Insulti all’autore
Attenzione: questo racconto è un presidio medico chirurgico. Tenere lontano dalla portata di bambini, può provocare rabbia, dolore e ira funesta. Si raccomanda di leggere attentamente il prospetto informativo prima della lettura.
PROSPETTO INFORMATIVO
- L’abbandono, in questo racconto, è di tipo metaletterario e provocherà al lettore una rabbia interiore che lo porterà a capire il titolo dell’opera.
- L’autore, fino all’ultimo, potrebbe essere distante dal tema del racconto (abbandono) ma il finale vi dimostrerà che non è così.
- Prima di leggere questo racconto premunitevi di un casco e fate in modo di non avere persone vicine, né armi contundenti che potrebbero essere usate instintualmente a fine brano.
- Abbiate pietà dell’autore del racconto che non voleva farvi del male e non desiderava farvi perdere il tempo necessario alla lettura.
- Se cercaste l’autore, dopo aver concluso l’opera, sappiate che ha deciso d’iniziare un eremitaggio momentaneo per cercare la pace interiore (non mandate sicari).
- Detto questo vi auguro una buona lettura ricordandovi ancora che il tema scelto per questo racconto è l’“abbandono”.
IL RACCONTO
Anche quel giorno mi svegliai nel letto prima che la sveglia iniziasse a suonare.
Guardai l’ora e il led verdognolo mi abbagliò; mancavano due minuti alle sei.
Alzarsi o non alzarsi? Odiavo questo periodo, quest’istante di tempo: era una specie di lotta interiore fra pigrizia e lavoro; una lotta inutile perché durava per tutto il tempo che pensavo quanto odiassi quel momento e ciononostante tutto pesava irrimediabilmente perché pareva durare un’eternità.
BIIIIIIIIP BIIIIIIIP BIIIIIIP
Ed era suonata.
Spensi la sveglia, coi piedi cercai le pantofole e mi diressi pigramente verso il bagno.
Dal tragitto dalla camera al WC sbadigliai almeno due volte, accesi la luce e iniziai a prepararmi per il solito trantran quotidiano.
Pisciata, lavata sotto le ascelle, deodorante, pulizia agli occhi, naso, barba, disinfettata delle piccole ferite quotidiane dovute alla noiosa troppa fretta di rasarsi, uscita dal bagno.
Poi dalla cucina presi un po’ del caffè avanzato la sera precedente, me lo versai abbondantemente in una tazza di Shrek e, rimpinzandomi con gli ultimi Pan di Stelle rimasti, iniziai a focalizzare mentalmente la giornata.
Con un biscotto al cacao ancora in bocca aprì una finestra per vedere fuori: una zaffata di smog mi avvolse, ma decisi di non farci assolutamente caso… cielo pumbleo, la via sottostante quasi completamente deserta ad eccezione di qualche poveretto, come me, che andava a tirare su la propria paga mensile.
Sospirai, chiusi la finestra, mi vestii rapidamente con la divisa lavorativa, la targhetta, il portafoglio, il telefonino… lo prendo? Tanto non mi chiama mai nessuno… bah… lo prendo. Non si sa mai.
Lettore mp3, radiolina, ombrello portatile per sicurezza, bene! Possiamo andare.
Mi soffermai un secondo all’ingresso prima d’uscire; su di un ripiano c’era appoggiata una scatola… era arrivata ormai da circa tre giorni, ma per un motivo o l’altro non l’aveva ancora aperta.
La apro ora? Guardai la patacca d’orologio che avevo il polso e lessi le 6.23; sbuffai con me stesso, l’avrei aperto quella sera.
Uscii fuori, chiusi la porta a chiave con doppia mandata e mi diressi verso il deposito dei bus.
Al rimessaggio c’erano ancora quasi tutti, tranne forse il Marco che per oggi gli era toccato l’orario notturno.
“Salve Claudio, come va?” mi apostrofò Gianni.
“Potrebbe andare meglio. Oggi mi tocca il 34 giusto?”
“Esatto! Divertiti coi liceali del Volta”
“Non farmici pensare, per favore. Comunque a te non va tanto meglio; dovrai sorbirti tutte le intelletualate dei filosofi universitari.”
“Almeno io mi faccio una cultura. Ora, so perfettamente, la differenza fra Kant e Fichte. Una cosa illuminante”
“Ma va?” scoppiai in una risata insulsa, imitato da tutti gli altri presenti; poi mi rivolsi alla Luisa.
“Ehy bellissima, finito di fare il pieno al mio mezzo?”
“Certo cretino! Divertiti coi mocciosi.”
“Grazie”; salii sull’autobus color arancione e iniziai a scaldare il motore, in quel mentre mi lessi “Il Metro” sempre portato dalla Luisa.
Bella donna davvero quella Luisa, peccato che fosse anche dannatamente fedele al marito e che, quest’ultimo, lavorava con lei all’officina del rimessaggio.
Finalmente partii.
