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  1. LibertarioLibertario è offline #1
    07-06-10 22:20

    Segnalo questo interessantissimo pezzo di Oscar Giannino, tratto dal Chicago Blog. Un po' lungo, ma illuminante sulla disputa di questi giorni sull'evasione fiscale. Da leggere tutto d'un fiato.


    Chi è più corruttore, lo Stato o l’evasore? Per me lo Stato. E poiché è un giudizio tagliente, abbisogna di considerazioni adeguate, per non sembrare provocazione o difesa di illegalità. Il punto è che lo Stato, in Italia, è l’illegalità.
    Non c’è peggior vizio di quello che si traveste da virtù. Nel campo della morale politica, un terreno assai scivoloso che quasi sempre viene evocato dagli attori dell’azione pubblica per far guadagnare consensi alle proprie posizioni con battute a effetto, non c’è luogo comunque più efficace che invocare “l’interesse collettivo” o l’”interesse generale”, a seconda che il predicatore sia di reminiscenze socialiste oppure un democratico radicale giacobin-roussoiano. In entrambi i casi, l’esperienza pluridecennale mi ha insegnato a diffidare. Mi esaltavo a sentir parlare di interesse generale, quando ero giovane. Dopo un bel pezzo di tempo passato a toccar con mano e studiare ciò che in Italia in concreto si realizza, con la scusa dell’interesse generale, mi si rizzano subito le antenne quando sento le magiche parolette.
    Inizio con un po’ di filosofia spicciola, perché la peggior colpa della politica non è affatto, con credono i più, quella di perseguire interessi, bensì proprio di aver abbandonato la filosofia. Più gli interessi rappresentati e perseguiti in politica sono manifesti, meglio è per tutti. Quando evocando gli “interessi generali” si tende a dire che una cosa o l’altra è nell’interesse di tutti, l’assenza di filosofia rende la politica incapace di alcuna dialettica. E dunque si finisce dritti nella deontologia: per cui chi si oppone sta con le le forze del male. E’, anzi, il male.
    Nell’Italia di oggi, il ritornello quotidiano è quello contro i famigerati evasori fiscali. I nemici della Repubblica intesa come quella d’Italia, non quell’altra di Largo Fochetti che ogni giorno tende a sussumere la rappresentanza etica della prima. Chiunque non imbracci la tonante scomunica verso gli evasori è sospetto come gli untori nella Milano della peste. Con mio stupore, anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, nelle sue considerazioni annuali una settimana fa, ha imbracciato il fucile. “Sono gli evasori, i veri responsabili della macelleria sociale”, ha detto, evocando un’altra formuletta che mi fa accapponare, col suo carico di sangue rappreso da vocabolario barricadiero, più che da banchiere. Mi è bastato criticare duramente lo sciopero dei magistrati – che hanno in automatismo nell’Italia di oggi progressioni di carriera, di retribuzione superiori a quelli dei prefetti – per veder apparire sul mio Chicago-blog una bella reprimenda di signori procuratori che duramente mi incalzavano chiedendo quanto mai guadagnassi e quante tasse pagassi io, visto che osavo criticare loro. Tra la partita IVA e le due società, il 66% del reddito lordo sarà quest’anno, ho risposto. Che ne dite: può bastare, per allontanare da me il sospetto di parlare per fatto personale?
