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  1. L'avatar di the doctor the doctorthe doctor è offline #46
    09-09-07 17:02

    Citazione Ren
    Con tutto il rispetto della tua opinione e di quella di cc84ars, il commento di quest'ultimo mi è sembrato quanto di meno signorile si possa leggere.

    Io attenderò il thread per le votazioni per esprimere una mia opinione sulle opere, ma al di là di questo penso che sia piuttosto di cattivo gusto liquidare con un "che schifo" un racconto, per quanto possa non essere piaciuto.

    Non ho simpatia verso Marco Zuccaro, anzi, ma questo non significa che condivida un insulto non argomentato, nei confronti di un suo lavoro.

    Da un thread come questo mi aspetterei un minimo di impegno in più anche nelle critiche, soprattutto da chi ha gli strumenti necessari per esprimersi in maniera educata e pungente nello stesso tempo.
    ma davvero non è stata colta l'ironia del mio post? o il perchè del post di claudio? mi sembra strano. detto questo, io non ho nemmeno letto il racconto, nè l'ho commentato. sta di fatto che, se qualcuno ha preteso qualcosa dal racconto questo è stato proprio zuccaro, non certo cc84ars. che poi il commento sia stato gratuito è fuori discussione. che i due utenti non si amino pure. che si debba prendere però ogni frase dannatamente sul serio, come ha fatto notare cc84ars, mi sembra assurdo. anche perchè, se conosco claudio, quel "che schifo" lo potrebbe argomentare con decine di noiosissime pagine di critica -mi perdoni maestro - .

  2. Ren #47
    09-09-07 17:05

    Citazione the doctor
    ma davvero non è stata colta l'ironia del mio post? o il perchè del post di claudio? mi sembra strano. detto questo, io non ho nemmeno letto il racconto, nè l'ho commentato. sta di fatto che, se qualcuno ha preteso qualcosa dal racconto questo è stato proprio zuccaro, non certo cc84ars. che poi il commento sia stato gratuito è fuori discussione. che i due utenti non si amino pure. che si debba prendere però ogni frase dannatamente sul serio, come ha fatto notare cc84ars, mi sembra assurdo. anche perchè, se conosco claudio, quel "che schifo" lo potrebbe argomentare con decine di noiosissime pagine di critica -mi perdoni maestro - .
    Alla fine 'sti cazzi, facciamo tornare il thread al suo scopo primario, che è quello di raccogliere gli scritti di chi vuole partecipare e non quello di discutere su uno stupido commento che non credo neanche meriti di essere discusso.

  3. L'avatar di Assurbanipal AssurbanipalAssurbanipal è offline #48
    09-09-07 20:48

    Citazione cc84ars
    ma per piacere, ho solo riportato un commento sfuggito in una conversazione fra me e Yoda. Notare i puntini in chiave parodistica. Ma poi che devo commentare? Quel racconto è pessimo, anche peggio di molti altri che si leggono qui. Ma avete tutti la sindrome di Proust? E smettiamola di prendere sul serio ogni cazzata... Roba da matti...
    magari non tutti colgono la chiave parodistica, claudio.
    e dobbiamo rispetterli, per quanto il racconto in questione possa, anche oggettivamente, non piacere.
    e chiudiamo qui, su.

  4. Marco Zuccaro #49
    10-09-07 12:01

    Citazione the doctor
    sta di fatto che, se qualcuno ha preteso qualcosa dal racconto questo è stato proprio zuccaro, non certo cc84ars
    A dire il vero nemmeno io pretendo nulla da quello sfogo

  5. L'avatar di the darkness the darknessthe darkness è offline #50
    13-09-07 14:57

    a causa di una fitta serie di esami sono stato costretto a rinviare la stesura del racconto.
    cercherò di cercarlo di completare il prima possibile. in caso necessario si potrebbe procastinare la scadenza di tre giorni?

  6. L'avatar di elettrodado elettrodadoelettrodado è offline #51
    15-09-07 11:20

    Testo rimosso dall'autore.

  7. Mvesim #52
    15-09-07 11:47

    elettrodado, ora come ora, sei fuori concorso: ci sono poche regole, ma vorrei che fossero rispettate.

    la lunghezza minima di un racconto è di almeno mezza pagina word (in Times New Roman a grandezza carattere 12); la lunghezza massima di dieci pagine;
    Il tuo pezzo non raggiunge la mezza pagina.

    Citazione the darkness
    a causa di una fitta serie di esami sono stato costretto a rinviare la stesura del racconto.
    cercherò di cercarlo di completare il prima possibile. in caso necessario si potrebbe procastinare la scadenza di tre giorni?
    Sarà fatto; la data di scadenza è ritardata cmq non di tre, ma di cinque giorni: chiuderà venerdì 21 settembre alle ore 21.00.



  8. L'avatar di the darkness the darknessthe darkness è offline #53
    15-09-07 22:31

    Citazione Mvesim
    elettrodado, ora come ora, sei fuori concorso: ci sono poche regole, ma vorrei che fossero rispettate.



    Il tuo pezzo non raggiunge la mezza pagina.



    Sarà fatto; la data di scadenza è ritardata cmq non di tre, ma di cinque giorni: chiuderà venerdì 21 settembre alle ore 21.00.


    perfetto, anche ero stato costretto ad abbandonare la vecchia traccia

  9. Mvesim #54
    16-09-07 17:08

    Insulti all’autore

    Attenzione: questo racconto è un presidio medico chirurgico. Tenere lontano dalla portata di bambini, può provocare rabbia, dolore e ira funesta. Si raccomanda di leggere attentamente il prospetto informativo prima della lettura.

    PROSPETTO INFORMATIVO

    • L’abbandono, in questo racconto, è di tipo metaletterario e provocherà al lettore una rabbia interiore che lo porterà a capire il titolo dell’opera.
    • L’autore, fino all’ultimo, potrebbe essere distante dal tema del racconto (abbandono) ma il finale vi dimostrerà che non è così.
    • Prima di leggere questo racconto premunitevi di un casco e fate in modo di non avere persone vicine, né armi contundenti che potrebbero essere usate instintualmente a fine brano.
    • Abbiate pietà dell’autore del racconto che non voleva farvi del male e non desiderava farvi perdere il tempo necessario alla lettura.
    • Se cercaste l’autore, dopo aver concluso l’opera, sappiate che ha deciso d’iniziare un eremitaggio momentaneo per cercare la pace interiore (non mandate sicari).
    • Detto questo vi auguro una buona lettura ricordandovi ancora che il tema scelto per questo racconto è l’“abbandono”.