Alle sette spaccate, verso Porta Giulia , salì il matto del trentaquattro: non conoscevamo il suo nome, ma era riconosciuto un po’ da tutti come “il matto del trentaquattro”; non pagava il biglietto e si divertiva a molestare qualche ragazzina, ma ciononostante tutto non era una persona cattiva.
Aveva sicuramente dei problemi, ma almeno, specie quando partiva coi suoi monologhi, serviva per passare il tempo.
Da quello che avevo capito prima d’iniziare a fare il barbone di professione era un impiegato in un’industria di elicotteri: progettava nuovi modelli e nuove strutture per costruirli più velocemente.
Aveva sempre amato il suo lavoro ma per vari motivi, forse una storia d’amore con la figlia del capo (ma ne parlava molto di rado), aveva dovuto lasciare il lavoro.
Con esso, mi pareva, aveva perso anche moglie, amici e famiglia e fra alcool e disperazione era finito ad essere il matto del trentaquattro.
Salendo mi salutò con eccitazione, io, d’altro canto, lo guardai con sguardo annoiato… ascoltarlo e compatirlo potevo farlo, ma non gli avrei mai donato la mia amicizia, nemmeno con un sorriso; essa era solo per persone con cui sentivo un feeling particolare.
Alle sette e dieci iniziò il solito finimondo delle giornate lavorative: ragazzini accompagnati da madri ansiose, vecchiette che si dirigono verso l’amico d’ospedale malato, studenti che ripassano matematica prima del compito in classe, un altro gruppetto di scolari che si diverte a deridere l’isolato di turno, dall’altra parte del bus un vecchietto che squadra una ragazzina scollata con la scusa di voler sedersi, vicino all’ingresso una grossa nera col figlioletto litiga con altri due ragazzi che si fanno scudo con le loro cartelline, accanto a me il solito impiegato della banca di credito con la sua ventiquattrore che guarda indispettito il matto del trentaquattro
Poi, ecco che salgono, verso via Mameli, il grosso dei ragazzini del Volta: salgono gridando, a squarciagola, piangendo, spintonando, ripetendo la lezione di filosofia del giorno prima, maledicendo il professore di latino, commentando la puntata di DragonBall, sputando per terra, ridendo del cretino che sta cercando disperatamente, correndo, di raggiungere il bus, bestemmiando sul fatto che “Oggi si perderà la ricreazione per quello stronzo di Reman”.
Ma è proprio alla fermata del Volta che, per molti, c’è il finimondo.
“Salve Claudio. Per favore, blocca le porte dietro e centrali.”
“Già fatto” dico sornione mentre guardo, sornione, dallo specchietto gli sguardi di terrore di molti dei ragazzini presenti sull’autobus.
Ebbene si: i controllori, la specie più temuta dagli studenti e dagli adolescenti… alcuni li ritengono una leggenda metropolitana, ma quando appaiono sono dolori.
Amavo questo modo di definire dei semplici esseri umani.
Avanzarono compostamente esaminando biglietti e abbonamenti e nessuno gli sfuggiva.
“Lei non ha il biglietto?” MULTA!
“Ma cosa cerca di fare? Non vede che la macchinetta è bloccata?” MULTA!
“Questo biglietto è dell’altro ieri, non faccia il furbo” MULTA!
“Quest’abbonamento è scaduto!” MULTA!
“Ha dimenticato l’abbonamento a casa?” MULTA!
E così via… la giustizia che si vendicava dei furbastri. Quale goduria!
Alla fin fine i beccati furono una decina; rimasi leggermente sorpreso a vedere che l’impiegato non avesse fatto il biglietto e un po’ mi spiacque per la donna di colore che aveva pagato il biglietto per se, ma non per il suo piccolo.
Sicuramente mi fece male vedere come, i controllori, trattarono per l’ennesima volta il matto del trentadue; ma in fondo, non erano fatti miei.
Alle dieci del mattino si ripetè la scena patetica denominata, dai conducenti, come: “La grande storia d’amore del trentaquattro”; protagonisti: la segretaria del gruppo Mondini, il dottore Marco Zumbrato. Altri personaggi: il conducente di quell’ora (in questo caso, io) e il matto del trentaquattro. Comparse: tutti gli altri passeggeri.
Era una cosa incredibile e fenomenale.
Ogni volta, ogni giorno, alle dieci del mattino, questi due salivano a due fermate differenti e si sedevano uno di fronte all’altro: lui leggendo il Corriere della Sera, lei sistemandosi il trucco o i capelli con uno specchietto e per tutto il viaggio si guardavano sommessamente da dietro quei due giganteschi scudi che possono essere un giornale e un beauty-case.
Se per caso il loro sguardo s’incrociava ritornavano velocemente a farsi i loro comodi come se fosse la cosa più importante in quel momento.
Mai… e ripeto MAI… da circa un anno che proseguiva questa storia i due si erano parlati anche se la Clara continuava a ripetere che una volta, il dottore, aveva raccolto lo specchietto ch’era caduto accidentalmente alla ragazza.
