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  1. L'avatar di The Biej 32 The Biej 32The Biej 32 è offline #1
    25-09-09 06:30

    Per vedere la parte precedente di questo thread clicca qui: http://forum.gamesvillage.it/showthread.php?t=764093

  2. L'avatar di Rau90 Rau90Rau90 è offline #2
    25-09-09 11:49

    domenica prevedo 3 gol di morimoto

  3. L'avatar di pietrone bonzo pancione pietrone bonzo pancionepietrone bonzo pancione è offline #3
    25-09-09 12:28

    Spoiler:
    GIANCARLO DOTTO
    ALLA FACCIA DEL BECCHINO

    Quando l’amico Riccardo (Luna) m’informa che
    il giornale torna in edicola, esulto. Non sarà la
    prova dell’esistenza di Dio, ma poco ci manca.
    Blasfemo? No, romanista. Nel momento in cui
    la Roma affonda, parola di Rosella, è indispensabile
    che almeno il Romanista viva.
    Quando poi l’amico Riccardo mi chiede di dargli
    una mano, esulto due volte. Insieme alle fondamentali
    anime del giornale, il direttore Stefano
    Pacifici e Vittorio Mogetta, genio della grafica, ai redattori
    e ai collaboratori, agli amici di lungo corso Stefano
    Petrucci e Fulvio Stinchelli, a tutti gli altri che si sono ag-
    giunti e si aggiungono nel tempo, pensiamo a come rimettere
    le ali a una squadra di templari dell’ordine giallorosso,
    nobile e spavalda. Che condivida il piacere assoluto
    di “giocare” in piazza la sua passione, incrociandola con
    quella di chi ci legge. Perché rinascere è mille volte più impegnativo
    che nascere. Se rinasci, e non è la solita metafora
    che bella ti veste, ma rinasci davvero, dopo essere stato
    almeno una volta morto, evaso dal tuo sudario, dopo avere
    conosciuto il tanfo della morte e l’allegria neanche troppo
    simulata dei becchini, beh allora sono cazzi e razzi, miracoli
    di cui parlare da qui al dodicimila.