    Diciamola fuori dai denti, allora, senza paura di essere considerati politicamente scorretti. Molti cittadini sono in buona fede, quando ripetono a voce spiegata che i signori evasori sono il male del secolo italiano, perché se non ci fossero loro non avremmo il debito pubblico al 118% di Pil né il deficit pubblico annuale, visto che con 100 o 120 miliardi di entrate in più – la stima corrente del mancato gettito da evasione – saremmo oggi in surplus. Ma una classe dirigente seria no, non può dirlo in buona fede. A meno di tre casi. Il primo è che condivida in realtà l’effetto vero che dispiega lo Stato oggi nella società italiana. Il secondo è che ritenga tale effetto un problema secondario, rispetto al fatto che prima tutti devono ottemperare, e solo dopo aver diritto di giudicare ciò che lo Stato è davvero. Il terzo è che in ogni caso lo Stato viene prima, rispetto alla persona.
    Parto dal confutare la terza posizione, perché è appunto quella filosofica. Per ogni liberale personalista (idem se per fede è un cristiano e un cattolico), c’è un assunto invalicabile, quello che nella geometria euclidea si definirebbe un postulato. La persona con i suoi diritti naturali – vita, libertà, proprietà – che spettano inviolabilmente in quanto persona e non in quanto garantiti da un qualsivoglia ordinamento, viene prima dello Stato. Di ogni Stato, e di qualunque statuizione del suo diritto positivo.
    Intendiamoci bene: ribadire questa primazia della persona e dei suoi diritti naturali sullo Stato non significa affatto desumerne che ciascuno può comportarsi come crede, rispetto agli obblighi di legge. Compresi quelli fiscali, naturalmente. Significa solo che tre secoli di Stato moderno, dai tempi della Glorious Revolution e di Hobbes e Locke, e poi della Rivoluzione francese e di Stati etici rossi e neri nel sanguinoso Novecento, ci hanno insegnato il dovere a stare sempre sul chi vive, di fronte a ogni pretesa di “interesse generale” avanzata e affermata dallo Stato. E a sempre, quotidianamente e incessantemente, porci il problema, se per caso i diritti inviolabili della persona non ne risultino coartati, calpestati e denegati.
    Se e per chi vale questo postulato, prendiamo infine la questione dell’evasione per le corna, entriamo nel merito. Alla domanda: chi è più corruttore, nell’Italia di oggi? Gli evasori? Oppure lo Stato? La mia risposta è netta: lo Stato. Non dipende affatto, tale opinione, dalla diffidenza verso lo Stato annessa al postulato numero uno di cu sopra. Dipende da una fatturale e concreta analisi di che cosa in concreto lo Stato faccia, oggi, nella società italiana, coi 53 punti di PIL destinati nel 2009 in spesa pubblica, e i suoi 47 punti di Pil di entrate fiscali tributarie, contributive, e a titolo diverso.
    I 25 punti di Pil che vanno in sanità, assistenza e istruzione, disegnano di fronte a noi la seguente realtà. Una sanità gravata da pesantissime intromissioni politiche e partitiche, vastissime inefficienze sui costi a fronte della impari qualità offerta sul territorio, ritardi intollerabili – fino ad anni interi – nei pagamenti ai fornitori. Se la commissione per il federalismo fiscale adotterà come standard il livello costi-efficienza della regione Lombardia, si risparmierebbero 18 miliardi su 125 del fondo sanitario nazionale. Se invece si adotterà come standard quello della media di quattro Regioni, Veneto Emilia e Toscana oltre alla Lombardia per non imporre rientri energici a Lazio e Sud dove si concentra il problema, ecco che i risparmi e le maggiori efficienze si ridurranno a 2,4 miliardi. E il federalismo fiscale, a quel punto, sarà presa pei fondelli dopo 20 anni di polemiche.
