Somnium exsistendi
Magari la resa dei conti è solo un tassello...
Certo sapeva che qualcosa stava andandosi incrinando, quantomeno nel rapporto fra lui e chi da lui gli ordini ascoltava. Ascoltava. Era cosciente della turba che aveva scatenato, che non poté granché placare, sicché il ricordo della persona forse a lui più cara oscurasse il suo ruolo e anzi lo confondesse così tanto da non capire allora che gli altri, gli alieni da lui, accettassero malvolentieri un altro tassello nel loro pantheon. Perché Drusilla per lui lo era stato, e voleva che lo fosse per l’umanità intera, desiderava che il suo dolore fosse il dolore di tutti, le sue gioie passate riproposte in riti futuri. S’era reso conto, di quell’atto effimero, in quel ripostiglio. E come di quello, di tanti altri. Ne era cosciente perché era troppo tardi. Ne era cosciente perché quello stambugio sarebbe stata la tua tomba. Più alcun oderint. Si preoccupò che la tunica non strisciasse al di là della linea d’ombra, che le caligae fossero ben allacciate, perché vivere nascostamente, frainteso, non fosse tradito. Eppure, nonostante fossero già penetrati nel palazzo, in blocco, continuava a udire l’accompagnamento musicale di cui amava avvolgersi. Pur nella rassegnazione, subentrata alla codardia e al timore, paradossalmente un eccesso di lucidità lo costrinse ad assaporare ciò che di appagante e gradevole avesse ottenuto da quell’esistenza. E allora distinse il timido percuotere distante di un cimbalo, lento, docile, sempre più ritmato, sinché a quello non si accostasse una, poi più tibiae, per includere il placido frastuono del rame dei crotali, e tutto insieme, una melodia che non temesse paragoni. Li udì giungere dal corridoio, i pesanti passi dei loro calzari erano indubbi presagi dell’imminente termine di tutto ciò che era stato. Ma le tibiae continuavano a soffiare, i crotali a battere, i cimbali a percuotere, tutti insieme, e anche un lituus s’era imposto baldanzoso al suo orecchio, tutti insieme, in un fragore che rammentava orge olimpiche, tutti insieme, e il gran lituus il fiato dell’orgasmòs d’una battaglia vincente. Tutti insieme, ma lui nascosto. Pensò che doveva udire simili echeggi anche la sua consorte, dal momento che la percepì urlare, o così credette, di lontano, da una grande sala, come Priamo da Neottolemo. Uniti, come mai lo erano stati, nel destino, perché i pretoriani decisero d’eliminarne il seme, di quella zizzania, nemmeno la radice. Ma più che Cesonia, più di tutti la felicità – pensò – doveva investire colei che sola era la sua prosecuzione nell’esistenza, la tensione dell’orgoglio della sorella, zia, Drusilla, un solo nomen per due dominae. Anche le sue strida spandersi. Anch’esse, nel clangore di gladii e strumenti, parse d’udire. Entrambe trucidate. Cassio e Cornelio non si sarebbero fermati. “Arrestate il passo, i vostri calzarsi sono troppo mordaci”, avrebbe voluto pensare. Persino dei servi si dispiacque.
Poco lontano, nell’Ermeo, un tremulo uomo di mezza età incollava le spalle al muro, atterrito dall’eccidio. Urla d’ogni parte. Quando la porta s’aprì, era già fuggito altrove, ma i suoi calzari furono facilmente notati sotto una purpurea tenda dell’ingresso del solarium. Quando si gettò in ginocchio ai piedi d’un semplice soldato per implorarne la grazia, Claudio dovette pensare che suo nipote non emise nemmeno un urlo mentre veniva trafitto da un pugio qualunque.
Era un’anima qualunque che spirava, un’anima in pena.