    Se rinasci, e non è la solita metafora che bella ti veste,
    ma rinasci davvero, dopo essere stato almeno una volta
    morto, evaso dal tuo sudario, dopo avere conosciuto
    il tanfo della morte e l’allegria neanche troppo simulata
    dei becchini, beh allora sono cazzi e razzi, miracoli di
    cui parlare da qui al dodicimila.
    A una condizione, dico e mi dico: rinascere nello
    stesso corpo e nella stessa carta. Ripartire più forti da
    dove il giornale aveva lasciato. Dall’epica del romanista.
    Siamo tutti figli di un’epica maggiore o minore. Che sia
    Woodstock o il generale Custer, Bob Dylan o Madre Teresa,
    Jimi Hendrix o Giacomino Losi e nelle sue fantasiose
    reincarnazioni, via via il passo felpato di Santarini,
    la cupezza guerriera di Agostino, le sintesi lucenti di
    Peppe e quelle folgoranti di Francesco, fino al Daniele
    De Rossi di oggi, summa di tutte le anime e di tutta la
    storia dell’incendio giallorosso, dal 1927 a oggi. Epica
    da stadio, quando divino era il Dante della Sud..
    Da allora, domenica 1 marzo, ne sono accadute di
    cose e di traumi. La più traumatica: non c’è più Luciano
    Spalletti. L’uomo si riconosce da come esce di scena,
    scena in quanto vita ma anche in quanto Trigoria. Da
    come abbandona le cose che lo abbandonano. L’addio
    di Spalletti è stato di assoluta e persino straziante dignità.
    L’uomo, che in questi quattro anni aveva spesso
    mostrato i muscoli, sopra e sotto le righe di un carattere
    per niente facile, ha mostrato nell’occasione il più importante
    e il più nascosto dei muscoli, quello cardiaco.
    Ne sono accadute di cose. E’ arrivato Claudio Ranieri,
    con la sua bella faccia cesarea e l’alone testaccino. Un
    Mazzone più forbito, che mette in croce le braccia invece
    che rotearle come mazze ferrate, meno sulfureo ma
    solo all’apparenza. Che dentro, l’abbiamo capito, la torcia
    è viva, la miccia accesa. L’impresa durissima di arrivare
    proprio nel momento in cui i tifosi e i giocatori scoprivano
    quanto in realtà fossero legati al loro Luciano,
    dentro uno spogliatoio sfiduciato e ora anche depresso.
    Tra proclami tranchant (“Scordatevi il bel gioco”) e gaffe
    spassose (“La Roma? Un incidente improvviso”), il debutto
    in conferenza stampa non fu un granché. Da allora,
    sul campo, ha lavorato bene. Martellando e rassicurando.
    Ha ridato a una squadra la voglia di tornare ad
    essere gruppo, di esultare per le vittorie e di mortificarsi
    per le sconfitte. Molte cose vanno ancora aggiustate,
    ma nel fango di Palermo i gladiatori c’erano, eccome.
    Burdisso, l’ultimo arrivato, uno di questi.
    Al di là dei risultati, il malessere dei tifosi si ascolta,
    si legge, si tocca, si respira. Nelle radio, nei blog, nei bar.
    Non ne ricordo uno così acuto e strisciante. E’ un dolore
    subdolo. C’è chi lo esprime con l’invettiva, chi lo implode
    nello scoramento ai confini del languore. Il Romanista
    che rinasce vuole interpretarlo, questo malessere,
    dargli voce e profondità. Raccontare i problemi
    con le parole giuste è già un modo per contribuire a risolverli.
    Tempi cupi. Si è dimesso Spalletti. Il rischio è che
    ora si dimettano i tifosi. In parte, già accade. Nelle cifre
    degli abbonati, nelle presenze allo stadio, nella diffusa
    caduta degli umori. Il tifoso romanista, incredibile, sta
    scoprendo che persino la sua pazienza ha un limite. Si
    risponde alla Woody Allen. “Che sogni hai nel cassetto?
    Solo mutande e calzini”. O alla Paul Valery. “Il mio domani?
    Oggi non vedo niente che implichi un domani”.
    Ha bruciato le sue migliori energie a fantasticare una
    Roma e dunque un mondo migliori. Dall’autofinanziamento
    al lauto finanziamento. Sedute spiritiche di
    massa. Soros, Padre, perché ci hai abbandonato? Angelini,
    please, batti un colpo. Non dissolverti anche tu.
    Guarda caso, due volti antichi, da patriarchi.
    Conclamata o silenziosa, quella contro Rosella Sensi,
    non è solo la rivolta contro la peggiore presidenza di
    82 anni di storia, nella sua rara capacità di combinare
    inesperienza, difetto di risorse, deficit comunicativo,
    unito alle modalità sprezzanti del carattere. Che emergono
    a ogni istante, tra le pieghe dei disastrosi copioni
    che le forniscono i suoi due convitati di pietra. Il vero
    disagio dei tifosi è nel percepire la sua drammatica inadeguatezza
    a interpretare cosa voglia dire essere il leader
    di un fenomeno parareligioso come la Roma. Che il
    padre invece, per non parlare di Dino Viola, incarnavano
    con istinto naturale.
    Pessima quando tace, catastrofica quando parla. Affidare
    la comunicazione di una malattia tutta sangue e
    arena come è la Roma prima a veline e poi a dichiarazioni
    stile Pravda, dove la sintesi vorrebbe trasmettere
    energia e invece trasmette solo povertà, significa essere
    spaventosamente lontani dal cuore del problema.
    Dal cuore e basta. Organizzare conferenze stampa iperprotette
    in cui distribuisci moine e vezzeggiativi a destra,
    stizzosi colpi di coda a manca, vedi giornalista dissenziente,
    significa confessare platealmente una “doppiezza”
    fin troppo facile da decifrare. Le sue ultime infelicissime
    uscite. Su Spalletti (“Mì ha sorpreso che ha
    abbandonato la nave”), sui tifosi (“Loro contestano
    sempre”). Dottoressa Sensi, il problema oggi non è chi
    abbandona la nave, ma chi si ostina a restarci sopra. In
    quanto ai tifosi, degradarli, questo è il significato, a un
    gregge dai comportamenti seriali per non dire pavloviani,
    non è roba da presidenti della Roma. E comunque,
    quanto a questa presidenza, vi rimandiamo alla pagina
    interna dei “100 colpi di Rosella” (caritatevole approssimazione
    per difetto). Tanto per tenere sveglia la
    memoria.
    Il Romanista che rinasce, a dispetto di ogni pronostico,
    vuole essere anche il giornale di Rosella Sensi.
    Che rifletta, se vuole, se può, sul patrimonio di entusiasmo
    e dunque di risorse che sta bruciando. Il nuovo stadio
    non basta. Vecchio o nuovo, uno stadio non si riempie
    di numeri, culi e tessere, ma di fegati, milze, polmoni,
    teste e cuori. Per il resto, noi tifosi la treccia, si fa per
    dire, l’abbiamo già calata da tempo alla finestra della soffitta
    in cui ci tengono reclusi. Qualcuno si faccia sotto.
    Abbiamo tanto da dare.
    GIANCARLO DOTTO