    IL RACCONTO

    Anche quel giorno mi svegliai nel letto prima che la sveglia iniziasse a suonare.
    Guardai l’ora e il led verdognolo mi abbagliò; mancavano due minuti alle sei.
    Alzarsi o non alzarsi? Odiavo questo periodo, quest’istante di tempo: era una specie di lotta interiore fra pigrizia e lavoro; una lotta inutile perché durava per tutto il tempo che pensavo quanto odiassi quel momento e ciononostante tutto pesava irrimediabilmente perché pareva durare un’eternità.
    BIIIIIIIIP BIIIIIIIP BIIIIIIP
    Ed era suonata.
    Spensi la sveglia, coi piedi cercai le pantofole e mi diressi pigramente verso il bagno.
    Dal tragitto dalla camera al WC sbadigliai almeno due volte, accesi la luce e iniziai a prepararmi per il solito trantran quotidiano.
    Pisciata, lavata sotto le ascelle, deodorante, pulizia agli occhi, naso, barba, disinfettata delle piccole ferite quotidiane dovute alla noiosa troppa fretta di rasarsi, uscita dal bagno.
    Poi dalla cucina presi un po’ del caffè avanzato la sera precedente, me lo versai abbondantemente in una tazza di Shrek e, rimpinzandomi con gli ultimi Pan di Stelle rimasti, iniziai a focalizzare mentalmente la giornata.
    Con un biscotto al cacao ancora in bocca aprì una finestra per vedere fuori: una zaffata di smog mi avvolse, ma decisi di non farci assolutamente caso… cielo pumbleo, la via sottostante quasi completamente deserta ad eccezione di qualche poveretto, come me, che andava a tirare su la propria paga mensile.
    Sospirai, chiusi la finestra, mi vestii rapidamente con la divisa lavorativa, la targhetta, il portafoglio, il telefonino… lo prendo? Tanto non mi chiama mai nessuno… bah… lo prendo. Non si sa mai.
    Lettore mp3, radiolina, ombrello portatile per sicurezza, bene! Possiamo andare.
    Mi soffermai un secondo all’ingresso prima d’uscire; su di un ripiano c’era appoggiata una scatola… era arrivata ormai da circa tre giorni, ma per un motivo o l’altro non l’aveva ancora aperta.
    La apro ora? Guardai la patacca d’orologio che avevo il polso e lessi le 6.23; sbuffai con me stesso, l’avrei aperto quella sera.
    Uscii fuori, chiusi la porta a chiave con doppia mandata e mi diressi verso il deposito dei bus.

    Al rimessaggio c’erano ancora quasi tutti, tranne forse il Marco che per oggi gli era toccato l’orario notturno.
    “Salve Claudio, come va?” mi apostrofò Gianni.
    “Potrebbe andare meglio. Oggi mi tocca il 34 giusto?”
    “Esatto! Divertiti coi liceali del Volta”
    “Non farmici pensare, per favore. Comunque a te non va tanto meglio; dovrai sorbirti tutte le intelletualate dei filosofi universitari.”
    “Almeno io mi faccio una cultura. Ora, so perfettamente, la differenza fra Kant e Fichte. Una cosa illuminante”
    “Ma va?” scoppiai in una risata insulsa, imitato da tutti gli altri presenti; poi mi rivolsi alla Luisa.
    “Ehy bellissima, finito di fare il pieno al mio mezzo?”
    “Certo cretino! Divertiti coi mocciosi.”
    “Grazie”; salii sull’autobus color arancione e iniziai a scaldare il motore, in quel mentre mi lessi “Il Metro” sempre portato dalla Luisa.
    Bella donna davvero quella Luisa, peccato che fosse anche dannatamente fedele al marito e che, quest’ultimo, lavorava con lei all’officina del rimessaggio.
    Finalmente partii.

    Alle sette spaccate, verso Porta Giulia , salì il matto del trentaquattro: non conoscevamo il suo nome, ma era riconosciuto un po’ da tutti come “il matto del trentaquattro”; non pagava il biglietto e si divertiva a molestare qualche ragazzina, ma ciononostante tutto non era una persona cattiva.
    Aveva sicuramente dei problemi, ma almeno, specie quando partiva coi suoi monologhi, serviva per passare il tempo.
    Da quello che avevo capito prima d’iniziare a fare il barbone di professione era un impiegato in un’industria di elicotteri: progettava nuovi modelli e nuove strutture per costruirli più velocemente.
    Aveva sempre amato il suo lavoro ma per vari motivi, forse una storia d’amore con la figlia del capo (ma ne parlava molto di rado), aveva dovuto lasciare il lavoro.
    Con esso, mi pareva, aveva perso anche moglie, amici e famiglia e fra alcool e disperazione era finito ad essere il matto del trentaquattro.
    Salendo mi salutò con eccitazione, io, d’altro canto, lo guardai con sguardo annoiato… ascoltarlo e compatirlo potevo farlo, ma non gli avrei mai donato la mia amicizia, nemmeno con un sorriso; essa era solo per persone con cui sentivo un feeling particolare.

    Alle sette e dieci iniziò il solito finimondo delle giornate lavorative: ragazzini accompagnati da madri ansiose, vecchiette che si dirigono verso l’amico d’ospedale malato, studenti che ripassano matematica prima del compito in classe, un altro gruppetto di scolari che si diverte a deridere l’isolato di turno, dall’altra parte del bus un vecchietto che squadra una ragazzina scollata con la scusa di voler sedersi, vicino all’ingresso una grossa nera col figlioletto litiga con altri due ragazzi che si fanno scudo con le loro cartelline, accanto a me il solito impiegato della banca di credito con la sua ventiquattrore che guarda indispettito il matto del trentaquattro
    Poi, ecco che salgono, verso via Mameli, il grosso dei ragazzini del Volta: salgono gridando, a squarciagola, piangendo, spintonando, ripetendo la lezione di filosofia del giorno prima, maledicendo il professore di latino, commentando la puntata di DragonBall, sputando per terra, ridendo del cretino che sta cercando disperatamente, correndo, di raggiungere il bus, bestemmiando sul fatto che “Oggi si perderà la ricreazione per quello stronzo di Reman”.
    Ma è proprio alla fermata del Volta che, per molti, c’è il finimondo.