    Quanto all’istruzione, a furia di privilegiare gli insegnanti da assumere sulla qualità del servizio, e a furia di incentrare sulla scuola di Stato invece che sulla libera scelta delle famiglie l’allocazione delle risorse per premiare la migliore offerta formativa, il quadro è quello che ci vede perdenti in tutte le graduatorie internazionali. Nel welfare, l’ipertutela ai lavori dipendenti a tempo determinato taglia fuori giovani e donne, e ha imposto un doppio status dal quale non si esce con meno flessibilità ma con tutele nella flessibilità a chi non le ha, con meno privilegi a chi troppi ne ha goduto. La famiglia e la fecondità sono i nemici pubblici numeri uno del fisco e del welfare italiano: dovunque in Europa, con sistemi diversi, esse sono scoraggiate assai meno che in Italia., e ne va appunto dei diritti naturali di persone e famiglie, oltre che della sostenibilità dei conti intergenerazionali del nostro Paese. Idem dicasi del 16% di Pil speso in pensioni, con generazioni a venire per le quali il tasso di sostituzione dei nuovi trattamenti sarà anche di 20 punti inferiore a quello delle generazioni precedenti, senza che il fisco senta la necessità di premiare energicamente forme aggiuntive di impiego del risparmio a questo fine. Degli 11 punti di Pil spesi in stipendi ai pubblici dipendenti, voglio solo dire che da anni sono tutti d’accordo sulla bassa produttività delle logiche gestionali di una pubblica amministrazione che ci impone le posizioni più arretrate in ogni graduatoria internazionale, sui tempi delle procedure, licenze, gare e concessioni, come su sprechi e inefficienze dalle 600mila e oltre auto blu, agli emolumenti insopporabilmente elevati dei 250mila politici di professione.
    Non è un caso e tanto meno frutto di deficienza antropologica dei loro cittadini, che il più dell’evasione fiscale, sull’IVA come sui redditi personali e d’impresa come sui contributi previdenziali, secondo ogni serio studio nazionale e internazionale, si annidi in 6 Regioni italiane del Sud, a cominciare da Calabria e Basilicata, Puglia, Campania e Sicilia. Sono le aree del Paese in cui politica e Stato hanno avuto la pretesa in 65 anni di esercitare il massimo dell’intermediazione discrezionale dei redditi locali, attraverso trasferimenti diretti alle persone e alle imprese a fondo perduto, con la scusa dello sviluppo e del gap da sanare che è rimasto invece totalmente insanato, mentre la Germania in 20 anni risolveva i due terzi delle disparità di reddito procapite tra Est e Ovest. Il risultato è sotto i nostro occhi. Sono lo Stato e la politica, a Sud, con loro logiche di patronnage clientelare, intromissivo e discrezionale,ad aver radicato il male dell’illegalità diffusa.
    Per tutto questo penso, dico e ribadisco che in Italia oggi la corruzione è lo Stato, non gli italiani. La lezione di decine di Paesi, avanzati e in via di sviluppo, è che dovunque uno Stato sia meno intrusivo ed esoso, dovunque l’adesione spontanea dei cittadini all’ordinamento, alle leggi e alle tasse, migliora e si innalza. Chiunque dica che sono gli italiani a doversi vergognare, chiunque ripete la balla che le tasse sono alte perché ci sono gli evasori – un falso assoluto, se gli evasori pagassero le tasse non scenderebbero, salirebbe solo la pressione fiscale che da noi ha sempre inseguito la spesa pubblica crescente decisa dalla politica, per sfamare se stessa e i suoi apparati – chiunque divida gli italiani in una costante guerra civile tra redditi dipendenti soggetti alla tasse ed autonomi e professionisti invece evasori certi e conclamati, chiunque faccia questo, se appartiene alla classe dirigente consapevole dei numeri italiani, non può essere che in malafede. Sognare ancora più Stato dimenticando che da noi sarebbe solo più corruttore e inefficiente. Oppure, semplicemente, ha paura di chi esercita il potere protempore, e preferisce scomunicare gli evasori invece dei politici.


