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#1
25-09-09 06:30
Per vedere la parte precedente di questo thread clicca qui: http://forum.gamesvillage.it/showthread.php?t=764093
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The Biej 32 ![]()
#1
25-09-09 06:30
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pietrone bonzo pancione ![]()
#3
25-09-09 12:28
Spoiler:GIANCARLO DOTTO
ALLA FACCIA DEL BECCHINO
Quando l’amico Riccardo (Luna) m’informa che
il giornale torna in edicola, esulto. Non sarà la
prova dell’esistenza di Dio, ma poco ci manca.
Blasfemo? No, romanista. Nel momento in cui
la Roma affonda, parola di Rosella, è indispensabile
che almeno il Romanista viva.
Quando poi l’amico Riccardo mi chiede di dargli
una mano, esulto due volte. Insieme alle fondamentali
anime del giornale, il direttore Stefano
Pacifici e Vittorio Mogetta, genio della grafica, ai redattori
e ai collaboratori, agli amici di lungo corso Stefano
Petrucci e Fulvio Stinchelli, a tutti gli altri che si sono ag-
giunti e si aggiungono nel tempo, pensiamo a come rimettere
le ali a una squadra di templari dell’ordine giallorosso,
nobile e spavalda. Che condivida il piacere assoluto
di “giocare” in piazza la sua passione, incrociandola con
quella di chi ci legge. Perché rinascere è mille volte più impegnativo
che nascere. Se rinasci, e non è la solita metafora
che bella ti veste, ma rinasci davvero, dopo essere stato
almeno una volta morto, evaso dal tuo sudario, dopo avere
conosciuto il tanfo della morte e l’allegria neanche troppo
simulata dei becchini, beh allora sono cazzi e razzi, miracoli
di cui parlare da qui al dodicimila.
Se rinasci, e non è la solita metafora che bella ti veste,
ma rinasci davvero, dopo essere stato almeno una volta
morto, evaso dal tuo sudario, dopo avere conosciuto
il tanfo della morte e l’allegria neanche troppo simulata
dei becchini, beh allora sono cazzi e razzi, miracoli di
cui parlare da qui al dodicimila.
A una condizione, dico e mi dico: rinascere nello
stesso corpo e nella stessa carta. Ripartire più forti da
dove il giornale aveva lasciato. Dall’epica del romanista.
Siamo tutti figli di un’epica maggiore o minore. Che sia
Woodstock o il generale Custer, Bob Dylan o Madre Teresa,
Jimi Hendrix o Giacomino Losi e nelle sue fantasiose
reincarnazioni, via via il passo felpato di Santarini,
la cupezza guerriera di Agostino, le sintesi lucenti di
Peppe e quelle folgoranti di Francesco, fino al Daniele
De Rossi di oggi, summa di tutte le anime e di tutta la
storia dell’incendio giallorosso, dal 1927 a oggi. Epica
da stadio, quando divino era il Dante della Sud..
Da allora, domenica 1 marzo, ne sono accadute di
cose e di traumi. La più traumatica: non c’è più Luciano
Spalletti. L’uomo si riconosce da come esce di scena,
scena in quanto vita ma anche in quanto Trigoria. Da
come abbandona le cose che lo abbandonano. L’addio
di Spalletti è stato di assoluta e persino straziante dignità.
L’uomo, che in questi quattro anni aveva spesso
mostrato i muscoli, sopra e sotto le righe di un carattere
per niente facile, ha mostrato nell’occasione il più importante
e il più nascosto dei muscoli, quello cardiaco.
Ne sono accadute di cose. E’ arrivato Claudio Ranieri,
con la sua bella faccia cesarea e l’alone testaccino. Un
Mazzone più forbito, che mette in croce le braccia invece
che rotearle come mazze ferrate, meno sulfureo ma
solo all’apparenza. Che dentro, l’abbiamo capito, la torcia
è viva, la miccia accesa. L’impresa durissima di arrivare
proprio nel momento in cui i tifosi e i giocatori scoprivano
quanto in realtà fossero legati al loro Luciano,
dentro uno spogliatoio sfiduciato e ora anche depresso.
Tra proclami tranchant (“Scordatevi il bel gioco”) e gaffe
spassose (“La Roma? Un incidente improvviso”), il debutto
in conferenza stampa non fu un granché. Da allora,
sul campo, ha lavorato bene. Martellando e rassicurando.
