Bocchino, nuovo affondo
"Dopo Sica tocca a Cosentino"
L'assessore Taglialatela: "Vedo tanti avvoltoi in giro, di diversi colori e razze" . Ma Laboccetta: "Italo vuole destabilizzare il Pdl"
di DARIO DEL PORTO

La sede della Regione
L'inchiesta è solo agli inizi, ma nel centrodestra tira già aria di scontro finale. Intorno all'indagine che delinea trame oscure e complotti a colpi di dossier diffamatori contro il governatore Stefano Caldoro, si sta consumando la battaglia decisiva fra le diverse anime del Pdl campano. La resa dei conti chiama in causa i due big del partito: il coordinatore regionale Nicola Cosentino e il deputato Italo Bocchino.
In questo contesto, le dimissioni dalla giunta regionale rassegnate ieri pomeriggio dall'assessore Ernesto Sica, indagato dai magistrati romani e indicato nelle intercettazioni come coinvolto nel piano di delegittimazione contro Caldoro, sembrano solo il primo atto di una partita che è appena entrata nella sua fase cruciale. Afferma Bocchino: "Chi è questo Sica? Perché è entrato in giunta? Non l'avevamo mai visto prima. È diventato assessore in modo misterioso, poi abbiamo capito dalle indagini quale fosse il suo ruolo. Adesso si è dimesso ma anche Cosentino deve farsi da parte. Non può rappresentare il Pdl", sottolinea il parlamentare che è anche l'uomo più vicino al presidente della Camera Gianfranco Fini. Ma contro Bocchino si scagliano altri pezzi da novanta del Pdl campano. Come Edmondo Cirielli, presidente della Provincia di Salerno, che parla di "sciacallaggio politico" e aggiunge: "Bocchino spara contro Verdini (coordinatore nazionale del Pdl, indagato a Roma n. d. r.) e Cosentino ma mira a Berlusconi e al Pdl. Persino Caldoro, reo di non aver obbedito al suo diktat, diventa un bersaglio pur di delegittimare il Pdl. Se avesse un minimo di coerenza, si dovrebbe dimettere e se volessimo essere il partito serio di cui lui tanto parla dovremmo espellere chi gode e approfitta delle difficoltà di nostri esponenti per costituirsi una credibilità che tra la gente non ha mai avuto". Attacca Bocchino anche il deputato Amedeo Laboccetta: "È chiaro a tutti che vuole destabilizzare il partito, ma stia certo che l'operazione non gli riuscirà". Critiche che l'ex vicecapogruppo alla Camera del Pdl restituisce al mittente: "Mi pare evidente - replica Bocchino - che ci sono due scuole di pensiero. C'è chi, come me, dice che devono andar via persone come Sica e Cosentino e chi vuole che sia io a farmi da parte. Ma la mia è una battaglia per la legalità, gli elettori del Pdl sapranno scegliere da che parte stare".
Marcello Taglialatela, uno degli assessori di Caldoro, commenta la vicenda che ha coinvolto l'ormai ex collega di giunta con parole severe: "L'episodio che riguarda Ernesto Sica dimostra che il soggetto non ha spessore, e con questo intendo la prudenza e la capacità di distinguere gli aspetti personali da quelli politici. Però leggendo i comunicati di sostegno a Caldoro diffusi da Generazione Italia (l'area che fa riferimento a Bocchino n. d. r.) mi chiedo se si tratti delle stesse persone che per un mese e mezzo hanno lanciato contro la giunta critiche prevalentemente strumentali".