    http://www.chicago-blog.it/2010/06/0...%80%99evasore/


    Cosa ne pensate della conclusione a cui giunge?
    Siete d'accordo che ormai l'evasore fiscale sia diventato il capro espiatorio su cui l'inutile politica e l'esercito dei cari burocrati vuole scaricare le colpe?
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  2. Zererico #2
    07-06-10 22:27

    Tutta sta pippa per tornare al discorso della corruzione? Suvvia, il problema italiano non sono ne gli evasori ne i corrotti.

    Sono i disonesti (ergo entrambi).

    Per farti un esempio, in Sardegna buttiamo via il 50% delle imposte in sprechi. Gli evasori poi non ricordo quanto mangino delle imposte, devo guardare (parliamo comunque di almeno almeno il 25%). Comunque, alla fine, per i servizi veri e percepiti non rimane quasi nulla.

    Sbaglia parecchio a lamentarsi, Berlusconi, di non volere uno stato di polizia. In Italia CI VUOLE uno stato di polizia.
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  3. L'avatar di cerberus cerberuscerberus è offline #3
    07-06-10 23:02

    Guarda; provocazione buona giusto perchè malgrado tutto le battaglie contro gli sprechi ( fossero solo sprechi ) dello stato ha pochi paladini rispetto a quella contro l'evasione.
    Per il resto basta dire che la Calabria - regione dei 10.000 forestali - è anche la regione in cui il totale evaso ammonta a circa l'80% del versato ( paghi 100, trattieni 80). Le regioni amministrativamente più virtuose sono anche quelle a minore evasione ( vedi Lombardia ).
    Le due cose vanno assieme e se non si ragiona a livello locale non se ne esce. Se io Lombardo pago una grossa fetta dei 10.000 forestali è certamente responsabilità degli amministratori calabresi che male utilizzano il denaro pubblico. Se però l'evaso al sud passasse da 80 a 10 la fetta di forestali che pago io sarebbe un filo più piccola, e magari pagherei anche un po' meno di tasse.
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  4. LibertarioLibertario è offline #4
    08-06-10 00:50

    Un paio di dati per farvi riflettere.

    PIL storico diviso per periodi economici:

    E per completare il grafico manca il periodo 2003-2010. E volete sapere a quanto è scesa la spezzata? A 0%.

    Andiamo avanti. Dinamica entrate statali. Osservate attentamente la prima colonna, con il valore tra parentesi.



    Possiamo osservare che nel 1960 lo Stato chiedeva ai cittadini soltanto il 29% della ricchezza prodotta nel Paese.
    Nel 2004 si era al 44%. Ora ormai abbiamo sfondato il muro il 48%. Possiamo vedere benissimo come sia aumentata la coercizione statale, e diminuita la libertà economica dei cittadini. I nostri padri e nonni sono sì stati una generazione lavoratrice, ma hanno avuto anche uno stato più light, che ha permesso all'economia italiana di decollare.

    A breve altre tabelline riassuntive.
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  5. L'avatar di Saiyamond SaiyamondSaiyamond è offline #5
    08-06-10 01:03

    Io non sono contro la lotta all'evasione fiscale che è cosa buona e giusta, ma se i nostri soldi vengono buttati senza un minimo di investimenti pubblici davvero utili e competitivi, c'è poco da lottare....
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  6. L'avatar di vamp vampvamp è offline #6
    08-06-10 03:57

    Non basta evadere, ora bisogna darsi anche una giustificazione morale per farlo. Poverino, è rimasto deluso da Draghi.... Che ridere.

    E' imbarazzante notare come sproloqui su cose che neanche conosce. Ma del resto l'eccentrico signore pelato col bastone ci ha abituato anche a molto peggio. Io gli consiglierei di limitarsi a parlare di fondi di investimento, azioni, bot etc che a far finte di essere un economista non ci riesce molto bene.
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  7. L'avatar di Wawwowo WawwowoWawwowo è offline #7
    08-06-10 19:45

    E' il solito articolo basato sul nulla, che prende un problema (la corruzione e una certa mentalità italiana) per fare l'ennesima sciocca e vuota critica al sistema del welfare. In sintesi il povero Giannino o non sà di cosa parla o è in malafede
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  8. LibertarioLibertario è offline #8
    08-06-10 21:25

    Nuovo grafico, libertà economica/GDP pro capite.
    Abbastanza auto-esplicativo. I Paesi con libertà economica maggiore sono anche quelli con una maggiore ricchezza per individuo prodotta annualmente.

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  9. L'avatar di WarriorXP WarriorXPWarriorXP è offline #9
    08-06-10 21:34

    Citazione Libertario Visualizza Messaggio
    Un paio di dati per farvi riflettere.

    PIL storico diviso per periodi economici:

    E per completare il grafico manca il periodo 2003-2010. E volete sapere a quanto è scesa la spezzata? A 0%.
    Lo sai che questo non c'entra una fava, no?

    Citazione Libertario Visualizza Messaggio
    Nuovo grafico, libertà economica/GDP pro capite.
    Abbastanza auto-esplicativo. I Paesi con libertà economica maggiore sono anche quelli con una maggiore ricchezza per individuo prodotta annualmente.