Ha ridato a una squadra la voglia di tornare ad
essere gruppo, di esultare per le vittorie e di mortificarsi
per le sconfitte. Molte cose vanno ancora aggiustate,
ma nel fango di Palermo i gladiatori c’erano, eccome.
Burdisso, l’ultimo arrivato, uno di questi.
Al di là dei risultati, il malessere dei tifosi si ascolta,
si legge, si tocca, si respira. Nelle radio, nei blog, nei bar.
Non ne ricordo uno così acuto e strisciante. E’ un dolore
subdolo. C’è chi lo esprime con l’invettiva, chi lo implode
nello scoramento ai confini del languore. Il Romanista
che rinasce vuole interpretarlo, questo malessere,
dargli voce e profondità. Raccontare i problemi
con le parole giuste è già un modo per contribuire a risolverli.
Tempi cupi. Si è dimesso Spalletti. Il rischio è che
ora si dimettano i tifosi. In parte, già accade. Nelle cifre
degli abbonati, nelle presenze allo stadio, nella diffusa
caduta degli umori. Il tifoso romanista, incredibile, sta
scoprendo che persino la sua pazienza ha un limite. Si
risponde alla Woody Allen. “Che sogni hai nel cassetto?
Solo mutande e calzini”. O alla Paul Valery. “Il mio domani?
Oggi non vedo niente che implichi un domani”.
Ha bruciato le sue migliori energie a fantasticare una
Roma e dunque un mondo migliori. Dall’autofinanziamento
al lauto finanziamento. Sedute spiritiche di
massa. Soros, Padre, perché ci hai abbandonato? Angelini,
please, batti un colpo. Non dissolverti anche tu.
Guarda caso, due volti antichi, da patriarchi.
Conclamata o silenziosa, quella contro Rosella Sensi,
non è solo la rivolta contro la peggiore presidenza di
82 anni di storia, nella sua rara capacità di combinare
inesperienza, difetto di risorse, deficit comunicativo,
unito alle modalità sprezzanti del carattere. Che emergono
a ogni istante, tra le pieghe dei disastrosi copioni
che le forniscono i suoi due convitati di pietra. Il vero
disagio dei tifosi è nel percepire la sua drammatica inadeguatezza
a interpretare cosa voglia dire essere il leader
di un fenomeno parareligioso come la Roma. Che il
padre invece, per non parlare di Dino Viola, incarnavano
con istinto naturale.
Pessima quando tace, catastrofica quando parla. Affidare
la comunicazione di una malattia tutta sangue e
arena come è la Roma prima a veline e poi a dichiarazioni
stile Pravda, dove la sintesi vorrebbe trasmettere
energia e invece trasmette solo povertà, significa essere
spaventosamente lontani dal cuore del problema.
Dal cuore e basta. Organizzare conferenze stampa iperprotette
in cui distribuisci moine e vezzeggiativi a destra,
stizzosi colpi di coda a manca, vedi giornalista dissenziente,
significa confessare platealmente una “doppiezza”
fin troppo facile da decifrare. Le sue ultime infelicissime
uscite. Su Spalletti (“Mì ha sorpreso che ha
abbandonato la nave”), sui tifosi (“Loro contestano
sempre”). Dottoressa Sensi, il problema oggi non è chi
abbandona la nave, ma chi si ostina a restarci sopra. In
quanto ai tifosi, degradarli, questo è il significato, a un
gregge dai comportamenti seriali per non dire pavloviani,
non è roba da presidenti della Roma. E comunque,
quanto a questa presidenza, vi rimandiamo alla pagina
interna dei “100 colpi di Rosella” (caritatevole approssimazione
per difetto). Tanto per tenere sveglia la
memoria.
Il Romanista che rinasce, a dispetto di ogni pronostico,
vuole essere anche il giornale di Rosella Sensi.
Che rifletta, se vuole, se può, sul patrimonio di entusiasmo
e dunque di risorse che sta bruciando. Il nuovo stadio
non basta. Vecchio o nuovo, uno stadio non si riempie
di numeri, culi e tessere, ma di fegati, milze, polmoni,
teste e cuori. Per il resto, noi tifosi la treccia, si fa per
dire, l’abbiamo già calata da tempo alla finestra della soffitta
in cui ci tengono reclusi. Qualcuno si faccia sotto.
Abbiamo tanto da dare.
GIANCARLO DOTTO
SBAM!!!
romanista in edicola e primo editoriale di giancarlo dotto,ce va leggero.
quanto m'è mancato sto giornale,l'unico a dì le cose come stanno veramente...