    SBAM!!!

    romanista in edicola e primo editoriale di giancarlo dotto,ce va leggero.

    quanto m'è mancato sto giornale,l'unico a dì le cose come stanno veramente...

  4. L'avatar di .DanKan. .DanKan..DanKan. è offline #4
    25-09-09 13:26

    morimoto ce lo inculamo

  5. Neo 1977 #5
    25-09-09 13:31

    morimoto ha già segnato, dobbiamo far segnare qualche giocatore nuovo e sconosciuto

  6. L'avatar di Hawkeye HawkeyeHawkeye è offline #6
    25-09-09 13:41

    Il pubblico invoca Spolli a gran voce


    non l'ho schierato, ma quasi quasi me lo gioco pure al picchetto il gol suo è scritto nelle stelle.

  7. L'avatar di .DanKan. .DanKan..DanKan. è offline #7
    25-09-09 13:45

    Ma perchè ranieri odia menez?

  8. L'avatar di pietrone bonzo pancione pietrone bonzo pancionepietrone bonzo pancione è offline #8
    25-09-09 13:50

    xke semplicemente non sa dove metterlo per me..

  9. Neo 1977 #9
    25-09-09 13:52

    Citazione pietrone bonzo pancione Visualizza Messaggio
    xke semplicemente non sa dove metterlo per me..
    perchè copre meno di un perrotta-brighi

  10. L'avatar di pietrone bonzo pancione pietrone bonzo pancionepietrone bonzo pancione è offline #10
    25-09-09 13:55

    Citazione Neo 1977 Visualizza Messaggio
    perchè copre meno di un perrotta-brighi
    no non copre proprio..

    ma cmq il suo ruolo nella roma in pratica non esiste..

    o se c è è occupato da totti o pizarro...

  11. Infectus #11
    25-09-09 14:17

    Citazione pietrone bonzo pancione Visualizza Messaggio
    Spoiler:
    GIANCARLO DOTTO
    ALLA FACCIA DEL BECCHINO

    Quando l’amico Riccardo (Luna) m’informa che
    il giornale torna in edicola, esulto. Non sarà la
    prova dell’esistenza di Dio, ma poco ci manca.
    Blasfemo? No, romanista. Nel momento in cui
    la Roma affonda, parola di Rosella, è indispensabile
    che almeno il Romanista viva.
    Quando poi l’amico Riccardo mi chiede di dargli
    una mano, esulto due volte. Insieme alle fondamentali
    anime del giornale, il direttore Stefano
    Pacifici e Vittorio Mogetta, genio della grafica, ai redattori
    e ai collaboratori, agli amici di lungo corso Stefano
    Petrucci e Fulvio Stinchelli, a tutti gli altri che si sono ag-
    giunti e si aggiungono nel tempo, pensiamo a come rimettere
    le ali a una squadra di templari dell’ordine giallorosso,
    nobile e spavalda. Che condivida il piacere assoluto
    di “giocare” in piazza la sua passione, incrociandola con
    quella di chi ci legge. Perché rinascere è mille volte più impegnativo
    che nascere. Se rinasci, e non è la solita metafora
    che bella ti veste, ma rinasci davvero, dopo essere stato
    almeno una volta morto, evaso dal tuo sudario, dopo avere
    conosciuto il tanfo della morte e l’allegria neanche troppo
    simulata dei becchini, beh allora sono cazzi e razzi, miracoli
    di cui parlare da qui al dodicimila.