    Anche se io credo - a naso - che un legame ci sia, non è questo grafico a farmelo ritenere. Al di là del misurazione della "freedom" che è alquanto tricky, il numero di puntini vuol dire che sono stati considerati Stati con dimensioni diversissime, e cioè sommate le mere con le pere (si, anche se si considera per capita), e a considerarli separatamente sono ciascuno troppo poco numeroso per dare significatività alle già debole correlazione (che non significa causalità) che si intravede.
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  10. LibertarioLibertario è offline #10
    09-06-10 13:04

    "Il crepuscolo del welfare"

    “La dottrina della necessità di una rete di sicurezza per raccogliere chi cade è svuotata di significato dalla dottrina che attribuisce una giusta partecipazione anche a coloro che sanno benissimo sostenersi da soli.” (The Economist, 15 marzo 1958)

    Il Welfare State, nei termini in cui è stato concepito fino ad ora, sta rapidamente raggiungendo il traguardo oltrepassato il quale non sarà più in grado di fronteggiare gli impegni presi con i cittadini e, volente o nolente, sarà costretto a ridiscutere i termini dei benefici già accordati. Questo sia in fatto di pensioni, di sanità che di istruzione (cfr. W. Buiter circa le Unfunded Social Securities Liabilities). Il processo di costruzione dello stato sociale si è sempre basato sul presupposto che qualsiasi intervento da parte dello stato all’interno dell’ordine sociale spontaneo abbia delle ripercussioni di carattere economico senza per questo arrivare ad intaccare quegli aspetti di ordine morale che stanno alla base del progresso di una popolazione. Purtroppo invece, generazione dopo generazione, il sentimento di solidarietà umana che ha spinto alla creazione delle prime reti di protezione, si è trasformato in un grande cumulo di pretese che spesso ognuno di noi rivolge nei confronti della società in relazione a bisogni ritenuti non adeguatamente soddisfatti. Paradossalmente l’incremento del benessere, delle opportunità e degli stili di vita possibili hanno ampliato a dismisura la casistica in cui si ritiene necessario l’intervento “riparatore” da parte di un organismo centrale. Il welfare state induce una fetta non trascurabile della popolazione ad aspirare a ruoli meramente burocratici, ma dotati di ampio potere discrezionale, e a competere non per il miglioramento della propria posizione ma per l’accaparramento di benefici e sussidi in modo quasi clientelare. Questa enorme distrazione di sforzi, oltre ad essere un costo, è il sintomo di un mutamento nei modi di pensare e di agire. Intendiamoci: per molti secoli, anzi forse durante tutta la storia, la vita dei “clientes” e dei lacchè di corte è stata e continuerà ad essere più agiata rispetto a quella della maggior parte degli uomini liberi. Bisogna però essere altrettanto decisi nell’affermare che è stata la mentalità borghese ed imprenditoriale di questi ultimi ad aver consentito l’avanzamento dell’umanità a livelli di benessere senza pari.
    La fallacia dei processi redistributivi delle odierne forme di welfare è insita nella concezione statica della società che li sottintende, nella visione circolare delle dinamiche economiche, nella concezione di un agire umano ritmato e prevedibile come il succedersi del giorno e della notte o l’alternarsi delle stagioni. Per questo è possibile considerare il matrimonio tra l’ingegneria sociale e le dottrine socialiste e/o keynesiane come predestinato e inevitabile. La decadenza derivante dalla ripetuta introduzione e modifica di processi redistributivi non è il frutto di una loro eventuale cattiva amministrazione. Viene dal sistematico rifiuto di comprendere che siamo quello che siamo come conseguenza di ciò che siamo stati e che per tanto dirigere coattivamente tutte le nostre energie per la realizzazione di un obiettivo sociale o morale, per lodevole che sia, ci impedirà di declinare per noi stessi il verbo essere al futuro. Ogni avanzamento richiede come prerequisito la possibilità che anche soltanto alcuni individui siano in condizione di tentare di scoprire nuove vie, sopportandone i costi e traendone per sé i massimi benefici, per quanto sproporzionati essi possano apparire agli occhi degli altri.
