ma, ci provo, anche perché mi è venuto ora come ora 'sto racconto.
credo possa essere "in tema"
Canali.
La luce.
Non c’è.
La cerco, disperatamente. Ma non c’è.
Annaspo in quella che potrebbe essere polvere, terriccio, scavo, cerco una via d’uscita, di fuga.
Le unghie si riempiono, di graffiano, si spaccano. Fruscii. Mi volto, di scatto, smetto di scavare.
Non è nulla.
Non c’è luce.
Continuo a scavare. Le mie gambe. Non riesco a muoverle, sono come bloccate da qualcosa.
Ma non c’è luce.
Scavo, di più, con tutte e due le mani, assieme, all’unisono, ancora e ancora e ancora.
Basta, la stanchezza ha preso il sopravvento.
Cerco di tastare attorno, come un cieco, non vedo ciò che mi circonda.
È una stanza?
Non c’è luce.
Cerco le risposte rimuginando inutilmente, cercando una soluzione ad un problema che non c’è, che non vedo.
Non c’è luce.
Un suono. Quel fruscio, di nuovo. Sembra una radio, un suono statico.
Cerco di allungare il capo alla ricerca di qualcosa, di un bagliore, di una luce. Solo un suono. Ripetuto, assillante, come di statica.
Cerco di spostare la gamba destra, ma non la sento. Forse è bloccata, forse è addormentata.
Uno stato di torpore mi pervade. Sento come tutti gli arti senza vita. Temo il peggio, urlo, con quanta voce ho in gola, cercando, invano, aiuto.
Ecco, ci sono.
Alla mia sinistra, una parete, con dei mattoni, si, li sento sotto le dita, mattoni in tufo. Sono sporgenti, ruvidi, porosi. Sono umidi.
Questa è una stanza. Forse un vecchio casolare. Un indizio.
Potrebbe essere una prigione, un palazzo di giustizia.
Non è casa e non c’è luce.
Il suono, continua, si ripete, un loop infinito di stridente fastidio.
Immagini nel buio, mi suscita immagini. Il suono, si, il suono, mi richiama immagini sopite.
Casa mia. La camera da letto. La luce è fioca forse è notte. Mi avvicino alla porta. Sono solo, a piedi nudi, nel corridoio. Cammino, piano. I piedi scalzi si esprimono in lievi tonfi sul pavimento lastricato di mattonelle appena lucidate. La finestra semiaperta del bagno filtra la luce dei lampioni del cortile. Dietro le mie spalle, la mia stanza da letto, vuota, la finestra serrata. La televisione spenta.
Sono sull’uscio. Mia madre dorme, dandomi le spalle. Sta ansimando.
Mi avvicino piano. Più piano. Mi fermo davanti a lei. La osservo in silenzio, per paura di svegliarla.
Ma lei ansima, sospira, forse, soffre. Mio padre non è nel letto. Non c’è, è assente.
Mi sporgo, piano, per guardarla in volto. Per vedere se soffre davvero.
Pura curiosità.
Si volta.
Di scatto.
Non c’è luce. Il suono si è fermato.
Sono spaventato. Non riesco a capire cosa mi succede. Riprendo a scavare, cercando, ancora, un modo per venire via. Cerco di sollevare le gambe con le braccia, ma non riesco a sentirle.
La parete, forse, la via d’uscita.
Comincio a impugnare le sporgenze dei mattoni, tento di strapparli via dalla parete, di trovare un punto debole, una crepa. E colpisco, colpisco, tentando di buttarlo giù, quel muro, di uscire dall’oscurità. Le dita sanguinano, si feriscono, le unghie saltano. Ma sono disperato, e piango, urlo, mi dimeno. Addento un mattone, un dente si scardina. Il dolore è atroce.
Ma il suono, eccolo, di nuovo.
Lo sento, ancora.
È lieve. Non voglio ascoltarlo.
Smetto di battere la parete, di scavare, di urlare e porto le mani sulle orecchie.
Non devo sentire, non voglio vedere quelle cose.
Ricordi, forse.
Urlo, con le mani strette sulle orecchie. Il suono cresce, cresce sempre di più.
È buio, non c’è luce.
Infilo le dita ben dentro le orecchie, più in profondità, fino a farmi male e urlo, urlo sempre di più con tutta la voce che ho.
C’è il sole. Sono seduto sul divano di casa, davanti a me, la televisione.
È estate, la luce filtra dalla persiana morbida e accogliente. I quadri sono quelli di sempre.
Quelli a cui non pensi, perché sono di casa. Sulla sedia, davanti al tavolo, mia madre.
È di spalle, i lunghi capelli ricci, neri le coprono la schiena. È bella.
