Barbich
Consiglierei innanzitutto ai più temerari di leggere il seminale saggio di Northrop Frye "Anatomia della Critica". Non chiedetemi di riassumerlo, l'ho letto nel Mesozoico. Ma ricordo che è molto bello, polemico e, ovviamente, adeguatamente critico.
Ci vorrebbe però anche una storicizzazione della critica.
Cioè: quando, e perché, nasce la critica dell'arte e della realtà? Come attitudine, come professione, come moda, come interesse? Ora ne faccio una fintamente dionisiaca, ma in realtà apollinea, à la Joyce. Così, in fase digestiva.
La musica non nasce nei palazzi, nasce nella natura ("in principio era il Verbo", verbo inteso come vibrazione creatrice), viene immediatamente interpretata in chiave mistico/animistica dall'uomo, che ne fa potere magico, poi religioso. Ma continua a esistere come bisogno fisico, naturale, di vibrare, come complemento al respirare. Umano, prima che "popolare". Poi la Religione diventa ricca e diventa politica. Qualcuno decide cos'è alta cultura e cos'è bassa cultura. I primi critici, evidentemente pagati da chi detiene il potere. Ce ne vuole, di tempo, prima che appaia la critica NON organica al sistema. I primi critici del sistema e dei suoi valori vengono solitamente bruciati, inquisiti, demonizzati o trattati piuttosto indelicatamente. Il primo critico in effetti è il Serpente AKA lucifero portatore di luce et conoscenza.
Nemmeno il tempo di riporre i ferri da tortura di Torquemada e arriva l'Umanesimo. E di conseguenza il potere monetarizzato. Tempo di una sigaretta e arriva la borghesia. Si scompongono i poli di potere e d'opinione e ognuno vuole avercelo più lungo, il proprio apparato critico.
Fatta la stampa, occorreva fare i giornalisti, lucidi e geniali, come ironizza Battiato. Occorreva davvero? Pare di sì. Siamo già nel Novecento, Secolo della Critica - come poteva non esserlo, in quanto Secolo della grande Ideologia? Marx (era lui?) cerca di spiegarlo, che "le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso", ma non se lo caga nessuno, e lo trasformano nel Dio dell'ateismo.
La critica militante si prende estremamente sul serio nel giro di cinque minuti. Si genera il divertissement generato dalla critica stessa, un uroboro che si morde la coda. L'Università si riempie di teorici della teoria e di critici della critica. Gli artisti, come Pasolini, riescono a trasformare la critica in arte. Altri cominciano a credere davvero che sia uno strumento di libertà, e che non esista un Re del Mondo che ci tiene prigioniero il cuore. Spesso benestanti per lignaggio, che possono esercitarsi in ideali semiotici strutturalistici di matrice jakobsoniana con cui guidare il mondo, nelle loro candide intenzioni, alla dittatura del proletariato. Il proletariato curiosamente non partecipa alla débacle, con la inconfutabile scusa "Eh, non ho tempo per la critica. Sa, devo lavorare e quando torno a casa sono stanco". Un tizio inventa la tivù, e la accende per quel signore che quando torna a casa è stanco, epilando definitivamente lo spirito critico. Un altro tizio inventa Internet e promette che sarà il trionfo del libero pensiero. Invece si rivela il trionfo del tutto, ovviamente. E, siccome tra il bene e il male è più forte lo spam, è il trionfo dello spam.
Al che arrivano i Baustelle con "ll liberismo ha i giorni contati", e te la dicono meglio di come te l'ho detta io. E' impossibile resistere al mercato, amore mio.
E questa è incontrovertibilmente la storia che spiega come mai la critica, come moda militante, è finita. Purtroppo, perché teneva in allenamento il cervello meglio di Brain Training. Così ora è tutto pubblicità, che si parli bene o male di un prodotto, l'importante è che se ne parli. E ti arrabbi per le minchiate di Studio Aperto e vuoi difendere la Verità.
Mentre, comunque ne parli, hai la mano del mercato nel culo che ti agita come una marionetta.
E allora si torna al serpente. Che, dalla mela in poi, è dentro di noi, a ricordarci che la critica è innanzitutto un processo mentale individuale da esercitare costantemente. Ma che, come fenomeno, TREND in grado di interessare una pur sostanziosa nicchia, è finita. Ed è vero, come ha detto qualcuno: è finita proprio mentre i videogame cominciavano. Possiamo simularne l'esistenza, è retrocriticizing, è un'attitudine vintage che adoro, da fanboy degli anni Settanta. E infatti Bittanti, che Dio l'abbia in Gloria, è emigrato, perché ogni tempo ha il suo spazio e ogni spazio ha il suo tempo, che fa molto qohelet 3,1-8.
Ho scritto davvero tutto ciò? Qui?
B.