    Potrà sembrare cinico, ma non è grazie alle lotte sindacali se la vostra azienda vi fornisce un’assicurazione sanitaria integrativa, o alle competenze statistiche degli attuari dell’Inail se disponete di un’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. In ultima istanza, è grazie all’avidità di noti e ignoti armatori navali i quali, secoli or sono, pagavano dei “premi” ai comandanti che riuscivano a condurre delle bagnarole di legno da una parte all’altra del Mediterraneo. Costoro, senza né saperlo né volerlo essere, furono i pionieri dei meccanismi assicurativi che consentono oggi di ripartire i rischi e soddisfare bisogni di natura sociale e previdenziale. Ed è altamente probabile che all’epoca questi individui rimanessero antipatici né più né meno come oggi generano forme di risentimento le persone che accumulano fortune con successo. L’imprenditore, nell’accezione che la scuola liberale viennese dà a questo termine, vede. Il burocrate, nel migliore dei casi, guarda e imita. Per natura e per mancanza di stimoli, non è votato all’innovazione.
    Spesso alcuni citano la Svezia e i paesi scandinavi come modelli. E spesso chi cita la Svezia ha una pessima opinione, ad esempio, della tranquilla e benestante Svizzera, assimilandola ad un rifugio di pirati. Una specie di Tortuga con le Alpi intorno. Pochi però si soffermano sul fatto che la Svezia e gli altri paesi nordici erano già tra i più ricchi al mondo prima che Lord Beveridge concepisse l’idea di uno Stato che assiste gli individui dalla culla alla tomba. E lo erano diventati grazie ad un lungo periodo di pace, libero commercio, e infrastrutture giuridiche idonee a tutelare la proprietà ed i contratti. Tutti i sistemi di protezione sociale hanno necessariamente bisogno di un’economia sottostante forte e dinamica da cui estrarre le risorse. Svezia, Danimarca, Norvegia e Finlandia sono nazioni che spesso primeggiano in fatto di libertà economica, burocrazia snella, efficienza nell’amministrazione della giustizia civile e commerciale, trasparenza, bassa corruzione. Fattori non sempre rintracciabili all’interno di macroagreggati come il prodotto interno lordo, ma in grado di compensare il gap fiscale che li separa dai maggiori paesi dell’Europa continentale e mediterranea. Per un approfondimento sui paesi scandinavi invito a leggere alcuni articoli del Mises Institute: The Scandinavian-Welfare Myth Revisited (http://mises.org/daily/4146), The Sweden Myth (http://mises.org/daily/2259), How The Welfare State corrupted Sweden (http://mises.org/daily/2190).
    Se la crisi dei debiti sovrani non sarà l’occasione per ridimensionare e riconfigurare il ruolo dello Stato nell’economia, rimettendo gli individui sulla retta via dell’autoresponsabilizzazione, l’Occidente, con il suoi futuro ipotecato, finirà per apparire al resto del mondo (paesi emergenti in testa) come Versailles appariva al resto della Francia: parassita e rentier. Le proteste greche, caratterizzate da una certa dose di violenza urbana, sono riuscite nel giro di pochi mesi a mandare a picco il fatturato dell’unico settore, quello turistico, immediatamente offribile sul mercato. Senza nulla togliere al diritto di rimostrare contro la propria classe politica, spiace constatare come chi non debba mai fronteggiare costi, ricavi e clienti perché paga pantalone, abbia difficoltà a capire il danno che l’estremismo barricadiero ha inferto alla società greca e che potrebbe inferire al resto d’Europa. Parallelamente a questi eventi, i processi di negoziazione interni alla Unione Europea legati al bail out dei debiti sovrani cominciano a far emergere in maniera strisciante piccole forme di miope ed incivile nazionalismo che altrettanto ingenuamente si pensa di sconfiggere conferendo maggiori poteri decisionali alle strutture centrali dell’Unione. L’Europa non ha certo bisogno di cominciare a coltivare nuovamente discutibili “sentimenti collettivi” di natura pseudo sciovinista, la cui origine deriva da una scarsa definizione e percezione delle proprie responsabilità e dei propri doveri individuali. La totale incapacità di reinventarsi o di immaginare un futuro che non consista semplicemente in una lenta agonia dello status quo è un danno peggiore, per le nuove generazioni, rispetto a quello derivante da qualsiasi dissesto delle casse pubbliche. E questa rischia di essere l’amara eredità di una società al tempo stesso timorosa dei mutamenti necessari a rinvigorirne la crescita ed incapace di reimpostare le proprie reti di protezione sociale.
    Shumpeter e Hayek prefigurano la fine del capitalismo a causa del suo stesso successo. La ricchezza da questo prodotta incrementa le istanze redistributive ed egualitarie fino al punto in cui il sistema si sclerotizza e poi collassa. Agli individui non resta che combattere per dividersi le fette di una torta che diventa via via più piccola. Perché ciò non si verifichi è necessario cominciare ad immaginare una società più libera, fatta di uomini, donne e famiglie che collaborando e competendo tra loro soddisfano, nei limiti della natura umana, i rispettivi bisogni. Dalla culla alla tomba.
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  11. L'avatar di fulminato fulminatofulminato è offline #11
    09-06-10 13:51