    “Salve Claudio. Per favore, blocca le porte dietro e centrali.”
    “Già fatto” dico sornione mentre guardo, sornione, dallo specchietto gli sguardi di terrore di molti dei ragazzini presenti sull’autobus.
    Ebbene si: i controllori, la specie più temuta dagli studenti e dagli adolescenti… alcuni li ritengono una leggenda metropolitana, ma quando appaiono sono dolori.
    Amavo questo modo di definire dei semplici esseri umani.
    Avanzarono compostamente esaminando biglietti e abbonamenti e nessuno gli sfuggiva.
    “Lei non ha il biglietto?” MULTA!
    “Ma cosa cerca di fare? Non vede che la macchinetta è bloccata?” MULTA!
    “Questo biglietto è dell’altro ieri, non faccia il furbo” MULTA!
    “Quest’abbonamento è scaduto!” MULTA!
    “Ha dimenticato l’abbonamento a casa?” MULTA!
    E così via… la giustizia che si vendicava dei furbastri. Quale goduria!
    Alla fin fine i beccati furono una decina; rimasi leggermente sorpreso a vedere che l’impiegato non avesse fatto il biglietto e un po’ mi spiacque per la donna di colore che aveva pagato il biglietto per se, ma non per il suo piccolo.
    Sicuramente mi fece male vedere come, i controllori, trattarono per l’ennesima volta il matto del trentadue; ma in fondo, non erano fatti miei.

    Alle dieci del mattino si ripetè la scena patetica denominata, dai conducenti, come: “La grande storia d’amore del trentaquattro”; protagonisti: la segretaria del gruppo Mondini, il dottore Marco Zumbrato. Altri personaggi: il conducente di quell’ora (in questo caso, io) e il matto del trentaquattro. Comparse: tutti gli altri passeggeri.
    Era una cosa incredibile e fenomenale.
    Ogni volta, ogni giorno, alle dieci del mattino, questi due salivano a due fermate differenti e si sedevano uno di fronte all’altro: lui leggendo il Corriere della Sera, lei sistemandosi il trucco o i capelli con uno specchietto e per tutto il viaggio si guardavano sommessamente da dietro quei due giganteschi scudi che possono essere un giornale e un beauty-case.
    Se per caso il loro sguardo s’incrociava ritornavano velocemente a farsi i loro comodi come se fosse la cosa più importante in quel momento.
    Mai… e ripeto MAI… da circa un anno che proseguiva questa storia i due si erano parlati anche se la Clara continuava a ripetere che una volta, il dottore, aveva raccolto lo specchietto ch’era caduto accidentalmente alla ragazza.
    Ma, effettivamente, anche quella volta c’era stato un solo gioco di sguardi.
    Graziosi e impacciati, sembravano due ragazzini che non riuscivano ad approcciarsi per una vergogna interiore; cosa dimostrata dal rossore che, entrambi, avevano quando dovevano scendere alla stessa fermata per poi, però, dirigersi verso direzioni differenti.
    Anche questa volta si ripetè la stessa storia, senza alcuna variante.
    La storia d’amore continuava; il pazzo una volta mi chiese che cosa ne pensavo e perché non li aiutassi: evitai di rispondergli.

    Alle una, finalmente, arrivò la sacra pausa pranzo fatta di un panino al bar dell’angolo, un caffè, una bottiglietta dell’acqua, una rapida lettura della “Gazzetta dello Sport” e ovviamente qualche chiacchierata coi colleghi.
    Praticamente ci si trovava tutti in quel bar, si discuteva del più e del meno ripetendosi le storie del bus e di come andassero avanti i lavori per tutti la città.
    “Ma lo sai che finalmente sono finiti i lavori in Via Mestrino?”
    “Però hanno aperto il cantiere in Corso Cavour.”
    “Niente in confronto al macello ch’è venuto fuori in tangenziale questo pomeriggio, un vero incubo”
    “E tu come hai concluso la storia con tua moglie? Siete rimasti assieme oppure no?”
    “Non ci crederete, ma oggi da me è salito il massaggiatore del Cagliari.”
    “Quei ragazzini del settantasei non se la passano bene, coi loro amici che continuano a deriderli, dubito che potranno essere una coppia duratura.”
    “Odio quei deficienti del Ruffini, insolenti, stupidi, attaccabrighe.”
    “Io odio questo lavoro, è un tran-tran continuo. Un giorno cambierò lavoro.”
    “E l’altro ieri mio figlio si è sposato, come crescono rapidamente”.
    E così, fino alle due del pomeriggio.

    Dalle due alle sei non capitava poi niente di veramente particolare; la solita noiosa lotta ai veri nemici di noi conducenti: il colpo di sonno e la stupidità dei bambini che correvano in mezzo alla strada per giocare a mosca cieca.
    Alle sei invece… alle sei iniziava il finimondo.
    La gente iniziava ad uscire dai loro uffici, locali, negozi, bar, botteghe, case, corsi sportivi, eccetera e si dirigeva in strada con le proprie auto creando l’abnorme ingorgo delle ore diciotto.
    Ero sempre nervoso quando venivano fuori queste cose e anche quel giorno, purtroppo, non faceva tanto eccezione.
    Passai tutto il tempo a borbottare fra me e me bestemmie e ingiurie contro il cretino con la Mercedes, contro la vecchietta che mi faceva notare “quanto traffico c’era”, contro il motociclista che s’infilava fra un auto e il mio bus, contro lo stramaledetto semaforo che scattava proprio nel momento sbagliato.
    E quel giorno, stramaledizione, c’era anche l’incidente proprio in centro all’incrocio rallentando la mia corsa… ogni idiota che saliva ripeteva praticamente la stessa cosa: “Oh… sempre in ritardo i bus! Chissà quando miglioreranno le cose!?”.
    Era in quei momenti che sentivo il bisogno di prendere l’i-pod ed ascoltarmi un po’ di musica: mi rilassava un pochino.
    Per mia sfortuna, quel giorno, avevo dimenticato di ricaricarlo… bestemmiai.

    Alle sette e mezza di sera, finalmente finii; riportai il bus in rimessaggio e mi diressi a piedi, stanco e stressato, verso casa.
    Guardai il cellulare: un SMS!
    Ma chi?
    “Servizio Vodafone, ricarica anche tu…” BIP… “Messaggio cancellato”
    Arrivai a casa per le otto.
    Sistemai il cappotto e tutto ciò che mi ero portato dietro da parte e mi distesi sul divano a guardare il telegiornale troppo stanco di andarmi a preparare da mangiare; forse avrei ordinato una pizza.
    Poi, rividi il pacco ancora chiuso.
    Il dilemma ripartì: lo apro o non lo apro?
    Apriamolo, va!
    Presi il pacco dalla mensola ma mi sfuggì di mano: il rumore rimbombò nella casa silenziosa.
    Lo raccolsi di nuovo; non c’era alcuna provenienza.
    Bah… apriamolo lo stesso.
    Andai in cucina per prendere le forbici per intaccare il duro scotch che lo ricopriva.
    Diedi due forti colpi e finalmente lo aprii.