    Se rinasci, e non è la solita metafora che bella ti veste,
    ma rinasci davvero, dopo essere stato almeno una volta
    morto, evaso dal tuo sudario, dopo avere conosciuto
    il tanfo della morte e l’allegria neanche troppo simulata
    dei becchini, beh allora sono cazzi e razzi, miracoli di
    cui parlare da qui al dodicimila.
    A una condizione, dico e mi dico: rinascere nello
    stesso corpo e nella stessa carta. Ripartire più forti da
    dove il giornale aveva lasciato. Dall’epica del romanista.
    Siamo tutti figli di un’epica maggiore o minore. Che sia
    Woodstock o il generale Custer, Bob Dylan o Madre Teresa,
    Jimi Hendrix o Giacomino Losi e nelle sue fantasiose
    reincarnazioni, via via il passo felpato di Santarini,
    la cupezza guerriera di Agostino, le sintesi lucenti di
    Peppe e quelle folgoranti di Francesco, fino al Daniele
    De Rossi di oggi, summa di tutte le anime e di tutta la
    storia dell’incendio giallorosso, dal 1927 a oggi. Epica
    da stadio, quando divino era il Dante della Sud..
    Da allora, domenica 1 marzo, ne sono accadute di
    cose e di traumi. La più traumatica: non c’è più Luciano
    Spalletti. L’uomo si riconosce da come esce di scena,
    scena in quanto vita ma anche in quanto Trigoria. Da
    come abbandona le cose che lo abbandonano. L’addio
    di Spalletti è stato di assoluta e persino straziante dignità.
    L’uomo, che in questi quattro anni aveva spesso
    mostrato i muscoli, sopra e sotto le righe di un carattere
    per niente facile, ha mostrato nell’occasione il più importante
    e il più nascosto dei muscoli, quello cardiaco.
    Ne sono accadute di cose. E’ arrivato Claudio Ranieri,
    con la sua bella faccia cesarea e l’alone testaccino. Un
    Mazzone più forbito, che mette in croce le braccia invece
    che rotearle come mazze ferrate, meno sulfureo ma
    solo all’apparenza. Che dentro, l’abbiamo capito, la torcia
    è viva, la miccia accesa. L’impresa durissima di arrivare
    proprio nel momento in cui i tifosi e i giocatori scoprivano
    quanto in realtà fossero legati al loro Luciano,
    dentro uno spogliatoio sfiduciato e ora anche depresso.
    Tra proclami tranchant (“Scordatevi il bel gioco”) e gaffe
    spassose (“La Roma? Un incidente improvviso”), il debutto
    in conferenza stampa non fu un granché. Da allora,
    sul campo, ha lavorato bene. Martellando e rassicurando.
    Ha ridato a una squadra la voglia di tornare ad
    essere gruppo, di esultare per le vittorie e di mortificarsi
    per le sconfitte. Molte cose vanno ancora aggiustate,
    ma nel fango di Palermo i gladiatori c’erano, eccome.
    Burdisso, l’ultimo arrivato, uno di questi.
    Al di là dei risultati, il malessere dei tifosi si ascolta,
    si legge, si tocca, si respira. Nelle radio, nei blog, nei bar.
    Non ne ricordo uno così acuto e strisciante. E’ un dolore
    subdolo. C’è chi lo esprime con l’invettiva, chi lo implode
    nello scoramento ai confini del languore. Il Romanista
    che rinasce vuole interpretarlo, questo malessere,
    dargli voce e profondità. Raccontare i problemi
    con le parole giuste è già un modo per contribuire a risolverli.
    Tempi cupi. Si è dimesso Spalletti. Il rischio è che
    ora si dimettano i tifosi. In parte, già accade. Nelle cifre
    degli abbonati, nelle presenze allo stadio, nella diffusa
    caduta degli umori. Il tifoso romanista, incredibile, sta
    scoprendo che persino la sua pazienza ha un limite. Si
    risponde alla Woody Allen. “Che sogni hai nel cassetto?
    Solo mutande e calzini”. O alla Paul Valery. “Il mio domani?
    Oggi non vedo niente che implichi un domani”.
    Ha bruciato le sue migliori energie a fantasticare una
    Roma e dunque un mondo migliori. Dall’autofinanziamento
    al lauto finanziamento. Sedute spiritiche di
    massa. Soros, Padre, perché ci hai abbandonato? Angelini,
    please, batti un colpo. Non dissolverti anche tu.
    Guarda caso, due volti antichi, da patriarchi.
    Conclamata o silenziosa, quella contro Rosella Sensi,
    non è solo la rivolta contro la peggiore presidenza di
    82 anni di storia, nella sua rara capacità di combinare
    inesperienza, difetto di risorse, deficit comunicativo,
    unito alle modalità sprezzanti del carattere. Che emergono
    a ogni istante, tra le pieghe dei disastrosi copioni
    che le forniscono i suoi due convitati di pietra. Il vero
    disagio dei tifosi è nel percepire la sua drammatica inadeguatezza
    a interpretare cosa voglia dire essere il leader
    di un fenomeno parareligioso come la Roma. Che il
    padre invece, per non parlare di Dino Viola, incarnavano
    con istinto naturale.
    Pessima quando tace, catastrofica quando parla. Affidare
    la comunicazione di una malattia tutta sangue e
    arena come è la Roma prima a veline e poi a dichiarazioni
    stile Pravda, dove la sintesi vorrebbe trasmettere
    energia e invece trasmette solo povertà, significa essere
    spaventosamente lontani dal cuore del problema.
    Dal cuore e basta. Organizzare conferenze stampa iperprotette
    in cui distribuisci moine e vezzeggiativi a destra,
    stizzosi colpi di coda a manca, vedi giornalista dissenziente,
    significa confessare platealmente una “doppiezza”
    fin troppo facile da decifrare. Le sue ultime infelicissime
    uscite. Su Spalletti (“Mì ha sorpreso che ha
    abbandonato la nave”), sui tifosi (“Loro contestano
    sempre”). Dottoressa Sensi, il problema oggi non è chi
    abbandona la nave, ma chi si ostina a restarci sopra. In
    quanto ai tifosi, degradarli, questo è il significato, a un
    gregge dai comportamenti seriali per non dire pavloviani,
    non è roba da presidenti della Roma. E comunque,
    quanto a questa presidenza, vi rimandiamo alla pagina
    interna dei “100 colpi di Rosella” (caritatevole approssimazione
    per difetto). Tanto per tenere sveglia la
    memoria.
    Il Romanista che rinasce, a dispetto di ogni pronostico,
    vuole essere anche il giornale di Rosella Sensi.
    Che rifletta, se vuole, se può, sul patrimonio di entusiasmo
    e dunque di risorse che sta bruciando. Il nuovo stadio
    non basta. Vecchio o nuovo, uno stadio non si riempie
    di numeri, culi e tessere, ma di fegati, milze, polmoni,
    teste e cuori. Per il resto, noi tifosi la treccia, si fa per
    dire, l’abbiamo già calata da tempo alla finestra della soffitta
    in cui ci tengono reclusi. Qualcuno si faccia sotto.
    Abbiamo tanto da dare.
    GIANCARLO DOTTO