![]()
pietrone bonzo pancione ![]()
#8
25-09-09 13:50
xke semplicemente non sa dove metterlo per me..
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pietrone bonzo pancione ![]()
#10
25-09-09 13:55
Infectus #11
25-09-09 14:17
Spoiler:GIANCARLO DOTTO
ALLA FACCIA DEL BECCHINO
Quando l’amico Riccardo (Luna) m’informa che
il giornale torna in edicola, esulto. Non sarà la
prova dell’esistenza di Dio, ma poco ci manca.
Blasfemo? No, romanista. Nel momento in cui
la Roma affonda, parola di Rosella, è indispensabile
che almeno il Romanista viva.
Quando poi l’amico Riccardo mi chiede di dargli
una mano, esulto due volte. Insieme alle fondamentali
anime del giornale, il direttore Stefano
Pacifici e Vittorio Mogetta, genio della grafica, ai redattori
e ai collaboratori, agli amici di lungo corso Stefano
Petrucci e Fulvio Stinchelli, a tutti gli altri che si sono ag-
giunti e si aggiungono nel tempo, pensiamo a come rimettere
le ali a una squadra di templari dell’ordine giallorosso,
nobile e spavalda. Che condivida il piacere assoluto
di “giocare” in piazza la sua passione, incrociandola con
quella di chi ci legge. Perché rinascere è mille volte più impegnativo
che nascere. Se rinasci, e non è la solita metafora
che bella ti veste, ma rinasci davvero, dopo essere stato
almeno una volta morto, evaso dal tuo sudario, dopo avere
conosciuto il tanfo della morte e l’allegria neanche troppo
simulata dei becchini, beh allora sono cazzi e razzi, miracoli
di cui parlare da qui al dodicimila.
Se rinasci, e non è la solita metafora che bella ti veste,
ma rinasci davvero, dopo essere stato almeno una volta
morto, evaso dal tuo sudario, dopo avere conosciuto
il tanfo della morte e l’allegria neanche troppo simulata
dei becchini, beh allora sono cazzi e razzi, miracoli di
cui parlare da qui al dodicimila.
A una condizione, dico e mi dico: rinascere nello
stesso corpo e nella stessa carta. Ripartire più forti da
dove il giornale aveva lasciato. Dall’epica del romanista.
Siamo tutti figli di un’epica maggiore o minore. Che sia
Woodstock o il generale Custer, Bob Dylan o Madre Teresa,
Jimi Hendrix o Giacomino Losi e nelle sue fantasiose
reincarnazioni, via via il passo felpato di Santarini,
la cupezza guerriera di Agostino, le sintesi lucenti di
Peppe e quelle folgoranti di Francesco, fino al Daniele
De Rossi di oggi, summa di tutte le anime e di tutta la
storia dell’incendio giallorosso, dal 1927 a oggi. Epica
da stadio, quando divino era il Dante della Sud..
Da allora, domenica 1 marzo, ne sono accadute di
cose e di traumi. La più traumatica: non c’è più Luciano
Spalletti. L’uomo si riconosce da come esce di scena,
scena in quanto vita ma anche in quanto Trigoria. Da
come abbandona le cose che lo abbandonano. L’addio
di Spalletti è stato di assoluta e persino straziante dignità.
L’uomo, che in questi quattro anni aveva spesso
mostrato i muscoli, sopra e sotto le righe di un carattere
per niente facile, ha mostrato nell’occasione il più importante
e il più nascosto dei muscoli, quello cardiaco.
Ne sono accadute di cose. E’ arrivato Claudio Ranieri,
con la sua bella faccia cesarea e l’alone testaccino. Un
Mazzone più forbito, che mette in croce le braccia invece
che rotearle come mazze ferrate, meno sulfureo ma
solo all’apparenza. Che dentro, l’abbiamo capito, la torcia
è viva, la miccia accesa. L’impresa durissima di arrivare
proprio nel momento in cui i tifosi e i giocatori scoprivano
quanto in realtà fossero legati al loro Luciano,
dentro uno spogliatoio sfiduciato e ora anche depresso.
Tra proclami tranchant (“Scordatevi il bel gioco”) e gaffe
spassose (“La Roma? Un incidente improvviso”), il debutto
in conferenza stampa non fu un granché. Da allora,
sul campo, ha lavorato bene. Martellando e rassicurando.
