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  1. El.Mariachi #46
    14-11-07 22:54

    Grazie, grazie, tutti troppo buoni. Per ora le mie intenzioni sono quelle di riposarmi sugli allori fino alle 23 circa, quando penserò se sia bene battere un'altra parte o meno

    No, scherzi a parte, per le 23 dovrei aggiornare con la settima parte.



    Piuttosto, vorrei provare un cambio di impostazione: oltre la storia, vorrei sapere anche le vostre opinioni.
    Cosa, secondo voi non va, cosa c'è da cambiare, cosa invece lo ritenete perfettamente funzionale (e funzionante), ma soprattutto, vorrei sapere le vostre congetture e le vostre supposizioni sui possibili sviluppi della faccenda .
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  2. El.Mariachi #47
    16-11-07 09:51

    A stasera la settima parte , giuro.

    Ah, anticipo: mi stanno venendo in mente altre storie. Tornerò con altri thread, dunque, appena finirò questa
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  3. El.Mariachi #48
    16-11-07 19:37

    "Maledizione, deve esserci!" pensò fra sè e sè K.
    Ed effettivamente lo trovò.
    Un uomo, che al momento del suo omicidio doveva essere addormentato, era seduto in poltrona con un proiettile in fronte.
    E il Sorriso stampato in faccia.

    - settima parte-

    L'ambulanza arrivò già dopo pochi minuti.
    Nel frattempo, Clara aveva iniziato a far fruttare le sue (scarse, a dir la verit&#224 conoscenze di paramedicina, senza l'ausilio di Kalvin però, che sembrava essersi volatilizzato.
    Era in totale stato di confusione: vedeva la pozza di sangue al di sotto della donna diventare sempre più larga, sempre di più, fino ad arrivare ad imbrattarle le calzature e il cappotto panna che giaceva abbandonato sul suolo, tolto per concedersi più libertà di movimento nel soccorrere la moribonda.
    "Kalvin, dove diavolo sei!?" urlò, invano.
    Dopo averla fatta distendere sul fianco, aveva iniziato a tentare di fermare le perdite di sangue usando le stringhe delle proprie scarpe come lacci emostatici di fortuna; adesso cercava di non farle perdere i sensi schiaffeggiandola, e facendole inalare grandi quantità di aceto che aveva trovato in una credenza.
    "Resisti, cavolo, resisti!". La donna sembrava lottare davvero strenuamente per rimanere in vita, ma pareva conservare un po' di forze, ancora. Dopotutto, erano passati pochi minuti dalla sua aggressione, e non aveva perso tanto sangue da esserle fatale.
    Non ancora, se i soccorsi non fossero arrivati a breve.
    E proprio quando le prime sirene si poterono sentire, accadde qualcosa di inaspettato: la donna parlò.
    "C-c-c..ame..ra". Una parola sola, che a dir la verità Clara aveva anche stentato a comprendere bene. Dopo di che fu caricata sull'ambulanza, e sparì dalla vista della signorina Gesmundi.

    -

    K aveva ormai perso il conto di quanto tempo era passato da quando avevano sentito lo sparo.
    In realtà, se avesse guardato l'orologio si sarebbe potuto rendere conto che erano passati solo una manciata di minuti, dieci al massimo; ma adesso aveva cose più importanti a cui badare.
    La chiave del suo scoop, forse, era seduta davanti a lui in un maglione cachi a rombi neri.
    Su cui, si accorse, stava colando il sangue che iniziava a fuoriuscire dal foro che il proiettile gli aveva procurato in fronte.
    K notò che aveva gli occhiali per terra, frantumati; il libro che evidentemente stava leggendo doveva esser volato per tutta l'area della stanza, conficcandosi nel vetro della finestra; ad una delle mani mancavano due dita, anche se il tutto era mascherato da una garza; non fosse stato per questi elementi, la stanza era in ordine quasi perfetto, segno che il killer dei sorrisi doveva essere un professionista.
    "Dannazione, ti prenderò, puoi starne certo".
    All'improvviso K si accorse che aveva la risposta che cercava: ormai non era più una questione di scoop, era anche il suo senso di giustizia che reclamava la cattura di quel sadico omicida.
    Se solo avessero avuto più prove...

