Wawwowo
Ritengo molto piu dannoso un eccessivo garantismo verso chi ha manifestamente infranto la legge, ma nonostante ciò viene giustificato in base a criteri ben poco chiari, che sia il potente corrotto tollerato perchè "furbo" oppure il ladro d'appartamento da comprendere perchè "in fondo non voleva far del male"
Il dovere della persona ragionevole è rispettare la legge e denunciare chi non la rispetta; e nel caso l'atto illecito avvenga di fronte a tale ragionevole e non ci siano forze dell'ordine nelle vicinanze è moralmente giusto, avendone la possibilità, bloccarlo. Soprattutto quando vengono minacciate cose sacre e inviolabili come la propria incolumità, quella dei propri cari e la proprietà privata.
Quoto n1.
La ragionevolezza, almeno quella "pragmatica", affianca (dovrebbe affiancare) la legge. Non è ragionevole essere razzisti,lo è invece (o può esserlo) essere severi. Inasprire le pene contro i furbi, di qualsiasi nazionalità o ceto sociale, potrebbe essere un comportamento civile. Cercare un capro espiatorio non lo è mai, anche se spesso fa comodo. Così, al limite, può essere giustificabile anche l'autodifesa o al difesa di ciò a cui teniamo, anche esagerando, ma non si può legalizzare un attacco preventivo in-discriminato (scusate il gioco di parole).
Simon Le Bon
Di certo rimango perplesso davanti a prese di posizione del genere, a quanto pare Calderoli ha fatto proseliti, però mi viene da fare una riflessione, perchè si parla a ragione degli immigrati che stuprano, uccidono e rapinano e nessuno dice niente degli immigrati che hanno sacrificato le loro vite per salvare italiani che nemmeno conoscevano?
Diversi giorni fà un rumeno a Roma ha salvato una signora da alcuni malviventi marocchini, e che dire dell'albanese che la scorsa estate annegò per salvare una bambina italiana?
Ahime nessuno ha dedicato un thread a queste azione eroica ne ad altre, ma quando c'è da spalare merda tutti pronti
Quoto n2.
A scuola hai sentito parlarsi più spesso bene o male dei tuoi compagni reciprocamente? Per quanto ricordo io, se eri un "diverso" eri emarginato, se invece rientravi nella normalità eri "accettato". Ma, bada bene che accettato non significa stimato, elogiato, semmai più "preso per dato di fatto", "percepito". La natura umana, almeno secondo la mia infinitesima esperienza, tende a non riconoscere i meriti altrui, ne mentre individua all'istante i difetti. Il bullismo nelle scuole e il razzismo degli adulti in fondo non sono che forme diverse di una matrice comune che ha origine nel rifiuto delle differenze dell'Altro.
Non stupisce, purtroppo, se i mass media, nel tentativo costante di superare la concorrenza, cerchino di far leva sulle pulsioni dell'animo umano, tra cui sicuramente questa è una delle più forti (e anche delle più facilmente stimolabili).
Guo Jia
La prima cosa da rilevare è che il razzismo italiano non è nato negli ultimi anni. E' un mito da sfatare quello secondo cui gli italiani sono buoni, paciocconi e tolleranti. Qualche libico, memore dei nostri campi di sterminio, delle deportazioni e dei pozzi avvelenati, potrebbe risentirsi.
Secondo, la situazione dell'opinione pubblica italiana è il risultato di una serie di concause, inestricabilmente legate. La scarsa educazione civica, il ribaltamento di valori positivi e negativi, la situazione scolastica disastrosa e la politica della scorciatoia, il fatalismo: la progressiva disgregazione - o la cattiva implementazione, nel caso italiano, dal 1861 ad oggi - delle premesse del funzionamento ottimale di una società ha avuto come logica conseguenza una trasformazione non da poco nella vita sociale. Credo che il fenomeno più rilevante sia proprio il cambiamento della scala dei valori: "ragionevolezza" e "impegno" sono scesi al duecentosessantesimo posto, più o meno al livello di "ostentazione dei propri problemi intestinali", e sono stati sostituiti con "machismo umorale" e "headshot".
La distribuzione del potere è cambiata in favore dei nuovi adulti, usciti da non so dove, non si sa quando: uomini orgogliosi del proprio semianalfabetismo, possibilmente frustrati. Il loro interesse è fare apologia dei propri difetti e scendere la china dell'autoindulgenza, scaricando problemi e responsabilità a terzi. Il massimo del risultato con il minimo sforzo. Dunque, se c'è un problema lo si rimuove, si trova un capro espiatorio e vi si incanala tutta la rabbia repressa, ne più ne meno di quanto farebbe un gorilla qualsiasi. E le nuove generazioni si adeguano ai loro maestri. Il risultato è un sistema sociale autopoietico di oligofrenocrazia - dominio di chi ha poco cervello, o di chi se lo procura per non esserne assediato.