Ha ridato a una squadra la voglia di tornare ad
essere gruppo, di esultare per le vittorie e di mortificarsi
per le sconfitte. Molte cose vanno ancora aggiustate,
ma nel fango di Palermo i gladiatori c’erano, eccome.
Burdisso, l’ultimo arrivato, uno di questi.
Al di là dei risultati, il malessere dei tifosi si ascolta,
si legge, si tocca, si respira. Nelle radio, nei blog, nei bar.
Non ne ricordo uno così acuto e strisciante. E’ un dolore
subdolo. C’è chi lo esprime con l’invettiva, chi lo implode
nello scoramento ai confini del languore. Il Romanista
che rinasce vuole interpretarlo, questo malessere,
dargli voce e profondità. Raccontare i problemi
con le parole giuste è già un modo per contribuire a risolverli.
Tempi cupi. Si è dimesso Spalletti. Il rischio è che
ora si dimettano i tifosi. In parte, già accade. Nelle cifre
degli abbonati, nelle presenze allo stadio, nella diffusa
caduta degli umori. Il tifoso romanista, incredibile, sta
scoprendo che persino la sua pazienza ha un limite. Si
risponde alla Woody Allen. “Che sogni hai nel cassetto?
Solo mutande e calzini”. O alla Paul Valery. “Il mio domani?
Oggi non vedo niente che implichi un domani”.
Ha bruciato le sue migliori energie a fantasticare una
Roma e dunque un mondo migliori. Dall’autofinanziamento
al lauto finanziamento. Sedute spiritiche di
massa. Soros, Padre, perché ci hai abbandonato? Angelini,
please, batti un colpo. Non dissolverti anche tu.
Guarda caso, due volti antichi, da patriarchi.
Conclamata o silenziosa, quella contro Rosella Sensi,
non è solo la rivolta contro la peggiore presidenza di
82 anni di storia, nella sua rara capacità di combinare
inesperienza, difetto di risorse, deficit comunicativo,
unito alle modalità sprezzanti del carattere. Che emergono
a ogni istante, tra le pieghe dei disastrosi copioni
che le forniscono i suoi due convitati di pietra. Il vero
disagio dei tifosi è nel percepire la sua drammatica inadeguatezza
a interpretare cosa voglia dire essere il leader
di un fenomeno parareligioso come la Roma. Che il
padre invece, per non parlare di Dino Viola, incarnavano
con istinto naturale.
Pessima quando tace, catastrofica quando parla. Affidare
la comunicazione di una malattia tutta sangue e
arena come è la Roma prima a veline e poi a dichiarazioni
stile Pravda, dove la sintesi vorrebbe trasmettere
energia e invece trasmette solo povertà, significa essere
spaventosamente lontani dal cuore del problema.
Dal cuore e basta. Organizzare conferenze stampa iperprotette
in cui distribuisci moine e vezzeggiativi a destra,
stizzosi colpi di coda a manca, vedi giornalista dissenziente,
significa confessare platealmente una “doppiezza”
fin troppo facile da decifrare. Le sue ultime infelicissime
uscite. Su Spalletti (“Mì ha sorpreso che ha
abbandonato la nave”), sui tifosi (“Loro contestano
sempre”). Dottoressa Sensi, il problema oggi non è chi
abbandona la nave, ma chi si ostina a restarci sopra. In
quanto ai tifosi, degradarli, questo è il significato, a un
gregge dai comportamenti seriali per non dire pavloviani,
non è roba da presidenti della Roma. E comunque,
quanto a questa presidenza, vi rimandiamo alla pagina
interna dei “100 colpi di Rosella” (caritatevole approssimazione
per difetto). Tanto per tenere sveglia la
memoria.
Il Romanista che rinasce, a dispetto di ogni pronostico,
vuole essere anche il giornale di Rosella Sensi.
Che rifletta, se vuole, se può, sul patrimonio di entusiasmo
e dunque di risorse che sta bruciando. Il nuovo stadio
non basta. Vecchio o nuovo, uno stadio non si riempie
di numeri, culi e tessere, ma di fegati, milze, polmoni,
teste e cuori. Per il resto, noi tifosi la treccia, si fa per
dire, l’abbiamo già calata da tempo alla finestra della soffitta
in cui ci tengono reclusi. Qualcuno si faccia sotto.
Abbiamo tanto da dare.