    cioè è fantastico, ilsistema capitalistico stava implodendo e tutti sono andati piangere dagli stati per non rimanerci in mutande, quando glistati, troppo generosi con questi signori del vapore (illusiorio) si trovano a corto di soldi chiedono di lasciare in mutande chi già non sta messo bene.
    ridicoli.
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  12. L'avatar di Lorenzo LorenzoLorenzo è offline #12
    09-06-10 14:26

    Shumpeter e Hayek prefigurano la fine del capitalismo a causa del suo stesso successo. La ricchezza da questo prodotta incrementa le istanze redistributive ed egualitarie fino al punto in cui il sistema si sclerotizza e poi collassa. Agli individui non resta che combattere per dividersi le fette di una torta che diventa via via più piccola. Perché ciò non si verifichi è necessario cominciare ad immaginare una società più libera, fatta di uomini, donne e famiglie che collaborando e competendo tra loro soddisfano, nei limiti della natura umana, i rispettivi bisogni. Dalla culla alla tomba.
    Ma questa... e' una balla! Dai cazzo, seriamente!

    "se si incontra un lavoro che presenta subito delle carenze colossali e strafalcioni storici, non si deve perdere tempo a considerarlo oltre, poiché nasce il sospetto che tutta l'opera ne sia contagiata. Chi di voi studierebbe un intero volume di biologia che iniziasse con la teoria che i topi nascono dal sudore delle camice?" cit.
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  13. Shub Niggurath #13
    09-06-10 14:29

    Poi uno dice che queste sono utopie, che non si possono realizzare o che gli esempi del passato non valgono perchè era finto liberismo. Beh, non è vero, perchè esiste già oggi un luogo dove non ci sono tasse, non c'è stato e l'iniziativa privata è libera di esprimersi, il luogo dove il mondo vagheggiato da von mises o da ayn rand diventa realtà e tutti sono liberi dalle oppressioni dello statalismo: quel luogo esiste, si chiama Somalia.
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  14. L'avatar di Lorenzo LorenzoLorenzo è offline #14
    11-06-10 12:12

    Visto che si parla di tasse e controtasse posto questo

    http://www.democraziaeconomica.it/articolo/art0299.htm
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  15. LibertarioLibertario è offline #15
    11-06-10 16:11

    Lo Stato ha continuato a legiferare a vantaggio di “fini sociali” imponendo oneri che si fanno sempre più pesanti

    di Alberto Mingardi da "Il Riformista"

    Serve cambiare l’articolo 41 della Costituzione, per fare liberalizzazioni e semplificazioni? Non è una condizione sufficiente, né, a rigore, una condizione necessaria. Fra l'altro, l'architettura costituzionale “rende difficilissimo trasformare i progetti in legge concreti” (come ha detto ieri Berlusconi), ma ancor più ostacola i progetti di revisione costituzionale, rendendoli molto laboriosi.

