(__AleX22__)
Il luogo ormai comune e' che il farmacista sia un raccomandato a cui e' stata regalata una farmacia, che ha studiato il nulla necessario, che si mette dietro un bancone a consegnare le medicine leggendo le ricette del medico e batter la cassa. Dopo esce col porsche e chi si e' visto si e' visto. Lo studio universitario ovviamente e' anche quello marginale, tanto il farmacista "consegna" scatolette e basta.
No, te lo racconto io un luogo comune. Che e' vero, pero'.
Che chi ha il padre o un parente farmacista sta all'universita' fino ai 35 anni e agli esami ci va per sport, con la pretesa che il professore all'ennesimo appello andato a male si stanchi e gli dia l'agoniato 18.
Tant'e' che i professori si son rotti le balle e gli studenti di farmacia non li prendono piu' in tesi, a discapito anche di quelli che studiano e si fanno il mazzo per andare poi a lavorare "sotto padrone". Che poi non e' neanche tutto 'sto male.
Questo e' quello che ho visto negli anni; ovviamente non pretende di essere un esempio significativo di niente, figuriamoci... Ma i luoghi comuni a volte nascono dall'osservazione di fatti esasperati.
E checche' si voglia dire, un pezzo di carta come la laurea purtroppo qua da noi non garantisce assolutamente un professionista ben formato (e io a pensare che gente che non sa neanche cos'e' un adrenergico all'esame di farmacologia e pretende poi di andare dietro il bancone dove lavora il padre mi sciolgo dallo schifo). E l'esame di abilitazione all'ordine e' di una farsa allucinante, buona solo per spillare tasse e dire "ok, ora puoi lavorare in farmacia".
Ovviamente non e' mia intenzione sminuire la categoria, ma non si neghi l'esistenza di baronati ad eredita' e non ci si aggrappi alla presunta formazione professionale di gente che il piu' delle volte sta li dove sta non proprio per merito.
E questo concetto ovviamente non tocca soltanto l'ordine dei farmacisti, chiaro.