Ma, effettivamente, anche quella volta c’era stato un solo gioco di sguardi.
Graziosi e impacciati, sembravano due ragazzini che non riuscivano ad approcciarsi per una vergogna interiore; cosa dimostrata dal rossore che, entrambi, avevano quando dovevano scendere alla stessa fermata per poi, però, dirigersi verso direzioni differenti.
Anche questa volta si ripetè la stessa storia, senza alcuna variante.
La storia d’amore continuava; il pazzo una volta mi chiese che cosa ne pensavo e perché non li aiutassi: evitai di rispondergli.
Alle una, finalmente, arrivò la sacra pausa pranzo fatta di un panino al bar dell’angolo, un caffè, una bottiglietta dell’acqua, una rapida lettura della “Gazzetta dello Sport” e ovviamente qualche chiacchierata coi colleghi.
Praticamente ci si trovava tutti in quel bar, si discuteva del più e del meno ripetendosi le storie del bus e di come andassero avanti i lavori per tutti la città.
“Ma lo sai che finalmente sono finiti i lavori in Via Mestrino?”
“Però hanno aperto il cantiere in Corso Cavour.”
“Niente in confronto al macello ch’è venuto fuori in tangenziale questo pomeriggio, un vero incubo”
“E tu come hai concluso la storia con tua moglie? Siete rimasti assieme oppure no?”
“Non ci crederete, ma oggi da me è salito il massaggiatore del Cagliari.”
“Quei ragazzini del settantasei non se la passano bene, coi loro amici che continuano a deriderli, dubito che potranno essere una coppia duratura.”
“Odio quei deficienti del Ruffini, insolenti, stupidi, attaccabrighe.”
“Io odio questo lavoro, è un tran-tran continuo. Un giorno cambierò lavoro.”
“E l’altro ieri mio figlio si è sposato, come crescono rapidamente”.
E così, fino alle due del pomeriggio.
Dalle due alle sei non capitava poi niente di veramente particolare; la solita noiosa lotta ai veri nemici di noi conducenti: il colpo di sonno e la stupidità dei bambini che correvano in mezzo alla strada per giocare a mosca cieca.
Alle sei invece… alle sei iniziava il finimondo.
La gente iniziava ad uscire dai loro uffici, locali, negozi, bar, botteghe, case, corsi sportivi, eccetera e si dirigeva in strada con le proprie auto creando l’abnorme ingorgo delle ore diciotto.
Ero sempre nervoso quando venivano fuori queste cose e anche quel giorno, purtroppo, non faceva tanto eccezione.
Passai tutto il tempo a borbottare fra me e me bestemmie e ingiurie contro il cretino con la Mercedes, contro la vecchietta che mi faceva notare “quanto traffico c’era”, contro il motociclista che s’infilava fra un auto e il mio bus, contro lo stramaledetto semaforo che scattava proprio nel momento sbagliato.
E quel giorno, stramaledizione, c’era anche l’incidente proprio in centro all’incrocio rallentando la mia corsa… ogni idiota che saliva ripeteva praticamente la stessa cosa: “Oh… sempre in ritardo i bus! Chissà quando miglioreranno le cose!?”.
Era in quei momenti che sentivo il bisogno di prendere l’i-pod ed ascoltarmi un po’ di musica: mi rilassava un pochino.
Per mia sfortuna, quel giorno, avevo dimenticato di ricaricarlo… bestemmiai.
Alle sette e mezza di sera, finalmente finii; riportai il bus in rimessaggio e mi diressi a piedi, stanco e stressato, verso casa.
Guardai il cellulare: un SMS!
Ma chi?
“Servizio Vodafone, ricarica anche tu…” BIP… “Messaggio cancellato”
Arrivai a casa per le otto.
Sistemai il cappotto e tutto ciò che mi ero portato dietro da parte e mi distesi sul divano a guardare il telegiornale troppo stanco di andarmi a preparare da mangiare; forse avrei ordinato una pizza.
Poi, rividi il pacco ancora chiuso.
Il dilemma ripartì: lo apro o non lo apro?
Apriamolo, va!
Presi il pacco dalla mensola ma mi sfuggì di mano: il rumore rimbombò nella casa silenziosa.
Lo raccolsi di nuovo; non c’era alcuna provenienza.
Bah… apriamolo lo stesso.
Andai in cucina per prendere le forbici per intaccare il duro scotch che lo ricopriva.
Diedi due forti colpi e finalmente lo aprii.
Dentro c’era un vecchio disco di un vecchio gruppo musicale.
Una N tagliata nel cartone.
Un ulteriore piccolo pacco regalo.
Non capivo…
Era strano…
Cosa poteva significare?
Poi sentì una velocissima intuizione.
Il gruppo musicale erano gli ABBA.
Poi c’era la N.
E quindi il regalo… o per meglio dire, un DONO.
Questo poteva significare solo una cosa…
Era un ABBA-N-DONO.