    -

    Il primo ministro Domino Tanner era un uomo di abitudini. Formale, impeccabile, diplomatico in ogni occasione, non amava i cambiamenti. Tutto doveva essere sempre in ordine, inoltre.
    Era un bisogno di ordine, il suo, che alcuni definivano patologico; e probabilmente quasi lo era. Si era sviluppato come un morbo sin dall'infanzia, in ribellione al caos che i suoi genitori provvedevano a creare.
    E proprio ritendendo coloro che l'avevano cresciuto, sfamato, educato due...scavezzacollo, aveva provveduto a tagliare i ponti con loro subito dopo la nomina.
    Qualsiasi giornalista, o semplice ficcanaso, che si fosse dato la pena di scavare nel suo passato per tirare fuori scheletri degni di notizia, non sarebbe potuto risalire ad una madre alcolizzata ed egemone e ad un padre troppo debole.
    E tutte le volte che i suoi impegni lo portavano ad apparire in pubblico, temeva che qualcuno di indesiderato si facesse vivo; cosa che, fatta eccezione per una vecchia fiamma, non era ancora successa.
    Nè sperava che succedesse, non a pochi giorni dall'approvazione del disegno di legge Anthaeus.



    -fine settima parte-
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  4. El.Mariachi #49
    18-11-07 15:52

    Settima parte aggiornata

    Il cerchio inizia a chiudersi...
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  5. L'avatar di Stefano Lucchi Stefano LucchiStefano Lucchi è offline #50
    19-11-07 03:44

    bel capitolo

    no riesco a capire come il cerchio possa iniziare a chiudersi, io sono ancora in alto mare
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  6. El.Mariachi #51
    19-11-07 19:59

    Infatti inizia a chidersi ...
    Fra un po' si inizieranno a capire tutti i ruoli, fra cui quello di Adriano e Clara...
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  7. El.Mariachi #52
    22-11-07 00:10

    Scusate ragazzi, ma per problemi personali l'ottava parte (nona*coff coff*) non vedrà la luce prima di domani sera.
    E' una promessa .
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  8. El.Mariachi #53
    23-11-07 00:36

    -ottava parte-

    "Kalvin, dove diavolo eri finito!?" urlò Clara in preda alla rabbia.
    "Scusa Clara- dovevo controllare una cosa."
    "Tu- tu hai idea di quello che è successo qui? NE HAI UNA MINIMA IDEA!? Quella donna stava morendo, dannazione."

    A quest'accusa, K non rispose. Sapeva di avere sbagliato, lo sentiva, e lo sguardo livido di Clara non gli facilitava le cose.
    Aveva però bisogno di sapere. Cosa, però, non lo sapeva nemmeno lui.
    Assorto nei suoi penseri, quasi non si accorse che la figura di Clara era scomparsa dalla sua vista.
    La cercò a destra e a sinistra, ruotando la testa; la vide che camminava furtivamente verso una stanza, dall'altra parte della casa.
    "Cla...Clara?" la chiamò.
    "Shhhh, fai silenzio. C'è qualcuno."

    -

    E nell'avvicinarsi, Clara pensò a quello che la moglie della vittima le aveva detto prima che fosse portato via.

    "C-c-c..ame..ra", tornò nella sua mente.

    Che fosse quella camera in cui si stava dirigendo quella dalla quale era stata messa in guardia?

