«Ci sono uomini che vogliono solo vedere il mondo in fiamme», spiega filsoficamente il maggiordomo Alfred al suo padrone, Bruce Wayne. Effettivamente, in The Dark Knight , il miliardario di Gotham City e alter ego di Batman, si trova di fronte più che a un nemico facilmente identificabile a un clamoroso collasso della ragione, un satanico carnevale di sangue, sparatorie tranelli e specchi, incarnato dal più anarchico, sadico e amorale dei criminali immaginabili. Non c'è nulla dello humor, della perfida giocosità e del camp di Jack Nicholson in questa versione di The Joker reinventata per il taglio ambizioso e psicologicheggiante dei Batman di Christopher Nolan. La bocca che è uno sfregio coperto di rossetto, gli occhi cerchiati di tenebra, il capello unto, il bianco make up da clown che si sgretola in rughe pastose e grigiastre, The Joker secondo Heath Ledger è un buco nero, il vuoto totale della coscienza - e una pulsione di violenza fisica che lascia senza fiato. Anche se Ledger non fosse mancato poco dopo la fine delle riprese del film (che però non è il suo ultimo, come molti stanno scrivendo, perché apparirà anche nel prossimo Terry Gilliam, The Imaginarium of Doctor Parnassus ), questo gesto di puro Id (che Nolan non sembra particolarmente interessato a «dirigere») sarebbe rimasta un'interpretazione memorabile, e sicuramente quella più «scoperta», indifesa, che avrebbe mai potuto dare. «The Joker è un pagliaccio schizofrenico, pluriomicida, completamente privo di empatia. Non ci sono limiti a quello che può fare», mi aveva addetto Ledger l'estate scorsa sul set di The Dark Knight. Per quella ragione, si trattava del personaggio «più divertente» che avesse mai interpretato (ci aveva messo un mese a crearlo, chiuso nella stanza di un albergo di Londra, a provare voci ed espressioni e a compilarne un diario), ma anche quello che lo aveva «segnato di più». Quel personaggio è anche l'ancora intorno a cui ruota il fortissimo senso di vertigine e caos che attraversa tutto The Dark Knight . Non a caso, nelle sua somma di crisi morali, crisi di indentità, crisi drammatiche e tranelli di sceneggiatura (che il regista inglese cofirma con il fratello Jonathan), tra tutti i film di Nolan quello che questo ricorda di più è Memento . Non importa il budget da grande studio hollywoodiano e gli ammicchi alle magnifiche iperboli dinamiche di Michael Mann o William Friedkin (specialmente la rapina d'apertura e un paio di inseguimenti automobilistici). Girato per le strade di Chicago (che sta per per New York) e Hong Kong, The Dark Knight fa un lavoro sulla città molto bello: vista dall'elicottero (le vie come buissimi canyon tra i grattacieli in cui Batman si butta a capofitto), oppure attraverso vaste pareti di vetro, in un sovrapporsi di marmi, pietre, metalli e superfici trasparenti. È una città in cui esiste un ordine dall' equilibrio precario (e, vedremo, dalla moralità discutibile) grazie alla vigile presenza di Batman. Ma è un ordine che inizia a sgretolarsi all'inizio del film quando si scopre che le prodezze dell'uomo pipistrello stanno non solo invogliando i criminali a raffinare le loro arti ma anche ispirando una galleria di vigilantes fatti in casa. Il discorso sulla giustizia (cos'è, chi la deve controllare, dove deve fermarsi, a che costo..) è il tema su cui Nolan sceglie di lavorare di più. I riferimenti - spesso un po' politicamente confusi o contraddittori vanno da un archetipo come Dirty Harry ad accenni piuttosto espliciti alle «misure straordinarie» (vedi sorveglianza telefonica e alleanze poco salubri) adottate in nome della guerra contro il terrorismo dall'amministrazione Bush. Per esplorare il teorema che lo interessa, Nolan mette in scena, oltre a the Joker e al «cavaliere oscuro» (che dà il titolo al film) anche un «cavaliere bianco», nella persona del procuratore distrettuale Harvey Dent (Aaron Eckhart), un Elliot Ness dei nostri giorni deciso a fare piazza pulita della corruzione che lo circonda. Biondo e all american, contro il fascino più elitario di Bruce Wayne (Christian Bale), Dent è subito identificato come un possibile successore dell'amletico Batman, qui pieno di dubbi rispetto al suo operato supereroico. Gli ha persino portato via la fidanzata Rachel Dawes (Maggie Gyllenhaal in sostituzione di Katie Holmes). Ironicamente, dopo esser finite tra le grinfie di The Joker e rimasto vittima di un esplosione, il cavaliere bianco Dent rivela il suo cuore di tenebra, trasformandosi in un altro freak della saga batmaniana, Two Face. The Dark Knight è probabilmente il più «nero» dei Batman realizzati fino ad oggi. La sua non è la cupezza struggente e malinconica che rendeva bellissimi i due film di Tim Burton. Non gli interessa nemmeno la perversa indissolubilità del rapporto tra Batman e The Joker. Bensì l'idea di una cattiveria umana radicale, sadica, che il suo film restituisce anche fisicamente.