    Dentro c’era un vecchio disco di un vecchio gruppo musicale.
    Una N tagliata nel cartone.
    Un ulteriore piccolo pacco regalo.
    Non capivo…
    Era strano…
    Cosa poteva significare?
    Poi sentì una velocissima intuizione.
    Il gruppo musicale erano gli ABBA.
    Poi c’era la N.
    E quindi il regalo… o per meglio dire, un DONO.
    Questo poteva significare solo una cosa…
    Era un ABBA-N-DONO.


  10. Mvesim #55
    21-09-07 13:27

    Imago Storm, il tuo racconto, per ora è fuori concorso a causa della sua lunghezza (troppo corto); fammi sapere a riguardo.


  11. Imago StormImago Storm è offline #56
    21-09-07 14:56

    Citazione Mvesim Visualizza Messaggio
    Imago Storm, il tuo racconto, per ora è fuori concorso a causa della sua lunghezza (troppo corto); fammi sapere a riguardo.

    ah, bene: risolto

    l'ho postato semplicemente perchè indeciso su quale tra questo e il precedente, ma se questo è troppo corto direi che la cosa si risolve da sè

    allungarlo non potrei è conclusivo così com'è

    lo elimino

  12. L'avatar di the darkness the darknessthe darkness è offline #57
    21-09-07 21:53

    ho terminato la prima stesura del racconto, se non ricordo male la chiusura era oggi, non vorrei abusare della pazienza di qualcuno, però mi serivrebbero due giorni per correggerlo.

  13. L'avatar di the darkness the darknessthe darkness è offline #58
    24-09-07 19:54

    finalmente l'ho completato, ho letto un po' di racconti (ammetto non ancora tutti) e cercato di cimentarmi con un tipo diverso di abbandono da quello normalmente inteso. Non dico altro, anche perchè ho voluto lasciare piccoli indizzi per più di una chiave di lettura. Sono costretto a spezzarlo in due messaggi causa la sua lunghezza.