    -

    L'auto presidenziale viaggiava ormai sulla superstrada da una ventina di minuti circa.
    Tutta blu, con due bandierine sul cofano davanti, ed altrettante su quello di dietro, era allo stesso tempo una benedizione ed una maledizione per Domino Tanner.
    Protetta da vetri antiproiettile ed una carrozeria che già una volta gli aveva salvato la vita, era tuttavia troppo evidente e troppo poco anonima.
    Non l'ideale, per passare inosservati. Ecco perchè aveva richiesto un cambio d'auto a metà del tragitto, meta che avrebbero raggiunto a breve.

    Guardò fuori dai vetri azzurri. Lì dentro, in quel cabinato su misura, era perfettamente nascosto al mondo. I palazzi gli scorrevano avanti, le esistenze operose di decine di uomini gli scorrevano addosso; era primo ministro, ora, e non c'era nient'altro a cui avrebbe potuto, o dovuto, interessarsi.
    Nè c'era comunque posto per pensare ad altro, non ora, non nel luogo dove si stava dirigendo.

    -

    La sveglia non suonò, come non aveva suonato la mattina precedente. L'avevo disattivata, accorgendomi che non c'era effettivamente nessun motivo per svegliarsi presto.
    Apparte cercare un lavoro, cosa che avrei fatto una volta finiti i risparmi di una vita, che non erano comunque pochi.
    Avevo visto il periodo come un'opportunità per prendermi una pausa per pensare, e rilassarmi.
    Ancora steso sul letto, guardai il cielo oltre la finestra. Era limpido, chiaro, senza un filo di nuvola; sembrava un giorno fatto apposta per passeggiare.
    Decisi che tutto sommato doveva essere l'ora giusta per prepararsi.

    Uscii, e non appena fuori la porta la brezza mi colse subito.
    Iniziava pian piano ad arrivare il freddo, così alzai il collo del cappotto e mi strinsi al suo interno.
    Senza una meta precisa, decisi di passare a salutare Angelo: non lo vedevo più da quel giorno in cui c'era la polizia.
    Volevo chiedergli cos'era successo: la presenza di diversi agenti, di due ambulanze e della scientifica mi incuriosiva non poco.
    Per non parlare di quell'uomo con la benda che mi aveva accompagnato, il cui charme aveva fatto presa su di me.

    -

    L'auto, la cui targa personalizzata recitava Domino11, si fermò esattamente al chilometro 11 della superstrada, all'altezza di un cavalcavia nascosto.
    Domino Tanner scese dall'auto con fatica, per via della carrozina su cui era obbligato a sedere da diverso tempo, ormai; volse lo sguardo alla pietra miliare alla sua sinistra, che indicava che effttivamente si trovavano al chilometro 11.
    "E' un segno", mormorò. Appena pose la mano sulla pulsantiera, spingendo il pulsante che corrispondeva ad "Avanti", il veicolo si mosse con un leggero ronzio.
    "Il seggiolino deve necessariamente fare tutto questo casino?" disse l'uomo che aveva davanti.
    Nella distanza che percorse, ebbe modo di squadrarlo dalla testa, coperta da una bandana, ai piedi, ai quali calzava due stivali di pessimo gusto.
    Era proprio un brutto ceffo, pensò, proprio il tipo di persona con cui non si augurava di avere a che fare da quando il suo mandato era inziato.
    "Allora, saltiamo i convenevoli.
    Portatemi da lei."


    -fine ottava parte-
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  9. El.Mariachi #54
    26-11-07 23:33

    -decima parte-

    Rimasi senza fiato per un pugno di minuti, e faticai a riprenderne per tutta l'ora successiva.
    Violento fu l'impatto della verità, rivelatami da un uomo di passaggio, che dalla macchina e l'aria di chi è in cerca -anzi, a caccia- di qualcosa immaginaii dovesse essere un giornalista.
    "Come...chiuso anche oggi?" mi ero chiesto.

    "E' morto il custode, non lo sapeva?" dsse una voce, dietro di me.
    L'uomo era appoggiato al muro, una gamba che toccava il suolo, l'altra sul muro all'altezza del ginocchio, formava un angolo di noventa gradi.
    Si stava accendendo una sigaretta, e non aveva ancora alzato lo sguardo dal suo accendino -che era molto bello, a dir la verità.
    "Pr...prego?"