Nella sedia a dondolo, il legno scricchiolava un po’, consunto dai molti usi. La mano sinistra, appoggiata a un bracciolo, leggermente tremula, tradiva la sua storia. L’uomo sulla sedia aveva ben chiaro che il suo compito era stato portato a termine, sebbene qualcuno non lo avesse compreso a fondo, ma era un rischio già calcolato e accettabile. La sua testa stava ormai seguendo le orme dell’arto sinistro, e finché è una mano a deteriorarsi, la sventura può anche non nuocere (tutt’altro); ma allorché trattasi del cranio, la sventura porta al termine della propria esistenza, lo sapeva. Incapace d’emettere alcun suono, ma cosciente della realtà, l’unico appiglio rimaneva il ricordo. Il ricordo di quel suono sbarazzino d’uno stornello agitato, che imparò da subito a far suo, con il quale allietò molti animi, ma che, fortuna sua, non durò molto. La vita che conduceva non era delle più regolari, e come molti in quegli anni, vedeva il denaro accostarsi e sfumare. Nella città romanticamente banalizzata poi, era addirittura necessario per un artista vivere a quel modo. In una roulotte trascorreva le ore ingegnose, volgendo l’animo agli animi di chi ascoltava. Melodie di lontana ispirazione e accordi complessi. Una notte il fuoco divampò in quell’improvvisata dimora e non si avvide dell’accaduto, quantomeno non in tempo. In tempo perché un gesto, fors’anche azzardato, lo privasse dell’uso completo della mano sinistra, ritrovandosi con due dita atrofizzate. Jean Baptiste fu costretto così ad abbandonare il banjo. Quello che accadde dopo fu solo frutto del fato che incontrò il genio. Pensò che un giorno il Destino dovette passeggiare tranquillamente lungo una via, una via che casualmente stava percorrendo anche lui. Ci si impaurisce un po’, guardandolo dritto in faccia, il Destino, ma al riparo dalla pioggerellina incessante e dall’uggia riflessa nella Senna, il torturare quella leggera e delicata chitarra la tenacia avrebbe dato i suoi frutti. E allora vivo e maestoso, imperioso è il ricordo dell’ottusità delle grandi sale viennesi, dove ampi gesti melodici venivano guardati con disdegno da alcuni astanti. Gli si preferì una danza più umana, più ritmata, una musa che non agitava le membra con ampi gesti, ma che simulava un satiro. E volò in un paese lontano dai suoi sereni fasti fiamminghi, a est, dove tutto è roccia e levar del sole, in carovane allegre e malandrine, con danze ammiccanti, ove gente d’altra età, d’altro loco, strimpellava e si dimenava. E tornò, per proseguire oltreoceano, da cui sentì provenire uno strano personaggio, mancante d’un incisivo. Nessuno seppe mai se fu a causa della sostanza di cui era schiavo o d’una scelta di vita, ma tant’è che il soffio che ‘the Holy Hole’ originava era superbo. E volle cercare il suo mondo, quello di Chet, scrutarlo, analizzarlo, sezionarlo, estrapolarne ogni singola nota. Ne trovò il bandolo e lo incollò insieme allo zigano e al musette, in un miscuglio che quell’anulare incapace e quel mignolo indolente potevano comunque accompagnare. Perché quella sera, in quella sedia a dondolo, il suo capo s’adagiò sulla spalla, s’aprì una nube col barlume d’un lampo, di quel che era stato l’Hot Club, di quel che aveva mutato in ciò che gli animi assorbono e condividono, di cui gli animi si nutrono. S’adagiò, insoddisfatto del ricordo. Incapace d’ammettere di aver toccato il limite. Mai rassegnato all’ascesa. S’adagiò e spirò, quell’anima, un’anima in pena.
Ancora cosciente, suo malgrado. Lo era sempre stato, sin dal principio. Cosciente non di quel che gli accadeva intorno, non di ciò che la gente congegnasse per riuscire, fra un ridondar di campane e una risatina flebile di fanciulla, a mantener saldi i rapporti l’un l’altro, non di come la vita sfuggisse loro di mano serenamente giorno dopo giorno. A suo detrimento poggiava il capo in un cuscino ricamato di finissimo pizzo, nel rifugio ove lui stesso aveva richiesto soccorso. Suo malgrado, era stata una sua scelta. Prese una decisione che non avrebbe voluto, dettata dal logorio della mente, dal lento sfrondarsi del suo intelletto, sotto i colpi incessanti d’una realtà che non gli lasciava tregua. Perché più la comprensione per lui s’avanzava, più la società s’adombrava. Nel momento in cui premette contro il proprio addome la rivoltella, decise in un impeto di debolezza che non avrebbe più sopportato d’andare oltre. Che il suo livello di comprensione del mondo, delle cose umane e delle meccaniche esistenziali – ridicolo a dirsi – dovesse trovare lì il proprio compimento, il proprio