    L'UOMO DI ARGILLA

    Era un umido ottobre del millecinquecentottanta, la città di Praga era diventata da quattro anni la capitale dell’Impero, Rodolfo II l’aveva scelta per quel suo fascino esoterico che ben si accordava con il suo interesse per l’alchimia. La città fioriva sotto le cure del suo imperatore, in pochi anni la popolazione si era accresciuta.
    Praga era diventata la capitale delle scienze occulte, da tutte le parti di Europa arrivavano alchimisti e maghi, ma anche scienziati, dopotutto ai quei tempi le tre professioni non presentavano significative differenze. Piccole botteghe di ogni tipo aprivano i battenti alle frotte di visitatori che venivano a visitare la città, il via vai dei mercanti aveva reso di giorno Praga la città più vivace del mondo.
    Eppure la sera era un'altra cosa, sarà perché le notti del centro Europa sono le più scure, sarà perché il vento gelido riesce a penetrare fino alle ossa, ma i tortuosi vicoli della città avevano la fama di inghiottire la gente. La città pullulava di tagliagole, ladri e ogni altra sorta di marmaglia, non erano soli i mercanti ad avere il fiuto per gli affari. Il cuore della vecchia città custodiva però come uno dei suoi ventricoli un quartiere dall’aspetto diverso, dove la domenica non suonavano le campane, e la gente aveva strani riccioli che spuntavano dai sottili cappelli simili a piccole cupolette.
    Gli ebrei, che abitavano quel luogo, avevano la reputazione peggiore della città, erano considerati usurai, criminali e in combutta con il diavolo. Essi erano costretti a vivere in un ghetto, le porte si aprivano la mattina e si chiudevano la sera, per quanto fosse difficile uscire da quella fortezza continuavano a essere accusati dei più biechi crimini.
    Qualche anno addietro era arrivato il rabbino Jehuda Löw attratto anche lui dal fascino della città e dalla presenza di altri emeriti studiosi della Torah. Egli aveva subito notato che la situazione in città non era delle più rosee, ma al contrario della gente non si era rassegnato all’idea di non poterne migliorare le condizioni.
    Il rabbino aveva sistemato le sue cose nella soffitta della sinagoga, era difficile trovare una casa disponibile, la comunità era in espansione ma non era permesso agli ebrei lasciare il ghetto.
    Quando ebbe sistemato tutto diede un’occhiata alla soffitta; era perfetta, il più vicino possibile al luogo di culto ma contemporaneamente lontana dalla gente; le poche e piccole finestre che si aprivano sul tetto a spiovente lasciavano passare solo pochi raggi di luce, quello che bastava ad uno studioso. Lo scrittoio era pieno di carte ammassate, antiche pergamene che il rabbino aveva recuperato in Germania, sua terra natia, e nei viaggi fatti prima di stabilirsi a Praga.
    L’arrivo dell’inverno del millecinquecentosettantasei portò con sé i glaciali venti del Nord Europa, erano tanto forti da trapassare il corpo e raggiungere l’anima, fiaccavano il corpo come lo spirito. La neve scendeva dal cielo senza tregua, sembrava che Dio stesse salando la terra prima di farla divorare dal Leviatano. Era tale la richiesta di legna che le foreste intorno a Praga sembravano diradarsi a vista d’occhio, anche il cibo spariva letteralmente dalle dispense. L’imperatore aiutò come poté la popolazione riuscendo a far pervenire grandi derrate alimentari al popolo, solo poco però spettò agli ebrei colpiti dall’astio generale anche nella difficoltà comune.
    Il rabbino osservava la situazione dalla finestra, era difficile concentrarsi sullo studio quando sentiva la gente arrancare nella neve. Egli sospirò, c’era stato un tempo in cui Dio appena i lamenti del popolo riuscivano a raggiungere il cielo calava la sua mano sulla terra per aiutare il suo popolo, adesso per avere qualcosa le preghiere bisognava indirizzarle all’imperatore. Tornò allo studio, così come si consumava lo stoppino della candela anche le sue energie seguivano quel corso, si addormentò sulla torah. Il sonno fu agitato da oscure presenze e da arcaici demoni che lo tormentarono fino all’alba; nel sonno aveva mosso tutto ciò che era presente sul tavolo, alcune carte erano precipitate sul freddo pavimento, il prezioso calamaio per quanto pericolosamente vicino al bordo era ancora in una posizione sicura, la cosa più strana che al suo risveglio si era trovata in mano una logora pergamena. La lettura di essa era resa difficoltosa in vari punti, parte dell’inchiostro era ormai sparito, il linguaggio era arcaico molte parole presenti erano ormai in disuso, i mesi più freddi dell’inverno lo impegnarono nell’eseguire la chiosa di quell’antico testo.
    All’arrivo della primavera mancavano poche righe, si trattava però della parte più astrusa del testo, ma egli non si scoraggiò e lavorando giorno e notte riuscì a completare il testo. La pergamena doveva essere molto antica e narrava storie avvenute nei primi secoli della diaspora, non tutto era chiaro, alcune erano sicuramente leggende, eppure una di questa attirò l’interesse del rabbino. Si trattava della storia del Golem, aveva trovato alcune conferme nel Sefer Yezirah, nascosto nel libro della Genesi c’era il nome di Dio, bastava trovarlo per poter dare vita ad un essere di argilla. Dopotutto Dio aveva creato l’uomo dalla polvere, perché l’uomo non poteva dare vita all’argilla per aiutare l’uomo, era questo il dilemma del rabbino.
    I venti primaverili scacciarono i ricordi del triste inverno, gli alberi si riempirono di fiori e nuovi mercanti giunsero in città portando mercanzie da ogni parte del mondo, anche altri ebrei vennero a raggiungere la comunità di Praga e tra questi una famiglia ebrea che proveniva da Francoforte, la città natale del rabbino era lì vicino. Appena ebbe la prima occasione il rabbino li invitò a casa sua, chiacchierando piacevolmente per ore, la nostalgia addolcì il suo viso da severo studioso, ascoltò rapito i racconti e le novità di quei luoghi che avevano reso piacevole la sua infanzia e la sua gioventù. Gli ospiti rimasero ammirati della cultura del rabbino, furono incantati dalle storie dei suoi lunghi viaggi e dei pettegolezzi che permiano ogni capitale. Quando giunse la sera i discorsi si spostarono su argomenti più seri, il rabbino discusse con il capofamiglia di dottrina, della bibbia e seguirono altre discussioni dotte.
    Il tempo mite e l’interesse del suo ospite per gli studi teologici facilitarono altri incontri, lunghe passeggiate che divennero poi un’abitudine, così oltre a dedicarsi ai suoi studi il rabbino si dedicava a preparare qualche sillogismo particolarmente efficace, qualche citazione interessante o qualche curiosità da mostrare ogni volta al suo ormai fisso ospite.
    Il signor Woer d’altra parte ricambiava gli inviti, il rabbino così poteva spesso gustarsi a cena i saporiti piatti preparati dalla signora, le serate trascorrevano in fretta e il rabbino tornava alla sinagoga sazio e stimolato dalle dotte conversazioni.
    Così trascorsero due anni, gli inverni furono più miti di quanto ci si potesse aspettare, quell’insolita benevolenza del clima non spronò le sue ricerche, ma anzi lo distrasse dallo studio. Egli continuava a frequentare la famiglia Woer che si era ormai ambientata bene nella città, e mentre arrivava ancora una volta l’estate aveva trovato un altro motivo per essere ospite, la figlia del padrone di casa era ormai in età da marito, il profilo aggraziato e la mente agile avevano ormai calamitato gli sguardi del rabbino.
    Mentre la madre aveva subito notato il suo interesse, con l’ingiallirsi delle foglie anche il padre l’aveva osservato. Il padre fiutò l’idea di sistemare la figlia, Judith con un rabbino, un matrimonio prestigioso che avrebbe avuto un certo eco nella comunità, conoscendolo bene non aveva poi di preoccuparsi la figlia avrebbe anzi potuto studiare come confaceva ai suoi interessi.
    La gente accorsa per il matrimonio era troppa per trovare tutta posto nella sinagoga, fin dall’annuncio del fidanzamento fu il matrimonio più chiacchierato, metà delle donne presenti invidiava di non aver potuto far sposare al rabbino la propria figlia, qualcuna insinuò che dalla Germania, e più precisamente dalla temibile foresta nera era arrivato un filtro d’amore per il rabbino.
    L’unione fu delle più felici, il rabbino trovò la serenità e le energie della giovane moglie lo contagiarono dandogli nuova forza e spronandolo negli studi, d’altro canto ella era interessata a gli studi del marito che possedeva una delle migliori biblioteche della città che continuava ad incrementare con altri tomi e pergamene acquistate dai mercanti che affollavano la città.
    Le ricerche del rabbino proseguirono a grandi passi, il suocero che aveva aperto un’attività remunerativa sovvenzionò gli studi, così che nel Gennaio del millecinquecentoottanta il primo abbozzo di golem era pronto.
    Il rabbino aiutato dalla moglie modellò per giorni l’argilla, sia con le nude mani che con la spatola cercò in tutti i modi di dare al cumulo di argilla la forma più umanamente simile. Il lavoro non fu affatto semplice l’argilla sembrava restia a essere modellata, ma la loro enorme determinazione ebbero alla fine la meglio, così quando si asciugò il cumulo aveva una forma vagamente umana.