    Eppure, in un Paese che abbia scelto l’economia di mercato, l’articolo 41 della Costituzione grida vendetta, e lo si dovrà pur dire.
    Leggiamolo:
    “L'iniziativa economica privata è libera.
    Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
    La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”

    Chi l’ha scritto ragionava, in tutta evidenza, come se la libera impresa fosse “in contrasto con l’utilità sociale”. Come se, per non esserlo, avesse bisogno di un indirizzo esterno, di perseguire “fini collettivi” inevitabilmente altri da quelli dei singoli attori economici.

    Riteneva anche che questi “fini sociali” non emergessero spontaneamente dalle interazioni fra individui e gruppi, ma fossero da imporsi ad un mercato riottoso attraverso “programmi e controlli opportuni”. Michele Ainis sulla Stampa ha sostenuto che anche il terzo comma dell’articolo 41 andrebbe bene così com’è, “senza controlli ciascuno farebbe un po’ come gli pare”, “sarebbe come predicare la sicurezza sulle strade, licenziando al contempo tutti i vigili urbani”. Attenzione: l’articolo 41 non parla solo di controlli, parla specificamente di programmi (cioè di “piani”). Questi contribuiscono alla “funzionalizzazione” dell’impresa, così come della proprietà, nella nostra Costituzione. I limiti che vi vengono posti non sono solo di carattere esterno o negativo, ma di carattere interno o positivo: l’autorità pubblica stabilisce finalità e modi d’uso di un bene o di una impresa. I “fini sociali”, che possono innervarsi in “programmi” ad hoc, questo sono. Non si tratta “banalmente” della necessità di “prevenire” eventuali esternalità negative, o di “controllare” che l’esercizio di determinate attività non abbia come ripercussione la lesione di un diritto altrui. È proprio al contrario l’idea che l’esercizio della libertà d’impresa sia accettabile solo nella misura in cui gli obiettivi suoi propri (a cominciare dalla ricerca del profitto da parte degli imprenditori) siano “contemperati” da esigenze di altro tipo.

    Negli anni scorsi, l’articolo 41 è stato riletto alla luce dello scorrere del tempo: per esempio, ipotizzando che in esso vi fosse la fondazione costituzionale dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. È una lettura molto indulgente. Una lettura meno indulgente sottolineerebbe (come ha fatto Piero Ostellino sul Corriere della sera) l'egemonia di culture politiche avverse all’impresa in seno all’Assemblea costituente, oppure la necessità politica di adottare una “magna carta” che potesse essere utilizzabile quale che fosse la collocazione internazionale del nostro Paese (e quindi, quale che fosse il peso dello Stato nell’economia).

    Detto questo, l’articolo 41 ha consentito lo sviluppo in Italia di un’economia sostanzialmente dominata dallo Stato per cinquant’anni, ma non ha rappresentato una barriera invalicabile allo smantellamento di buona parte di quel sistema, attraverso le privatizzazioni degli anni Novanta. Le semplificazioni poste in essere negli scorsi anni non hanno avuto bisogno di modifiche costituzionali. Le liberalizzazioni che sono state portate a termini con alterni successi, neppure.

    Ciò che è vero, però, è che a fronte di tutti questi passi avanti verso il mercato, lo Stato ha continuato a legiferare a vantaggio di “fini sociali” imponendo oneri che si fanno sempre più pesanti, soprattutto per quelle piccole e medie imprese che, come tutti sanno, dicono e ripetono, costituiscono l’ossatura portante del nostro Paese. Prendersi una “vacanza” da questi oneri, come ha suggerito Tremonti, sarebbe utile e libererebbe risorse. Risorse che oggi debbono essere impiegate nel mettersi in regola con norme assurde e bizantine potrebbero essere altrimenti investite. Vale la pena prendersi una vacanza, ma solo se al ritorno siamo ragionevolmente sicuri che troveremo la casa in ordine. Cioè se in parallelo avremo la forza di avviare un processo di riorganizzazione complessiva delle norme che inquinano la vita economica italiana. Vale la pena riscrivere l’articolo 41 in modo diverso (per esempio: “L’iniziativa economica è libera e trova la sua regolazione nella libera concorrenza”), se da quest’atto altamente simbolico la nostra classe politica è pronta a trarre davvero tutte le conseguenze.
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