GIANCARLO DOTTO
SBAM!!!
romanista in edicola e primo editoriale di giancarlo dotto,ce va leggero.
quanto m'è mancato sto giornale,l'unico a dì le cose come stanno veramente...non c'è altro da dire
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gibo80 #12
25-09-09 14:24
Gran giornale.Spoiler:GIANCARLO DOTTO
ALLA FACCIA DEL BECCHINO
Quando l’amico Riccardo (Luna) m’informa che
il giornale torna in edicola, esulto. Non sarà la
prova dell’esistenza di Dio, ma poco ci manca.
Blasfemo? No, romanista. Nel momento in cui
la Roma affonda, parola di Rosella, è indispensabile
che almeno il Romanista viva.
Quando poi l’amico Riccardo mi chiede di dargli
una mano, esulto due volte. Insieme alle fondamentali
anime del giornale, il direttore Stefano
Pacifici e Vittorio Mogetta, genio della grafica, ai redattori
e ai collaboratori, agli amici di lungo corso Stefano
Petrucci e Fulvio Stinchelli, a tutti gli altri che si sono ag-
giunti e si aggiungono nel tempo, pensiamo a come rimettere
le ali a una squadra di templari dell’ordine giallorosso,
nobile e spavalda. Che condivida il piacere assoluto
di “giocare” in piazza la sua passione, incrociandola con
quella di chi ci legge. Perché rinascere è mille volte più impegnativo
che nascere. Se rinasci, e non è la solita metafora
che bella ti veste, ma rinasci davvero, dopo essere stato
almeno una volta morto, evaso dal tuo sudario, dopo avere
conosciuto il tanfo della morte e l’allegria neanche troppo
simulata dei becchini, beh allora sono cazzi e razzi, miracoli
di cui parlare da qui al dodicimila.
Se rinasci, e non è la solita metafora che bella ti veste,
ma rinasci davvero, dopo essere stato almeno una volta
morto, evaso dal tuo sudario, dopo avere conosciuto
il tanfo della morte e l’allegria neanche troppo simulata
dei becchini, beh allora sono cazzi e razzi, miracoli di
cui parlare da qui al dodicimila.
A una condizione, dico e mi dico: rinascere nello
stesso corpo e nella stessa carta. Ripartire più forti da
dove il giornale aveva lasciato. Dall’epica del romanista.
Siamo tutti figli di un’epica maggiore o minore. Che sia
Woodstock o il generale Custer, Bob Dylan o Madre Teresa,
Jimi Hendrix o Giacomino Losi e nelle sue fantasiose
reincarnazioni, via via il passo felpato di Santarini,
la cupezza guerriera di Agostino, le sintesi lucenti di
Peppe e quelle folgoranti di Francesco, fino al Daniele
De Rossi di oggi, summa di tutte le anime e di tutta la
storia dell’incendio giallorosso, dal 1927 a oggi. Epica
da stadio, quando divino era il Dante della Sud..
Da allora, domenica 1 marzo, ne sono accadute di
cose e di traumi. La più traumatica: non c’è più Luciano
Spalletti. L’uomo si riconosce da come esce di scena,
scena in quanto vita ma anche in quanto Trigoria. Da
come abbandona le cose che lo abbandonano. L’addio
di Spalletti è stato di assoluta e persino straziante dignità.
L’uomo, che in questi quattro anni aveva spesso
mostrato i muscoli, sopra e sotto le righe di un carattere
per niente facile, ha mostrato nell’occasione il più importante
e il più nascosto dei muscoli, quello cardiaco.
Ne sono accadute di cose. E’ arrivato Claudio Ranieri,
con la sua bella faccia cesarea e l’alone testaccino. Un
Mazzone più forbito, che mette in croce le braccia invece
che rotearle come mazze ferrate, meno sulfureo ma
solo all’apparenza. Che dentro, l’abbiamo capito, la torcia
è viva, la miccia accesa. L’impresa durissima di arrivare
proprio nel momento in cui i tifosi e i giocatori scoprivano
quanto in realtà fossero legati al loro Luciano,
dentro uno spogliatoio sfiduciato e ora anche depresso.
Tra proclami tranchant (“Scordatevi il bel gioco”) e gaffe
spassose (“La Roma? Un incidente improvviso”), il debutto
in conferenza stampa non fu un granché. Da allora,
sul campo, ha lavorato bene. Martellando e rassicurando.
Ha ridato a una squadra la voglia di tornare ad
essere gruppo, di esultare per le vittorie e di mortificarsi
per le sconfitte. Molte cose vanno ancora aggiustate,
ma nel fango di Palermo i gladiatori c’erano, eccome.