    "Il custode. E' morto. Sono qui per questo."
    "Scusi, lei chi è?"
    "Micheal Connor, Daily News. Sono qui per scattare un paio di foto". Una densa nuvola di fumo gli uscì dal naso. "E' stata una brutta vicenda."
    Iniziava a girarmi la testa. Mi sembrava così....assurdo. Angelo era morto, da un giorno all'altro. Non volevo crederci.

    "Come...come è successo?"
    "E' stato trovato morto, nel suo appartamento. L'hanno ucciso, l'assassino degli Heavenly Smile."
    "Heaven...cosa?
    Aveva moglie e figli...una figlia. Che ne è stato di loro?". Avevo un fiume di domande da fare, avrei voluto risposte.
    "La moglie...la moglie è ricoverata. E' stata ferita, ma ora è fuori pericolo.". Aggrottò la fronte, e utilizzò quella pausa per un'altra boccata di fumo.
    "Una figlia...non sapevo ne avesse."

    -

    "Allora, signor presidente, ha ancora voglia di fare lo spocchioso?"
    Domino Tanner sputò sangue. Non aveva intenzione di rispondere, nè di mostrare segni di cedimento, ma aveva bisogno di respirare.
    "E'...solo una bambina..."
    "Oh, ma questo lo sappiamo. Ed infatti non abbiamo intenzione di torcerle un capello."
    Prese una pausa.
    "Non a lei, almeno."
    A quattro zampe, il primo ministro stava fissando le assi sconnesse del pavimento.
    Provava fatica nel respirare, e si chiedeva dove fosse la sua carrozina.
    Non sentiva più le gambe, e aveva voglia di sedersi.

    "Mi creda, presidente. Mettere in scena ogni volta questo teatrino è una cosa che non sopporto neanch'io.
    Per il suo bene, si mostri amichevole.

    C'è in gioco una vita, dopotutto."
    Il Sig.Tanner alzò lo sguardo. Voleva vedere in faccia il suo aguzzino, nonostante conoscesse da parecchio tempo quel volto.
    Voleva vedere quale fosse l'espressione sul suo viso.
    L'uomo, che doveva essere suo coetaneo, stava sorridendo.
    Non un sorriso di piacere, o di ilarità, ma di...convenienza.
    Prese un lungo respiro, prima di rispondere.

    "Va...bene. Scusatemi."
    "Bene. Questo è lo spirito."
    Sorrise ancora, questa volta, forse, di piacere.

    -

    Vidi il sangue uscire dal mio dito. Il primo fiotto, il più dirompente, e poi il resto, un piccolo fiume di colore rosso.
    "Dannaz..." Nonostante fossi calmo -o forse apatico, avevo bestemmiato.
    Allentai il respiro. Chiusi gli occhi, e quando gli riaprii una piccola pozza purpurea si era formata sulla carne.
    Istintivamente, portai il dito alla bocca, iniziando a succhiare dalla ferita aperta. Dopo il piacere iniziale per il sapore, giunse la consapevolezza.
    Dovevo fermare l'afflusso, che negli ultimi secondi era aumentato.
    Misi l'indice sotto l'acqua corrente, e con la mano libera strappai un piccolo quadrato di garza.

    Avevo pensato alla morte di Angelo durante tutto il tragitto dal cimitero a casa. L'immagine del suo corpo, esanime, che straordinariamente ero ruscito ad immaginare aiutato dalla descrizione minuziosa del giornalista, mi portò alle lacrime.
    Era l'unica persona con cui avessi un rapporto di amicizia da quando Antonella...beh, da quando Antonella era scomparsa, fatta eccezione per Simone, che si era dimostrato infatti essere solo un grande errore.
    Angelo...