E i partiti hanno colto la palla al balzo. A che serve l'onestà intellettuale e l'analisi critica dei problemi quando si può ottenere lo stesso risultato elettorale in modo molto più semplice, sbrodolando frasi cazzute che non stonerebbero su una carta di Magic (Islam uguale a Phyrexia?) o tra le pagine del Codex dei Marines dello spazio?
In un momento storico in cui l'ignoranza è valore positivo e la conoscenza un passatempo per muffe, in cui la memoria storica è azzerata e il problem solving si riduce al frag in barba ai diritti umani ed ai principi della tolleranza e della ragione, aspettarsi certe opinioni è il minimo. Negli anni sessanta, dato il contesto storico, certe sparate erano concepibili (ma non meno ridicole: chi ha visto il terrificante
I Berretti Verdi di John Wayne capirà che cosa intendo). Oggi, invece, constatare una tale distanza tra l'opinione pubblica e i grandi risultati raggiunti dalle scienze umane negli ultimi decenni lascia completamente spiazzati.
L'unica cosa in cui si può sperare è un cambiamento nella distribuzione dei valori. Fin tanto che la ragionevolezza sarà percepita come un vizio da intellettualoidi frustrati, e non come un dovere civico, la situazione non potrà che peggiorare.
Credo che questo sia sacrosanto... in situazioni di emergenza non è proponibile utilizzare lo stesso approccio. Credo che disquisire con un disperato armato di coltello sia decisamente poco ragionevole

Guo Jia
La vita sociale è un immenso gioco di ruolo, un palcoscenico che, però, è capace di prendersi incredibilmente sul serio. Più che di ipocrisia parlerei di sistema di regole, necessario affinché il gioco stesso abbia senso. Saremmo ipocriti solo se non fossimo consci del valore strumentale delle regole che ci imponiamo in un regime sociale normale; se credessimo, insomma, che l'etica del lavoro abbia per forza delle radici trascendentali, da bene assoluto. Ma questo è un discorso complicato, meglio evitare. Meglio limitarsi a rilevare che qualche regola è necessaria affinché la società, gioco per antonomasia, non si incarti. L'aveva capito Hobbes (il capitolo centrale del Leviatano parla, non a caso, proprio di questo, della Persona), e l'ha capito chi, nel Novecento, ha avuto occasione di riflettere sulla natura della convivenza sociale, come Lowith (allievo di Heidegger che ritengo particolarmente interessante, anzi, se vi capita di avere per mano L'individuo nel ruolo del Co-uomo vi consiglio caldamente di leggerlo).
Il punto è che se, di punto in bianco, le regole necessarie scompaiono e comincia ad andare di moda l'apologia del barare - perché è di questo che stiamo parlando, in fin dei conti - il gioco stesso perde ragione di esistere, collassa. E l'uomo con esso, verosimilmente.
Quotone n3.
Complimenti. Ho apprezzato moltissimo entrambe le analisi, scritte peraltro in una forma splendida e con riferimenti a campi d'interesse eterogenei ma ben amalgamati (il che, a mio avviso, è sempre un segnale positivo). Concordo in particolare con il passaggio sulle regole del gioco. Quanto spesso ho ( e mi sono) sentito dire "nella vita bisogna esser furbi", "svegliarsi" etc...con il chiaro intento di giustificare "piccole" azioni disoneste, tralasciandone completamente l'aspetto morale. Molte persone non si rendono conto che è proprio l'uso dei trucchi a farli sembrare necessari. In una società dove, per esempio, si vada avanti a raccomandazioni (un paese a caso:l'Italia), una persona, nel pieno delle sue possibilità ("forte, fresca, giovane" nel senso più ampio) che cerca di lavorare onestamente rimarrà indietro. Quando poi quella persona, spinta invece da necessità, dovrà trovare un sostentamento, ecco che forse sarà costretta a cedere, suo malgrado, al meccanismo delle raccomandazioni.
Se invece anche solo un piccolo gruppo di persone rendesse l'accesso al lavoro più semplice, forse (e ahimè sottolineo forse) i nuovi disoccupati non ricorrerebbero in massa subito al sotterfugio, ma almeno proverebbero ad entrare onestamente nel mondo del lavoro.
Ho fatto l'esempio del lavoro ma questa regola è applicabile a tutti "trucchi" applicati nel "gioco", una regola alla fine non è altro che un modo di giocare adottato da tutti, se tutti barano il trucco diventa regola, se tutti invece la rispettano la regola si mantiene come tale (potevo dirlo così a ben pensarci

).