    All’altezza del cuore il rabbino infilò nell’amalgama un piccolo pezzo di pergamena sul quale aveva scritto il nome segreto di Dio, ciò gli avrebbe fornito la vita, scrisse infine sulla fronte del golem la parola emet, che significa verità, per assicurare il risveglio.
    Il golem rimase fermo, immobile tra lo stupore dei due coniugi che si aspettavano che la creatura si fosse mossa o avrebbe addirittura parlato. L’enorme figura restava invece immobile, eppure il rabbino capì che il golem era vivo, percepiva la forza vitale dentro di esso, gli occhi stessi si erano animati, i contorni indefiniti dati nel plasmarlo erano diventati netti, leggermente spigolosi. La metamorfosi appariva sempre più evidente, l’esperimento era riuscito, il golem aveva preso vita.
    Il rabbino restava però perplesso perché la sua creatura non cominciava a muoversi, neanche un fremito, un minimo movimento degli occhi, che per quanto vitali restavano vacui.
    Per giorni il rabbino non dormì, mangiò a stento, divorava invece libri su libri e pergamene su pergamene, trotterellava rapido per la stanza alla ricerca di una disperata risposta alla domanda che lo assillava, cosa mancava al golem.
    Interrogò vari saggi, mandò missive ai più esponenti rabbini e nella primavera tornarono le risposte, tutte piene di lodi per il suo operato, ma nessuna risposta.
    Il rabbino viveva ormai chiuso in casa se non per celebrare gli offici che gli competevano, sua moglie andava al mercato cercando di trovare sempre qualche ricetta nuova per il marito che cominciava a deperire, a causa del poco appetito e del poco sonno.
    In uno di questi viaggi al mercato si trovò davanti, steso su uno dei gradini, un servo che aveva lo stesso sguardo vuoto del golem, si vedeva che era vivo eppure era apatico a tutto ciò che lo circondava, alle grida dei mercanti e dei clienti, all’olezzo che si spandeva dai vicoli. Judith lo osservò a lungo e incuriosita gli chiese il perché non lavorasse, la risposta arrivò poco dopo, “non aveva ordini”.
    Judith corse a casa dimenticandosi di completare gli acquisti, espose tutto al marito che ritrovò di colpo il sorriso e l’appetito. L’ottimismo iniziale svanì in un così breve tempo come era apparso, il rabbino aveva risolto un problema per trovarsene di fronte un altro, si chiedeva come si poteva dare ordini a un golem.
    Il golem non ascoltava gli ordini, in qualunque lingua avesse tentato e non aveva mostrato il minimo interesse, non aveva accennato la minima reazione. Il rabbino non riusciva trovare la chiave per aprire quella prigione in cui il golem si era intrappolato.
    Eppure alla fine la risposta arrivò, il rabbino si svegliò e la soluzione della questione gli sembrò così naturale che trovò irritante la sua stupidità dei giorni precedenti. Scrisse su un pezzo di carta una serie di ordini, di idee e concetti che il golem avrebbe dovuto tenere in considerazione, che gli avrebbero permesso di interpretare ed eseguire gli ordini ricevuti. La scrittura fu faticosa, riusciva a scrivere a stento una parola prima di fermarsi a riposare, si confondeva ogni tanto e sentiva una fitta dentro di sé ogni volta che tracciava una lettera.
    Dopo vari giorni, il testo fu pronto e il rabbino inserì il frammento di pergamena dentro la bocca del golem, che rimase però fermo al suo posto.
    Il rabbino gli disse di alzare il braccio, l’imponente figura sollevò l’arto, egli fu preso dall’eccitazione, gli anni di studio e gli ultimi mesi trascorsi avevano incanutito il suo volto, la barba leggermente trascurata era diventata ispida e ripiena di aghi grigi, profonde rughe avevano incorniciato il volto, però di fronte al gesto del golem sembrò scrollarsi di dosso gli anni ricevuti.
    Per più di un mese, sia lui che Judith testarono le sue capacità, gli davano semplici compiti, che il golem riusciva ad eseguire alla perfezione, eseguva anche alcuni ordini che richiedevano un minimo di intelligenza, anche se alla fine fu chiaro che aveva dei limiti.
    La presentazione alla comunità fu occasione di festa, la gente anche se intimorita dalla grandezza trovava bonario il viso e riponeva comunque fiducia nel rabbino che aveva superato i risultati degli alchimisti del re.
    L’impiego del golem fu deputato ai lavori di fatica che svolgeva con celerità ed era instancabile, solo la sera e il sabato gli si dava riposo. La notizia fece il giro della città in breve e dopo il sospetto iniziale che fosse un mostro assetato di sangue anche i gentili si abituarono alla presenza del golem.
    Tutti erano contenti, i lavori che prima gravavano pesantemente divennero ormai un ricordo, il golema turno li svolgeva tutti senza mai un lamento, senza mai danneggiarsi, solo la pioggia lo ostacolava però dopo una notte all’asciutto ritornava più forte di prima.
    Eppure mentre la sua presenza era un sollievo per tutti, il suo creatore aveva perso la pace, studiava con meno solerzia, spesso aveva crisi di depressione e il suo fisico si era deperito. Il rabbino cercava di nascondere come poteva tutto ciò alla moglie e alla comunità e per qualche tempo riuscì a fingere perfettamente senza gravi problemi, ma a poco a poco fu sempre più difficile anche perché era afflitto da piccole crisi di follia. Per celare questi orribili risvolti alla sua compagna era costretto a inventare bizzarre commissioni, a spedirla a chiacchierare con persone che conosceva a malapena. Il cambiamento di carattere del rabbino per quanto riuscisse a nasconderlo era in certi casi evidente, ma tutti lo attribuivano allo stress accumulato o a chissà quale altra ragione.
    La gente cominciava a sperare che il rabbino plasmasse un secondo golem, cominciava a fare sempre più velate allusioni all’idea che la presenza di un altro essere sarebbe stato notevolmente vantaggioso per l’intera comunità, qualcuno cercava invece di convincerlo a creare un esercito di golem da combattimento. Il rabbino cercava in tutti modi di aggirare le discussioni e di non scontentare nessuno, sentiva però che la formazione di un secondo golem gli sarebbe stato letale.
    C’era voluto tempo prima che riuscisse a comprendere il perché dei suoi strani atteggiamenti, di perché quelle improvvise crisi di pazzia, della sua stanchezza fisica e del suo deperimento. Aveva fornito al golem parte di sé, quando aveva scritto i comandi si era privato di parte della sua intelligenza, della sua morale, della sua forza e della sua salute. Si trattava di un’infinitesima parte di sé, ma in certi casi per studi difficili, per riuscire in una lite familiare a non comportarsi in maniera sbagliata o per determinati sforzi aveva bisogno di tutte le sue parti compresa quella ceduta alla sua creatura. Così quando il suo corpo e la sua mente richiedevano quelle parti mancanti o impazziva o si afflosciava su se stesso incapace di agire.
    Le crisi di follia erano spesso evidenti e iniziavano a spaventarlo, in una di queste credete che chiunque lo circondasse fosse uno spaventapasseri e cercava il filo per aprire la cucitura in modo da far precipitare il ripieno. Altre volte credeva che il cielo si fosse scambiato con la terra, altre credeva che gli uomini fossero delle lucerne e le pupille i riflessi delle fiammelle delle candele, rischiava la notte di voler avvicinare l’acciarino agli occhi chiusi della moglie per accenderle le candele spente.
    Il rabbino era perseguitato ormai da questa triste situazione di cui non vedeva soluzione, fin a quando ci fosse stato il golem non avrebbe potuto riappropriarsi di ciò che aveva perso, d’altro canto non poteva cancellarlo, era ormai necessario alla vita della comunità.
    Con l’arrivo dell’estate il rabbino aveva cominciato a fare spesso lunghe passeggiate quando avvertiva i primi sintomi di un’imminente crisi di pazzia, cercava di nascondersi al mondo e lasciar libero sfogo in radure nascoste nei boschi dove era sicuro di poter fare pochi danni. Il risveglio dopo la crisi era sempre brusco e lo faceva inorridire, si specchiava in qualche polla e spesso era in preda di conati di vomito, certe volte aveva mangiato l’erba, altre volte si era trovato pieno di graffi sul corpo, una volta si era svegliato nudo con il corpo di un colore purpureo ottenuto con lo sfregamento con fiori sconosciuti.
    Sua moglie spesso gli chiedeva di accompagnarlo in quello che egli chiamava le sue “gite di meditazione” lui però le negava il permesso affermando che l’effetto benefico di esse dipendeva dalla completa dissociazione dagli uomini che gli favoriva il ragionamento. Judith però era preoccupata per quanto suo marito giurasse di sentirsi bene ogni volta che tornava dalle suo sortite fuori città era sempre più deperito, affaticato e quasi come intontito, aveva lavorato e studiato sempre meno.