Intravedo degli orecchini. Mio fratello gioca nell’altra stanza, è piccolo.
Devo esserlo anch’io.
Suono di uccelli, dal salone. Li sento, chiari, squillanti. Sono belli.
Poi, la voce di mio padre.
Mia madre, chiama mia madre.
Lei si volta.
Di scatto.
Non c’è luce.
Il suono si è fermato.
Mi tolgo le dita da dentro le orecchie e mi accascio a terra. Le mie labbra toccano il suolo polveroso.
È odore di terra bagnata.
Ma non è acqua questa.
L’odore è inconfondibile, ora lo sento chiaramente.
È piscio.
Sollevo immediatamente il capo, tenendomi sulle mani, piantate in quella pozza oscena di polvere, terriccio e piscio.
Tossisco, contorco le labbra e tiro fuori la lingua per scostare via la polvere umida attaccata alla mia faccia.
Ho paura, tanta paura.
Piango, forte, fortissimo.
Non piangevo da anni.
Non c’è luce.
Adesso fa freddo.
Ma sento le gambe, si, ora riesco a sentirle! Cerco di muoverle, ma è ancora molto difficile. Mi aiuto con le mani. Tiro fuori la gamba destra. È integra, intatta. Mi sento sollevato.
Tiro fuori anche l’altra gamba, ma non riesco ad alzarmi.
Il suono, no, non ancora…non voglio più, non voglio!
Mi premo le orecchie, di più, sempre di più, gli indici sempre più dentro le orecchie. Ma sento ancora, il suono è forte, penetra, direttamente, arriva al mio cervello.
Cerco di alzarmi, non ce la faccio, le gambe non reggono. Non posso resistere.
Piove. È notte. Lampi solcano il cielo. Guardo dalla finestra. Aspetto che torni mio padre. Come al solito.
Mio fratello non c’è. Mia madre non c’è.
Aspetto che torni papà, che mi porti il giocattolo, ma è tardi. E piove. Le pozzanghere riflettono i bagliori dei fulmini. I tuoni fanno vibrare la finestra.
Ma c’è una vecchia. Si, è dietro di me. Mi volto.
Le si avvicina, piano, claudicante, pesante.
Pochi i capelli bianchi filtrano la luce del salone che è dietro di lei.
Sono sempre a casa. Nella stanza non c’è luce.
I capelli della vecchia sono luminosi. Sembrano finti.
Sono spaventato a morte, ho molta paura. Non posso muovermi.
Mi schiaccio contro il vetro della finestra, mi guardo intorno, ma non c’è via di fuga.
Non ho mai visto quella donna, quella vecchia, brutta, schifosa, fetida, schifosa, cattiva, puttana.
Mai vista.
Un cavo della corrente. Una spina. La prendo, mi lancio contro la vecchia e le infilo quella maledetta presa negli occhi, ancora e ancora e ancora. E il sangue sporca le mie mani e il suo orrendo viso vecchio e putrido, e bagna il pavimento appena lucidato e le sue scarpe e i miei vestiti.
Le strappo il crocefisso dal collo, quel dannato rosario, e prendo a strangolarla, con tutta la forza che ho. Tiro i grani, tiro ancora, ancora e ancora.
È a terra, in un bagno di sangue.
La porta si apre. Arriva mio padre.
Mi volto.
Di scatto.
Il suono non c’è più.
Ora c’è una luce però.
A carponi, lentamente, mi muovo verso la luce come una falena in cerca di salvezza.
La puzza aumenta, il dolore aumenta.
Ma c’è una flebile luce.
E un suono di statica.
Qualcosa, c’è qualcosa. una porta, forse. Cerco con le dita ancora sporche di sangue un pomello, una maniglia, una serratura.
La porta si apre, lentamente, da sola.
Una stanza.
È la mia stanza da letto. È vuota. La finestra è serrata, c’è poca luce.
Una poltrona. E la televisione è accesa.
Il suono viene da lì.
La televisione, accesa, emette solo una statica, bianca, nera e grigia.
La stanza è illuminata dalla televisione.
Cerco qualcosa.
Si, è qui, lo so.
Ora sono in piedi, riesco a stare sulle mie gambe.
Con sicurezza metto la mano in tasca.
Un telecomando.
È quello che ci vuole.
Mi siedo sulla poltrona, mi accomodo, dolcemente.
Assumo la posizione, con le gambe accavallate, il braccio destro con il telecomando in mano.
Appoggio la testa allo schienale, piano, senza sforzo. Non mi fanno più male le gambe e i graffi delle orecchie e delle dita si stanno rimarginando.
Non voglio più quelle scene. Voglio dimenticare.
Punto il telecomando verso il televisore, contro quella orribile statica.
E cambio canale.
Zapp.