    Avrei voluto giurare vendetta. Sarei voluto andare al suo funerale, per porgergli l'ultimo saluto e promettergli che avrei causato la morte dei suoi assassini.
    Ma non ce la facevo.
    Non contemplavo alcun tipo di vendetta, per ora.
    Non avevo sete di sangue. Ero, semplicemente, privo di emozioni.


    -fine decima parte-
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  10. L'avatar di francescoboomboom francescoboomboomfrancescoboomboom è offline #55
    27-11-07 18:34

    Incredibile.

    Oddio... Meravigliso!

    Mi piace tantissimo.
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  11. L'avatar di Jurambalco JurambalcoJurambalco è offline #56
    28-11-07 21:01

    Chiedo scusa per non essermi fatto vivo per gli ultimi capitoli; davvero belli e davvero non ci sto capendo un cazzo
    A parte qualche erroruccio qui e lì mi sta piacendo davvero assai
    Rispondi con Citazione 

  12. El.Mariachi #57
    28-11-07 21:51

    Citazione Jurambalco Visualizza Messaggio
    Chiedo scusa per non essermi fatto vivo per gli ultimi capitoli; davvero belli e davvero non ci sto capendo un cazzo
    A parte qualche erroruccio qui e lì mi sta piacendo davvero assai
    Questa è solo una beta, gli errori verranno eliminati a storia conclusa.
    Chiedo venia, è un problema che ho notato anch'io rileggendo (ho corretto quel che potevo), ma vi prego di rendermi noto qualunque cosa non vada
    Rispondi con Citazione 

  13. El.Mariachi #58
    01-12-07 01:00

    -undicesima parte-

    Risposte. Ne avevo un disperato bisogno.

    Dopo l'apatia, era giunta la rabbia. Dopo la rabbia il dolore.
    Ora la...curiosità.
    Mi accorsi di non sapere molto sul caso degli Heavenly Smile. Qualche notizia, qua e là, lo sgomento iniziale, ma niente più.
    Avevo passato gli ultimi giorni a documentarmi, a ricercare. Non avevo ancora idea di cosa avrei fatto dopo, senza lavoro nè nulla. Ma era un inizio, e sicuramente non ero nelle condizioni di potermi rispondere.

    Avevo raccolto un fascicolo di informazioni interessanti.
    Un brivido mi corse lungo la schiena, quando pensai ciò. Erano...interessanti? Quale uomo avrebbe potuto trovarle interessanti? Erano macabre, sicuramente; oltretutto, stavo sminuendo le vittime a semplici informazioni d'archivio.
    Sette persone, Angelo compreso, erano morte.
    Otto, forse, dato che il corpo della figlia non era stato trovato -e il cielo sa solo cosa ne sarebbe stato se fosse caduto nelle mani dell'assassino, ammesso che fosse uno solo.
    L'ipotesi che la figlia fosse stata...rapita era stata quasi subito scartata, dato che era ormai noto a tutti che Francesca Verni studiasse all'estero da due anni.
    Gli inquirenti, come i giornali dicevano, stavano comunque provvedendo a cercare di conttatarla, sia per comunicarle il decesso del padre, sia per vedere se effettivamente fosse tutto in regola.
    Pochi però sapevano che Francesca, innamorata di un ragazzo del posto, tornasse con cadenza regolare per incontrare il suo amato -che altri non era che il suo vicino di casa.
    Partii ad indagare da lui, quindi. Mi balenò in mente la strana idea che potesse essere il mandante di quei delitti, chissà perchè. Sapevo che era un'idea assurda, ma tentai lo stesso, per scoprire quasi subito che il ragazzo era già in stato di arresto provvisorio, e che quindi sarebbe stato impossibile anche solo pensare di avvicinarlo.
    Abbandonai l'idea di chiedere informazioni alla madre, che aveva smesso di parlare, per lo shock fose, dalla sera dell'accaduto.
    Ero in un vicolo cieco, dal quale, oltre a non poter uscire, era impossibile vedere l'ingresso.
    Più volte avevo pensato di lasciar perdere il tutto, ma era più forte di me, avrei dovuto continuare.
    Se non per portare a termine il compito presuntuoso di scoprire il carnefice di Angelo, almeno per capire le dinamiche dell'evento, e soprattutto, la cosa che mi premeva di più, trovare Francesca.

