StefOmega
E no, Gargoyle, il discorso è un altro: è vero, l'università è diventata molto più accessibile, rispetto a tanti anni fa, quando potevano accedere solo i ricchi (ma questo è un altro discorso), ma quelli capaci, soprattutto in campo scientifico, appena trovano lavoro fuori dall'Italia, alzano i tacchi e se ne vanno.
Tre cose:
1) Nessuno vuole un ritorno alla selezione censitaria, ci mancherebbe altro. Però prendiamo atto che allo stato attuale l'università sforna una quantità incredibile di ignoranti con la laurea.
Alla selezione per censo non si è riusciti a sostituire la selezione per merito, ed il risultato è sotto gli occhi di tutti.
2) La "fuga dei cervelli" dipende dal fatto oggettivo che l'Italia produce merci a bassissimo valore aggiunto: detto brutalmente, non ci serve un ingegnere nucleare per produrre scarpe o per imbottigliare vino.
Questo è un problema vero e strutturale: andando avanti di questo passo il paese affonderà, perché le merci a basso valore aggiunto le potrà a breve produrre anche il Burundi.
Però è anche un problema che non c'è verso di risolvere, fatto salvo forse per una "cura" così drastica che rischierebbe di ammazzare il paziente.
3) Tutti quelli che oggi iniziano una laurea scientifica lo sanno bene: a meno di non avere doti eccezionali, chi resta in Italia rimarrà malpagato e sottoqualificato.
Per cui perlomeno non si dica che sono delle novità.
StefOmega
E intanto, in Italia nessuno degli studenti stranieri viene qui a lavorare, perché la paga è da fame, le garanzie nulle e la considerazione che lo Stato ha dei ricercatori ridicola.
Va anche detto che il funzionamento delle università è clientelare: il posto fisso all'università si ottiene generalmente non per merito, ma per anni di leccaculismo fedele al barone di turno o perché parenti del barone di turno.
StefOmega
E la colpa è del lavoro precario, di quella legge che rende più vantaggioso per i datori di lavoro assumere una pesona per un paio di mesi e rinnovargli il contratto di volta in volta, piuttosto che assumerlo a tempo pieno. Qui la copla non è dei datori di lavoro, qui la colpa è della legge, c'è poco da fare...
Ma tu assumeresti a tempo indeterminato un incompetente con laurea?
Come fai a saggiare le competenze del lavoratore se non "mettendolo alla prova" con un certo periodo di precariato?
Se ci si potesse "fidare" del titolo di studio o del voto sarebbe già un altro paio di maniche, ma così non è per le ragioni dette prima.
Il problema è quando l'azienda usa sistematicamente il lavoro precario per tappare le falle del personale ed evitare di procedere ad assunzioni.
Ma ad evitare queste cose dovrebbe pensarci il sindacato, che invece pare assolutamente preso nella difesa dei diritti di chi il posto fisso ce l'ha già.