    In una città vicina abitava un vecchio che possedeva antiche pergamene, da anni era rimasto immobilizzato e grazie al golem aveva potuto risistemare le falle nel tetto e altri faticosi compiti che gli erano preclusi. Alla fine della primavera si era ammalato e ormai aveva capito di essere al termine della sua vita, per cui aveva decise di regalare la sua biblioteca al rabbino come ringraziamento e stimolo a continuare le sue ricerche. Le condizioni del vecchio si erano aggravate ma in quei giorni il rabbino era oberato di lavoro così Judith ebbe l’idea di recarsi lei al posto del marito a far visita al vecchio.
    Sulla via del ritorno decise di andare a cercare il marito che sapeva che andava a meditare in una faggeta li vicino, era un posto tranquillo che però a causa di certe storie la gente evitava di frequentare, e che il rabbino l’aveva scelto proprio per le “sue meditazioni”.
    Sua moglie lasciò il mulo ancorato a un albero e si inoltrò nel piccolo boschetto, girando alcune frasche ritrovò il marito accoccolato sopra una pietra che sembrava cantasse una deprimente litania, il senso le sfuggiva, gli si avvicinò lentamente per cercare di capire meglio, fece più rumore del dovuto ma prima che potesse scusarsi suo marito si era alzato e la guardava con uno sguardo mostruoso.
    Il rabbino si svegliò più affaticato del solito, il respiro affannoso tagli sulle mani che sentiva bagnate di un liquido denso caldo, gli ultimi nembi del sogno della pazzia si diradarono, ricordava di aver combattuto contro qualcuno. Si alzò e si diresse verso la polla, specchiandosi notò di essere coperto di sangue, si girò e vide evidenti segni rossi sull’erba, seguì a ritroso i suoi passi e cadde all’indietro con il fiato mozzato: riversa per terra e colpita ferocemente da varie coltellate c’era sua moglie.
    Il rabbino pianse, aveva ancora il coltello insanguinato in mano, i ricordi spezzati del sogno lo perseguitarono, sapeva cosa aveva fatto.
    Tre giorni dopo tornò sconvolto in città, disse di essere stato aggredito durante una delle sue meditazioni da alcuni ladri, chiese della moglie. Le ricerche partitrono in tutta la zona ma non ebbero però effetto, per un mese si parlò di averla vista nei boschi.
    Il rabbino divenne sempre più strano, in città si pensava che la scomparsa della moglie l’avesse distrutto, che fosse affranto del dolore. In effetti era sconvolto, non si credeva capace di aver potuto fare una cosa simile, eppure la realtà era evidente, l’aveva uccisa in una crisi di pazzia. Da quando aveva plasmato quella mostruosa creatura era cambiato profondamente c’erano momenti in cui non era più lui. Passati i mesi non riuscì a consolarsi, iniziava a odiare il golem che cominciava a concepire come unico responsabile delle sue disgrazie. Ogni volta che si trovava solo in usa presenza lo bersagliava di pugni e calci, questo gli dava una strana eccitazione, un piacere che non sapeva spiegare. Odiava quell’espressione fissa nel vuoto, quello sguardo ingenuo e quella sua imperturbabilità ai compiti gravosi che gli si affidavano. Il rabbino non si contentava più di colpirlo, i segni dei colpi sparivano in seguito al risistemarsi dell’argilla, ogni tanto gli versava dell’acqua su una gamba, su una mano e godeva nel constatare le difficoltà nel compiere i lavori che gli affidava. Neanche questo lo soddisfava, alla fine, il peso delle sue colpe gli gravava addosso, non poteva dimenticare di aver alzato il coltello sopra la sua amata moglie. Da un po’ di tempo rimuginava sul fatto che se per colpa del golem aveva compiuto quel mostruoso gesto, fosse allora lui a sobbarcarsi le conseguenze.
    Il golem la sera tornava nella soffitta della sinagoga, una giorno in sua presenza cancellò la prima lettere della parola scritta sulla fronte, restò met (morte) e il golem rimase immobile con la bocca spalancata. Il rabbino scrisse alcune parole su un altro foglietto e lo nascose sotto la sue pelle, si era liberato dei suoi ultimi ricordi.
    Quella notte dormì tranquillo, le inquietudine delle notte precedenti erano svanite non ricordava perché nei giorni precedenti si era sentito gravare una pesante cappa di dolore, riuscì perfino a riprendere a studiare.
    Il golem però era cambiato, cambiamenti impercettibili che nessuno aveva ancora notato, c’era una luce diversa nei suoi occhi, i lineamenti della bocca sembravano nascondere un sorriso crudele. Nessuno però notava niente, continuava a svolgere con la solita solerzia i propri compiti, però a poco a poco divenne meno efficiente, impiegava più tempo ad obbedire oppure mentre trasportava un tronco per sbaglio urtava qualcosa. La gente iniziò a credere che il golem fosse vecchio che bisognava cambiarlo, visto che il rabbino sembrava essersi ripreso tornarono a sollecitarlo di plasmarne un altro. Il rabbino non ricordando il perché della sua passata ostinazione a non voler creare un altro chiese ad alcuni mercanti di portargli della argilla in gran quantità.
    Plasmare l’argilla gli riuscì molto difficile, nel passato l’aveva fatto con sua moglie e molti ricordi di lei li aveva abbandonati al golem, perciò non ricordava come fare.
    La sera la sua creatura non ritornava alla soffitta, peregrinava per la città osservando stupefatto tutto ciò che lo circondava, ammirava soprattutto i pozzi pieni di acqua, sembrava che sapesse che l’acqua poteva scioglierlo e distruggerlo, la guardava ma non osava toccarla.
    Fuori dai confini del ghetto si aggirava spesso, si fermava a guardare e a toccare i muri, la gente non ci faceva caso erano ormai abituati alla sua figura.
    Nei mesi successivi molti ragazzi furono rimproverati dai genitori e chiusi in casa, per strada c’erano stati numerosi casi di vandalismo che di solito commettevano i ragazzi, piccoli vasi da fiore, fontanelle e angoli dei muri erano stati danneggiati.
    Una notte il golem si trovava in uno stretto vicolo, camminava lentamente osservando le tracce di muffa sui muri laterali quando si imbatté in un ubriaco.
    L’uomo che aveva bevuto molto iniziò un discorso sconnesso, parlava al golem come se potesse capirlo, o se potesse rispondergli, alla fine disse, che per capire doveva bere, e gli lanciò un getto di vino dalla fiasca dove stava bevendo. Il golem osservò l’argilla bagnata, provò a infilare il dito giocherellò con essa mentre l’uomo continuava a guardarlo. La mattina dopo trovarono in quel vicolo una fiasca rotta a terra, il vino copriva delle tracce di sangue.
    Nei giorni che seguirono ci furono altri casi di scomparse misteriose, ogni tanto si trovavano tracce per terra, si diede subito la colpa agli Ebrei finché anche il ghetto fu afflitto da simili casi.
    In città si mormorava di un branco di criminali capitanati dal diavolo in persona, altre storie parlavano di spiriti minacciosi.
    Il golem era tornato a essere solerte nel lavoro e a rispondere prontamente agli ordini, tutti si congratulavano con il rabbino per averlo aggiustato, egli ringraziava anche se non capiva il perché di quel cambiamento, si interrogò a lungo, anche perché il golem certi giorni era più operoso che in altri, iniziò a pensare che dipendeva da ciò che faceva la sera.
    Una di quelle notti decise di seguirlo, tenendosi a distanza, lo seguì per i tortuosi vicoli, lo vide appoggiato sul parapetto del ponte Carlo che guardava rapito il moto impetuose del fiume Moldava. Il golem riprese poi a camminare, appostato dietro un angolo lo vide staccare alcuni mattoni all’angolo di un muro e lanciarli da un angolo in ombra da cui non poteva essere visto contro delle finestre. Il rabbino tornò a casa stordito con un nodo in gola, non riusciva a capire il perché di un simile comportamento, perché aveva iniziato a fare tali aasurdità.
    Nei giorni successivi iniziò a giorni alterni a seguire al golem, anche se ogni tanto lo perdeva per paura di avvicinarsi troppo, ogni notte lo vedeva danneggiare qualcosa che fosse un muro, un vaso, l’ornamento di qualche portone, ogni tanto si divertiva a divellere l’acciottolato delle strade, finchè un giorno si dedicò a danneggiare una delle statue della facciata di una chiesa.
    Una notte fredda lo seguì con difficoltà perché si muoveva con un andatura spedita dopo poco lo perse di vista, il rabbino provò a cercarlo ma si perse a sua volta nel dedalo di vie che si trovava attorno, era un quartiere che conosceva poco. Nel cercare la strada per tornare al quartiere ebraico vide qualcosa muoversi nell’oscurità di un vicolo vicino, nonostante la paura la curiosità vinse e si inoltrò nell’ombra.
    Si trovò davanti il golem che stava strangolando una donna, finita di ucciderla se la caricò in spalla e proseguì diritto fino a una piccola piazzetta dove si trovava un pozzo ormai abbandonato coperto da una grossa pietra. Il golem spostò la pietra e lanciò nel pozzo il corpo senza vita, dall’odore di putrefazione che usciva non doveva essere il primo cadavere.
    Il rabbino ritornò sconvolto a casa, non capiva come fosse possibile che il golem si comportasse in quel modo, perché era diventato un assassino, per alcuni giorni si interrogò senza trovare risposta, decise di distruggerlo.