    -

    Con la testa che ancora gli pulsava, e il sangue che colando dal labbro gli stava imbrattando la giacca blu, Domino Tanner fu caricato sulla stessa macchina che l'aveva portato a quel capanno abbandonato.
    La vettura non era, ovviamente, omologata per chi come lui non aveva gambe funzionanti su cui muoversi, e fu quindi costretto alla vergogna di essere preso in braccio e caricato di forza.
    Per qualche strano scherzo, un uomo della sua potenza, era costretto alla piegarsi alla volontà di mercenari usciti dal nulla. Galeotti, ladri, terroristi. Tutte persone che normalmente avrebbe potuto provvedere ad eliminare, ma non questa volta. La posta in gioco era altissima. Si parlava, dopotutto, di sua figlia.
    "Signor Tanner, gradisce qualcosa da bere?" ridacchiò il guidatore.
    Una lacrima rigò il giovane viso del primo ministro. Era semplicemente troppo. La sua elezione non aveva portato che stress e nervosismi, oltre alla rottura di un equilibrio familiare già prima precario.
    E adesso questo...
    "No, grazie." rispose, e sputò una parte del sangue, come non era stato abituato a fare.
    La persona che sedeva di fianco al guidatore, il quale era palese che avesse visto ben più di una persona morire, gli porse un fazzoletto di stoffa. Tanner lo guardò.
    Era, stranamente, bianco, immacolato. Come un piccolo quadrato di neve che risalta sul terreno sporco.
    "Gra..grazie." balbettò, stupito.

    -

    Superare le recinzioni della polizia non fu difficile. Si trattava, dopotutto, di semplici nastri di plastica.
    Avevo deciso di far visita a casa Verni, sperando di poter trovare qualcosa. Era una speranza effimera, però.
    Trovai la casa totalmente diversa da come la ricordavo.
    La disposizione di alcuni mobili era cambiata, se per volontà esplicita dei padroni o per l'intervento degli investigatori non lo so.
    Prestai attenzione nel camminare, non volevo alterare nulla.
    Feci un giro di tutte le stanze. La poltrona dove, secondo i giornalisti, il corpo del defunto era stato trovato, giaceva ribaltata al centro del soggiorno, in stato di abbandono. Le altre stanze erano ancora intatte, poichè non aveva senso investigare in luoghi che non erano stati toccati nè dall'assassino, nè dalla vittima.
    In cucina prima, e successivamente nella stanza da letto, in bagno, e nella camera degli ospiti.
    Porprio in quest'ultima speravo di trovare indizi che mi portassero a credere che la figla di Angelo fosse salva, e addirittura non in città.
    Il letto era rifatto, e non c'era traccia di alcuna valigia. Notai che non un solo granello di polvere giaceva sulle superfici della stanza, e non seppi se attribuirlo alla premura che la signora Verni aveva nello svolgere le faccende domestiche, o al fatto che la stanza fosse stata effettivamente abitata.
    Aprii l'armadio, volevo controllare se all'interno ci fossero vestiti di Francesca.
    Era dopotutto possibile che fosse arrivata e avesse disfatto i bagagli.

    E, sorpresa delle sorprese, il mobile era pieno zeppo di abiti femminili.
    Non solo. Al centro della parete frontale, una grossa scritta campeggiava: B..
    Il mio cognome.

    -fine undicesima parte-
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  14. El.Mariachi #59
    02-12-07 03:13

    -inserto undicesima parte-

    "L'odore di questa stanza si fa insopportabile. Dovrai sbarazzarti dei cadaveri, prima o poi."

