abitudine di chinare il capo, arrossire, torcersi le mani e rispondere a voce bassa. Con una vocia tremula ma bellissima.
Era il suo angelo, ma anche lui era timido.
Quando finalmente aveva deciso di parlarle, cercare di aprirsi, era entrato in classe e l'aveva trovata faccia a faccia con il bullo, che stava facendo delle avances poco gentili. Lei si era girata un momento e aveva incrociato lo sguardo con lui. Implorante, con le lacrime pronte a erompere da quegli occhi azzurro cielo.
Il bullo si era girato per controllare, e il ragazzino aveva fatto una cosa imperdonabile. Era scappato.
E ora era di nuovo lì, a terra, sulla neve soffice. Ricordando l'umiliazione, la vergogna.
Si rialzò.
Caricò il bullo per l'ennesima volta.
Il suo pugno colpì lo stomaco del gigante. Si sentì finalmente libero di parte della sua frustrazione.
Un secondo dopo, il gomito del bullo si calava sulla sua schiena esposta.
Cadde a terra, il respiro mozzato.
Sputò il sangue che era colato dal suo naso.
Aveva sentito qualcosa rompersi.
Ma ora non gli importava.
Si rialzò, a fatica. Il bullo lo stava osservando. Con uno sguardo a metà tra l'incuriosito e lo stupito.
"Perchè lo stai facendo? Cosa ti spinge così avanti?" Gridò il bullo.
Il ragazzino rispose.
"C'è una sola ragione, ed è che...