    SBAM!!!

    romanista in edicola e primo editoriale di giancarlo dotto,ce va leggero.

    quanto m'è mancato sto giornale,l'unico a dì le cose come stanno veramente...
    non c'è altro da dire

  12. gibo80 #12
    25-09-09 14:24

    Citazione pietrone bonzo pancione Visualizza Messaggio
    Spoiler:
    GIANCARLO DOTTO
    ALLA FACCIA DEL BECCHINO

    Quando l’amico Riccardo (Luna) m’informa che
    il giornale torna in edicola, esulto. Non sarà la
    prova dell’esistenza di Dio, ma poco ci manca.
    Blasfemo? No, romanista. Nel momento in cui
    la Roma affonda, parola di Rosella, è indispensabile
    che almeno il Romanista viva.
    Quando poi l’amico Riccardo mi chiede di dargli
    una mano, esulto due volte. Insieme alle fondamentali
    anime del giornale, il direttore Stefano
    Pacifici e Vittorio Mogetta, genio della grafica, ai redattori
    e ai collaboratori, agli amici di lungo corso Stefano
    Petrucci e Fulvio Stinchelli, a tutti gli altri che si sono ag-
    giunti e si aggiungono nel tempo, pensiamo a come rimettere
    le ali a una squadra di templari dell’ordine giallorosso,
    nobile e spavalda. Che condivida il piacere assoluto
    di “giocare” in piazza la sua passione, incrociandola con
    quella di chi ci legge. Perché rinascere è mille volte più impegnativo
    che nascere. Se rinasci, e non è la solita metafora
    che bella ti veste, ma rinasci davvero, dopo essere stato
    almeno una volta morto, evaso dal tuo sudario, dopo avere
    conosciuto il tanfo della morte e l’allegria neanche troppo
    simulata dei becchini, beh allora sono cazzi e razzi, miracoli
    di cui parlare da qui al dodicimila.