    Sul suolo, privi di vita e in stato di decomposizione, giacevano alcuni corpi.
    Un cane, un pappagallo, una donna e un uomo. L'uomo era quello il cui degrado fisico era più avanzato di tutti; non si sarebbe quasi potuta riconoscere una forma maschile, se non addirittura umana.

    "C...ci scopriranno...ci u-uccideranno..."
    "Questo non è un mio problema. L'importante è che tu non ti faccia catturare prima del discorso del Primo Ministro, o l'attentato salterà."
    "L'attentato..."
    Ci fu una risata. "Ancora qualche ritocco, vedrai, e sarà tutto pronto."

    Una pausa. Poi, "Io...non credo...di volerlo fare..."
    "Ma, caro mio, tutto ciò non mi interessa. In quel momento non sarai assolutamente capace di intendere, quindi questo non importerà."

    -fine inserto undicesima parte-
    Rispondi con Citazione 

  15. El.Mariachi #60
    04-12-07 23:45

    Al centro della parete frontale, una grossa scritta campeggiava: B..
    Il mio cognome.

    -dodicesima parte-

    Il mio cognome. Rimasi incredulo per qualche secondo, ancora.
    Il mio cognome. Chi l'aveva scritto?
    Perchè, soprattutto?
    Era stata forse...Francesca? La polizia?
    Chi?

    Ad ogni passo che muovevo, si aggiungevano nuove domande.
    Ogni cosa, sembrava non essere al suo posto.
    Ma era proprio questa mancanza di chiarezza nella vicenda che mi spingeva a proseguire. Non per curiosità intellettiva, non avevo interessi nel chiudere il caso. Ero, semplicemente, troppo coinvolto. Avrei voluto scoprire l'assassino di Angelo.
    Avrei voluto trovare Francesca...

    B.. Era evidente che fosse stato scritto di fretta, e con approssimazione; inoltre, dall'odore capii che l'inchiostro, che sembrava provenire da un pennarello, era ormai secco, segno che la scritta doveva essere sul muro da qualche giorno, ormai.
    Avrei potuto grattarlo via con le unghie.

    Già.
    Ci pensai un attimo.
    Avrei dovuto grattare via la scritta. Cosa sarebbe successo se qualcun'altro l'avesse vista?
    Cosa avrebbe pensato la polizia?
    Il respiro iniziava a farsi più concitato. Ero in preda al panico.
    E se l'avessero già vista?

    Mi avrebbero coinvolto nelle indagini, processato per qualcosa che non avevo fatto...
    Mi mossi velocemente per la casa in cerca di acqua, e qualcosa per lavare via la scritta.
    Ne rimediai una spugna, e un secchio, che mi proposi di portare con me una volta finito il lavoro, visto che sarebbero stati ricoperti di mie impronte.
    Iniziai dalla B, ovviamente. Lavarla via non fu facile, proprio perchè il colore era secco, e io non avevo che della misera acqua di fontana.
    Mi accorsi, con stupore, che ormai all'altezza della U, la terza lettera, avevo la fronte imperlata di goccioline di sudore. Ci stavo mettendo tutto l'impegno possibile per cancellare la scritta.

    Chi sapeva il mio cognome? E perchè avrebbe dovuto scriverlo sulla parete?
    Erano domande che continuavano a ronzarmi nella testa, come mosche al miele.
    Non avevo certezze, non avevo nulla. L'essermi intromesso era stata, col senno di poi, una cosa saggia, e incredibilmente sciocca allo stesso tempo.
    Ero intrappolato in un vicolo cieco, vero, ma se ne fossi rimasto fuori qualcuno avrebbe potuto leggere la scritta e...
    ...c'era qualcosa. Stavo ormai cancellando anche l'ultima lettera, la O.
    E notai che all'interno della sua circonferenza, c'era un bigliettino, attaccato con dello scotch.
    Perplesso, lo staccai, e lo presi. Aprendolo, vidi che erano scritte solo due righe.
    "Stazione centrale, ore 15. Mercoledì.
    Ho le risposte che cerchi."