termine. Quando bussò alla porta dei coniugi che senz’esitare gli prestarono le dovute cure, forse dovette pensare a una sorta di pentimento. Perché confessò tutto, vuotò il cuore a coloro che non potevano colmarlo. Nell’attimo in cui avvertì qualcuno prestargli attenzione, dipinse i loro volti di sfumature chiare, limpide, e accese i loro occhi d’un candido sfavillante. Ma quella notte li rammentava nella memoria a tinte oscure, ancora, come s’erano sempre manifestati in nefaste epifanie psicotiche. E correre lungo il torrente sovrastato dal paglierino assolato d’un piccolo ponte circondato d’alberi, o passeggiare per le stradine incrociando gli occhi con stranieri, tutti stranieri, o sdraiarsi sul pavimento nell’invito ammiccante di Sien, o privarsi dell’arto come il romano per Kee. Divenivano gesti adusi, futili. Comprendere. E condividere. Perché nella natura umana, non perfetta e limitata, è necessario che il raggiungimento venga condiviso con gli altri esseri umani, che tutti ne siano partecipi, per sfoltirne la responsabilità e la colpa. Non di quel che gli accadeva intorno, non di ciò che la gente congegnasse per riuscire, fra un ridondar di campane e una risatina flebile di fanciulla, a mantener saldi i rapporti l’un l’altro, non di come la vita sfuggisse loro di mano serenamente giorno dopo giorno. Di questo era cosciente. E provò a condividerlo rendendo visibile agli occhi quell’immagine di realtà ghermita e strappata alle grinfie dell’insulso. Avrebbe voluto che tutti avessero apprezzato lo sforzo e colto le sfumature e i colori, che avessero compreso come e perché l’olio d’un pennello s’adagiasse convulsamente e docilmente su una tela. Una sola di esse fu acquistata. In tutta la sua vita. Parecchie furono guardate, osservate, ammirate, criticate, ma una sola fu oggetto di desiderio. Nessuna di esse, invece, fu colta nello splendore della conoscenza. Semplici temi floreali decorativi. Uno fra tanti. Solitario, solo, isolato. Aveva compreso il valore delle stelle in uno oscuro firmamento e per questo solitario. Aveva compreso l’umano rifugio concreto da esse nell’assordante luce d’un semplice caffè e per questo isolato. Aveva compreso la solitudine dell’uomo e per questo solo. Quando in un letto di Auvers un uomo esalava l’ultimo respiro col pensiero volto al nome dell’unico altro uomo che l’avesse mai compreso, Theo, un’anima riacquistava la sua serenità.
Nell’eremo dell’antro galattico, o forse nell’immensamente minuscolo d’un granello di materialità terrestre, un’anima s’interrogava su ciò che potesse comportare un ulteriore tentativo. Aveva sperimentato dapprincipio l’ardore caotico della passionalità d’ogni essere umano, lasciandosi trascinare dall’onda devastatrice dell’inganno terreno. Correggendo il tiro, s’era concentrata sull’eventuale reindirizzamento degli animi attraverso la melodia, nella speranza che l’allietarli potesse foraggiare i loro intelletti. Da ultimo saggiò l’inconsistenza della materia umana, la sua limitatezza, imperfezione, il suo essere effimera. Ne constatò la natura fugace, l’intento caduco, la confezione ridicola per un proposito tanto ardito. Ne derivò che la sostanza non si confaceva alla forma, scoperta non banale, se non vissuta. Lasciare all’uomo ciò che la sua finitezza avesse programmato, lasciare che liberamente potesse esprimersi entro i propri confini, che lo spingersi oltre non comportasse sofferenza, che il non provarci indignazione. Scorse inoltre una piccola incongruenza in tutto ciò, giacché l’animo umano per non incontrare questi ostacoli, avrebbe dovuto non possedere del tutto la volontà d’addentrarsi in quest’antri. Invece la possiede, ed è lì a farsi beffe della propria pochezza. Vagando nell’incanto del sentiero che percorre l’infinito, attraverso gli astri, si distrasse nel cimento d’una cognizione più profonda. S’arrestò nella riflessione accanto a una fonte, si ristorò e riprese il cammino. Accelerò nell’esiguo, moderò nell’immenso e vanamente si diede certo della propria essenza. Dovette esistere, per sapere d’essere. E dovette essere, per potere esistere. Allorché dopotutto apparve non poi così fallace la propensione dell’essere umano verso l’oltre, non così impropria la sua tendenza impostagli alla nascita. Non v’era alcun errore, era del tutto naturale. Nel corso dell’esistenza ne aveva rasentato la cognizione. Un corso irrilevante, giacché il tempo è irrilevante. Così come l’essenza di qualsiasi elemento umano nella sua singolarità. Quel che laggiù chiamano un Caligola, un Reinhardt o un Van Gogh.