Burdisso, l’ultimo arrivato, uno di questi.
Al di là dei risultati, il malessere dei tifosi si ascolta,
si legge, si tocca, si respira. Nelle radio, nei blog, nei bar.
Non ne ricordo uno così acuto e strisciante. E’ un dolore
subdolo. C’è chi lo esprime con l’invettiva, chi lo implode
nello scoramento ai confini del languore. Il Romanista
che rinasce vuole interpretarlo, questo malessere,
dargli voce e profondità. Raccontare i problemi
con le parole giuste è già un modo per contribuire a risolverli.
Tempi cupi. Si è dimesso Spalletti. Il rischio è che
ora si dimettano i tifosi. In parte, già accade. Nelle cifre
degli abbonati, nelle presenze allo stadio, nella diffusa
caduta degli umori. Il tifoso romanista, incredibile, sta
scoprendo che persino la sua pazienza ha un limite. Si
risponde alla Woody Allen. “Che sogni hai nel cassetto?
Solo mutande e calzini”. O alla Paul Valery. “Il mio domani?
Oggi non vedo niente che implichi un domani”.
Ha bruciato le sue migliori energie a fantasticare una
Roma e dunque un mondo migliori. Dall’autofinanziamento
al lauto finanziamento. Sedute spiritiche di
massa. Soros, Padre, perché ci hai abbandonato? Angelini,
please, batti un colpo. Non dissolverti anche tu.
Guarda caso, due volti antichi, da patriarchi.
Conclamata o silenziosa, quella contro Rosella Sensi,
non è solo la rivolta contro la peggiore presidenza di
82 anni di storia, nella sua rara capacità di combinare
inesperienza, difetto di risorse, deficit comunicativo,
unito alle modalità sprezzanti del carattere. Che emergono
a ogni istante, tra le pieghe dei disastrosi copioni
che le forniscono i suoi due convitati di pietra. Il vero
disagio dei tifosi è nel percepire la sua drammatica inadeguatezza
a interpretare cosa voglia dire essere il leader
di un fenomeno parareligioso come la Roma. Che il
padre invece, per non parlare di Dino Viola, incarnavano
con istinto naturale.
Pessima quando tace, catastrofica quando parla. Affidare
la comunicazione di una malattia tutta sangue e
arena come è la Roma prima a veline e poi a dichiarazioni
stile Pravda, dove la sintesi vorrebbe trasmettere
energia e invece trasmette solo povertà, significa essere
spaventosamente lontani dal cuore del problema.
Dal cuore e basta. Organizzare conferenze stampa iperprotette
in cui distribuisci moine e vezzeggiativi a destra,
stizzosi colpi di coda a manca, vedi giornalista dissenziente,
significa confessare platealmente una “doppiezza”
fin troppo facile da decifrare. Le sue ultime infelicissime
uscite. Su Spalletti (“Mì ha sorpreso che ha
abbandonato la nave”), sui tifosi (“Loro contestano
sempre”). Dottoressa Sensi, il problema oggi non è chi
abbandona la nave, ma chi si ostina a restarci sopra. In
quanto ai tifosi, degradarli, questo è il significato, a un
gregge dai comportamenti seriali per non dire pavloviani,
non è roba da presidenti della Roma. E comunque,
quanto a questa presidenza, vi rimandiamo alla pagina
interna dei “100 colpi di Rosella” (caritatevole approssimazione
per difetto). Tanto per tenere sveglia la
memoria.
Il Romanista che rinasce, a dispetto di ogni pronostico,
vuole essere anche il giornale di Rosella Sensi.
Che rifletta, se vuole, se può, sul patrimonio di entusiasmo
e dunque di risorse che sta bruciando. Il nuovo stadio
non basta. Vecchio o nuovo, uno stadio non si riempie
di numeri, culi e tessere, ma di fegati, milze, polmoni,
teste e cuori. Per il resto, noi tifosi la treccia, si fa per
dire, l’abbiamo già calata da tempo alla finestra della soffitta
in cui ci tengono reclusi. Qualcuno si faccia sotto.
Abbiamo tanto da dare.
GIANCARLO DOTTO
SBAM!!!
romanista in edicola e primo editoriale di giancarlo dotto,ce va leggero.
quanto m'è mancato sto giornale,l'unico a dì le cose come stanno veramente...