    -

    "Comandi."
    "Signor Ross, l'ho fatta chiamare per affidarle un caso molto delicato.
    Come lei ben saprà, fra qualche giorno, il primo ministro farà visita alla notra città per la celebre conferenza."
    "E' sulla bocca di tutti ormai."
    "Non sta a noi però giudicare la stabilità del disegno di legge che ha intenzione di presentare. Quello che voglio che lei faccia, è proteggere il primo ministro Domino Tanner.
    Ho già predisposto una squarda, che sarà sotto il suo comando per la durata dell'opeazione."

    "...bene. Se non ha altro da riferirmi..."
    "Perfetto, può rimettersi all'opera. Buona giornata.".
    E nel dire questo, Nicholas LeRoy aveva elargito un piccolo sorriso al suo sottoposto. Il primo, forse, a distanza di tempo immemore.
    Uscendo, Francis Ross si era accorto di quanto avesse pronunciato controvoglia quelle parole. L'idea dell'intera operazione gli risultava scomoda e molesta.
    "Far da balia ad un gruppo di novellini..." lo riteneva un compito ingrato.
    Non pensava, non ancora, alla fiducia, al prestigio, alla stima che questo incarico avrebbe potuto dargli.
    Semplicemente, per ora era seccato.
    Tornato alla sua scrivania, molto vicina all'ufficio di LeRoy, rimise al loro posto le ultime scartoffie che stava compilando circa il caso Yorke, prese il soprabito, le chiavi della macchina, e si incamminò fuori dall'ufficio.
    La brezza del primo pomeriggio lo schiaffeggiò piacevolmente.
    Era, sicuramente, il primo momento della giornata in cui si sentiva vivo. Socchiuse gli occhi, e lascio che quella dolce sensazione lo pervadesse. Pensò a sua moglie, alle vacanze passate alla casa al mare, alla cociera del viaggio di nozze.
    Penso che era tanto, dopotutto, che non rivedeva il mare, e che gli sarebbe piaciuto tornarci, magari con dei figli.
    Già, dei bambini. Avrebbe sempre, e da sempre, voluto diventare padre. Ma purtroppo disapprovava con fermezza il mondo in cui viveva, e il pensiero di lasciare i suoi figli alla mercè di una patria che avrebbe potuto inghiottirli in un qualsiasi momento lo spaventava.
    Aprì lo portierà, e si sistemò sul sedile. Le mani sul volante, accese a radio e si incamminò verso casa.
    Miriam, sua moglie, era in viaggio di lavoro, e non sarbbe tornata prima dell'indomani. Francis approvò l'idea di avere la casa tutta per sè.
    Comprate alcune lattine di birra, ed un pollo, si sedette sul divano e accese il proprio televisore.
    "E anche per oggi, via la benda."
    Quella benda, quella benda nera che più volte gli aveva fatto valere il soprannome infantile di Barbanera, gli aveva in realtà salvato la vita già in un paio di occasioni.
    Per giustificarne la presenza, ai più diceva che era un ricordo di guerra.
    Cosa che sarebbe benissimo potuta essere vera, dato che lui in guerra c'era stato davvero.
    Era lì che si era formato come tiratore scelto, ed aveva iniziato la propria carriera di cecchino.
    Non c'era nulla al mondo che gli dava una soddisfazione maggiore di colpire il proprio bersaglio.
    Ai suoi allenamenti, ogni barattolo che vedeva cadere era per lui una gioia quasi...infantile.
    Ed in effetti, fare da scorta al primo ministro avrebbe significato prendere in mano un'arma, e, avrebbe sperato, sparare dopo molto tempo.

    -fine dodicesimo capitolo-
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