    Se rinasci, e non è la solita metafora che bella ti veste,
    ma rinasci davvero, dopo essere stato almeno una volta
    morto, evaso dal tuo sudario, dopo avere conosciuto
    il tanfo della morte e l’allegria neanche troppo simulata
    dei becchini, beh allora sono cazzi e razzi, miracoli di
    cui parlare da qui al dodicimila.
    A una condizione, dico e mi dico: rinascere nello
    stesso corpo e nella stessa carta. Ripartire più forti da
    dove il giornale aveva lasciato. Dall’epica del romanista.
    Siamo tutti figli di un’epica maggiore o minore. Che sia
    Woodstock o il generale Custer, Bob Dylan o Madre Teresa,
    Jimi Hendrix o Giacomino Losi e nelle sue fantasiose
    reincarnazioni, via via il passo felpato di Santarini,
    la cupezza guerriera di Agostino, le sintesi lucenti di
    Peppe e quelle folgoranti di Francesco, fino al Daniele
    De Rossi di oggi, summa di tutte le anime e di tutta la
    storia dell’incendio giallorosso, dal 1927 a oggi. Epica
    da stadio, quando divino era il Dante della Sud..
    Da allora, domenica 1 marzo, ne sono accadute di
    cose e di traumi. La più traumatica: non c’è più Luciano
    Spalletti. L’uomo si riconosce da come esce di scena,
    scena in quanto vita ma anche in quanto Trigoria. Da
    come abbandona le cose che lo abbandonano. L’addio
    di Spalletti è stato di assoluta e persino straziante dignità.
    L’uomo, che in questi quattro anni aveva spesso
    mostrato i muscoli, sopra e sotto le righe di un carattere
    per niente facile, ha mostrato nell’occasione il più importante
    e il più nascosto dei muscoli, quello cardiaco.
    Ne sono accadute di cose. E’ arrivato Claudio Ranieri,
    con la sua bella faccia cesarea e l’alone testaccino. Un
    Mazzone più forbito, che mette in croce le braccia invece
    che rotearle come mazze ferrate, meno sulfureo ma
    solo all’apparenza. Che dentro, l’abbiamo capito, la torcia
    è viva, la miccia accesa. L’impresa durissima di arrivare
    proprio nel momento in cui i tifosi e i giocatori scoprivano
    quanto in realtà fossero legati al loro Luciano,
    dentro uno spogliatoio sfiduciato e ora anche depresso.
    Tra proclami tranchant (“Scordatevi il bel gioco”) e gaffe
    spassose (“La Roma? Un incidente improvviso”), il debutto
    in conferenza stampa non fu un granché. Da allora,
    sul campo, ha lavorato bene. Martellando e rassicurando.
    Ha ridato a una squadra la voglia di tornare ad
    essere gruppo, di esultare per le vittorie e di mortificarsi
    per le sconfitte. Molte cose vanno ancora aggiustate,
    ma nel fango di Palermo i gladiatori c’erano, eccome.
    Burdisso, l’ultimo arrivato, uno di questi.
    Al di là dei risultati, il malessere dei tifosi si ascolta,
    si legge, si tocca, si respira. Nelle radio, nei blog, nei bar.
    Non ne ricordo uno così acuto e strisciante. E’ un dolore
    subdolo. C’è chi lo esprime con l’invettiva, chi lo implode
    nello scoramento ai confini del languore. Il Romanista
    che rinasce vuole interpretarlo, questo malessere,
    dargli voce e profondità. Raccontare i problemi
    con le parole giuste è già un modo per contribuire a risolverli.
    Tempi cupi. Si è dimesso Spalletti. Il rischio è che
    ora si dimettano i tifosi. In parte, già accade. Nelle cifre
    degli abbonati, nelle presenze allo stadio, nella diffusa
    caduta degli umori. Il tifoso romanista, incredibile, sta
    scoprendo che persino la sua pazienza ha un limite. Si
    risponde alla Woody Allen. “Che sogni hai nel cassetto?
    Solo mutande e calzini”. O alla Paul Valery. “Il mio domani?
    Oggi non vedo niente che implichi un domani”.
    Ha bruciato le sue migliori energie a fantasticare una
    Roma e dunque un mondo migliori. Dall’autofinanziamento