  14. L'avatar di the darkness the darknessthe darkness è offline #59
    24-09-07 19:55

    Sapeva che il golem ogni sera prima di agire si fermava sul ponte Carlo, si nascose là in attesa che venisse, si coprì con una tela marrone insieme a due otri di acqua.
    Era una notte senza luna, e questo non aiutava certo visto che il ponte era lungo circa cinquecento metri, sperava che il golem si fosse fermato abbastanza a lungo. Non c’era nessuno per le strade, la gente evitava sempre più di uscire per strada anche i malfattori ormai ci pensavano su prima di uscire. Il golem iniziò a percorrere il ponte, era l’inizio dell’estate e il rumore del fiume era meno possente del solito e non copriva del tutto i rumore dei passi della creatura. Si fermò a circa metà del ponte, guardava il corso del fiume, le costruzioni sulle due rive, le rare finestre illuminate.
    Il rabbino fattosi coraggio si crollò di dosso la tela e prese in mano la prima otre, la scoperchiò e con cautela si avvicinò al golem, con precisi getti di acqua gli bagnò mani e gambe. Il golem spalancò la bocca in maniera minacciosa alzò le mani come per colpire, ma l’argilla umida si afflosciò sul suo peso, le dita si fusero assieme e mancarono il bersaglio, le gambe si afflosciarono e gli fu impedito di muoversi. Il rabbino prese l’altra otre bagnò anche l’addome e il torso, il golem non era più capace di muoversi, i suoi occhi si velarono di un’ espressione sofferente, e poi di una devastante rabbia. L’argilla cominciò a scivolare fuori dal ponte, alla fine anche la testa scivolò via, il fiume divorò il golem. Una macchia marrone fu dispersa dalle acque, le pergamene furono in balia delle correnti, l’inchiostro si sciolse rapidamente. Quando le parole scritte si sciolsero del tutto, tutto ciò che il rabbino aveva dato di sé al golem gli ritornò indietro, compreso i ricordi che aveva abbandonato ad esso. Tutta la malvagità che aveva compiuto il golem gli furono note, anche i ricordi della moglie che aveva nascosto gli riaffiorano alla mente, la sua mente ne fu distrutta.
    Ciò che aveva cercato di abbandonare nel golem era stato tutta quel lato della mente che era malvagio, comprese in quel momento che non si poteva abbandonare una parte di sé, non si poteva separarsene con un taglio netto. Il golem che aveva ricevuto ciò aveva lasciato libero sfogo a quella sua parte malvagia, il suo cuore non resse a tutta quella crudeltà, a tutta quella gente che aveva sofferto per causa sua, aveva creato il golem per portare aiuto alla gente non per fare danno. Comprese che non si può abbandonare niente di sé, provare a celare era soltanto un inutile perdita di tempo, era una maledizione senza tregua.
    Lasciò che la vita l’abbandonasse, il giorno dopo la gente trovò il suo corpo steso sul ponte

  15. L'avatar di kokkina kokkinakokkina è offline #60
    24-09-07 20:44

    Ma il contest non doveva terminare giorni fa?

 
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