    al lauto finanziamento. Sedute spiritiche di
    massa. Soros, Padre, perché ci hai abbandonato? Angelini,
    please, batti un colpo. Non dissolverti anche tu.
    Guarda caso, due volti antichi, da patriarchi.
    Conclamata o silenziosa, quella contro Rosella Sensi,
    non è solo la rivolta contro la peggiore presidenza di
    82 anni di storia, nella sua rara capacità di combinare
    inesperienza, difetto di risorse, deficit comunicativo,
    unito alle modalità sprezzanti del carattere. Che emergono
    a ogni istante, tra le pieghe dei disastrosi copioni
    che le forniscono i suoi due convitati di pietra. Il vero
    disagio dei tifosi è nel percepire la sua drammatica inadeguatezza
    a interpretare cosa voglia dire essere il leader
    di un fenomeno parareligioso come la Roma. Che il
    padre invece, per non parlare di Dino Viola, incarnavano
    con istinto naturale.
    Pessima quando tace, catastrofica quando parla. Affidare
    la comunicazione di una malattia tutta sangue e
    arena come è la Roma prima a veline e poi a dichiarazioni
    stile Pravda, dove la sintesi vorrebbe trasmettere
    energia e invece trasmette solo povertà, significa essere
    spaventosamente lontani dal cuore del problema.
    Dal cuore e basta. Organizzare conferenze stampa iperprotette
    in cui distribuisci moine e vezzeggiativi a destra,
    stizzosi colpi di coda a manca, vedi giornalista dissenziente,
    significa confessare platealmente una “doppiezza”
    fin troppo facile da decifrare. Le sue ultime infelicissime
    uscite. Su Spalletti (“Mì ha sorpreso che ha
    abbandonato la nave”), sui tifosi (“Loro contestano
    sempre”). Dottoressa Sensi, il problema oggi non è chi
    abbandona la nave, ma chi si ostina a restarci sopra. In
    quanto ai tifosi, degradarli, questo è il significato, a un
    gregge dai comportamenti seriali per non dire pavloviani,
    non è roba da presidenti della Roma. E comunque,
    quanto a questa presidenza, vi rimandiamo alla pagina
    interna dei “100 colpi di Rosella” (caritatevole approssimazione
    per difetto). Tanto per tenere sveglia la
    memoria.
    Il Romanista che rinasce, a dispetto di ogni pronostico,
    vuole essere anche il giornale di Rosella Sensi.
    Che rifletta, se vuole, se può, sul patrimonio di entusiasmo
    e dunque di risorse che sta bruciando. Il nuovo stadio
    non basta. Vecchio o nuovo, uno stadio non si riempie
    di numeri, culi e tessere, ma di fegati, milze, polmoni,
    teste e cuori. Per il resto, noi tifosi la treccia, si fa per
    dire, l’abbiamo già calata da tempo alla finestra della soffitta
    in cui ci tengono reclusi. Qualcuno si faccia sotto.
    Abbiamo tanto da dare.
    GIANCARLO DOTTO


    SBAM!!!

    romanista in edicola e primo editoriale di giancarlo dotto,ce va leggero.

    quanto m'è mancato sto giornale,l'unico a dì le cose come stanno veramente...
    Gran giornale.

  13. Neo 1977 #13
    25-09-09 17:13

    Citazione pietrone bonzo pancione Visualizza Messaggio
    no non copre proprio..

    ma cmq il suo ruolo nella roma in pratica non esiste..

    o se c è è occupato da totti o pizarro...
    allora che l'abbiamo preso a fare?

    al posto di perrotta potrebbe giocare, ma lui DEVE capire che in campo si corre sempre

  14. L'avatar di Christof ChristofChristof è offline #14
    25-09-09 17:13

    Alla faccia di quella massa di coglioni che inneggiavano e godevano della sua chiusura...

  15. L'avatar di Alex_P Alex_PAlex_P è offline #15
    25-09-09 17:19

    Se davvero il Romanista comincerà una pesante e incisiva campagna anti Troiella Sensi diventerà il mio punto di riferimeno e sarò il suo primo fan.

    Speriamo che questo articolo di Dotto non sia un semplice fuoco di paglia.

 
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