Ma con il Pdl così profondamente lacerato, il governo regionale rischia di finire bersagliato dal fuoco amico. Taglialatela non è d'accordo e assicura che "il futuro della giunta è solo nelle mani di Caldoro, degli assessori e dei consiglieri. Certo, dà fastidio vedere tanti avvoltoi in giro. Hanno diversi colori, diverse razze. Ma sempre avvoltoi sono". E Cosentino? Secondo Taglialatela "è la prima vittima di questa storia. Da quando è stato investito dalla tempesta mediatica (in occasione della richiesta d'arresto per concorso in associazione camorristica presentata dalla Procura n. d. r.) ha dimostrato grande sangue freddo. Se deve lasciare? Dalle telefonate mi sembra emergano errori veniali. E comunque non è questo il momento per prendere decisioni - lo dico per evitare che a vincere siano gli avvoltoi". Non è d'accordo, naturalmente, Italo Bocchino: "Avvoltoi? Non scherziamo, qui c'era in giunta chi faceva dossier illeciti. Ora serve un coordinatore regionale che sia rappresentativo di tutti. Berlusconi, quando i nodi vengono al pettine, sa sempre come scioglierli e sono convinto che scioglierà anche questo. Caldoro era limitato dalla presenza di Cosentino. Quando il coordinatore avrà fatto un passo indietro, il governatore sarà ancora più forte".
DA COSENTINO A LANDOLFI, INQUISITI O RINVIATI A GIUDIZIO I QUATTRO COORDINATORI DEL PDL
Faide interne e richieste d'arresto nei guai tutti i ras della Regione
Doveva essere il "laboratorio della alternativa". È diventato un serbatoio di veleni
di CONCHITA SANNINO
NAPOLI - Doveva essere il "laboratorio dell'alternativa" dopo sedici anni di potere bassoliniano in Campania. Ma il Pdl è diventato serbatoio di veleni e di blitz giudiziari. Il Partito della libertà vigilata. Con dirigenti inquisiti, presunte connivenze criminali e manifeste faide politiche. L'intera linea di comando appare sotto inchiesta o già inviata a processo.
In fondo, a scorrere le cronache delle elezioni regionali, raccontavano già molto le due parole ossessivamente maneggiate dalle opposte fazioni del centrodestra napoletano. La prima è "imboscata", definizione usata dal governatore Stefano Caldoro quando se la prese con il coordinatore regionale Nicola Cosentino perché vide, tra i candidati delle liste che lo sostenevano, il nome di Roberto Conte, già condannato per voto di scambio mafioso prima che lasciasse il Pd per il Pdl. E poi l'altra parola, che alla luce degli intrighi scoperti a Roma suona quasi come un avvertimento: "Frocetti". La lanciò Cosentino, era solo settembre 2009, per inviare un segnale a Italo Bocchino, l'ex vicecapogruppo della Camera che a quel tempo usava l'ascendente sul premier Berlusconi per favorire Caldoro: "I frocetti di Roma non decideranno chi sarà il candidato della regione". Fu l'inizio di un durissimo scontro tra finiani e Pdl.
Eccola, la Campania del Pdl che ha espugnato i palazzi rossi, Provincia e Regione, e si allena per l'ultima mano di poker, il Comune di Napoli. Non occorre scavare, stavolta. Basta dare uno sguardo ai quattro nomi del coordinamento territoriale del Pdl. Nicola Cosentino, Luigi Cesaro, Vincenzo Nespoli e Mario Landolfi: tutti finiti nelle maglie delle inchieste della Procura di Napoli. A leggerli di fila, un archivio giudiziario e un estratto di tessuto politico-sociale.
È nota la vicenda di Cosentino, deputato, sottosegretario all'Economia e numero uno del Pdl in regione. Si sentiva governatore in pectore. Poi, a novembre, l'ordinanza di custodia in carcere con l'accusa di essere organico all'impero mafioso dei casalesi. Il pentito Gaetano Vassallo ne racconta gli inizi, la scalata e persino i presunti patti che il coordinatore avrebbe siglato con la cosca nella gestione della crisi rifiuti. Era il dominus di un consorzio per la raccolta dei rifiuti, la "Eco 4": contenitore ideale - secondo l'impianto accusatorio - per le assunzioni degli amici, la moltiplicazione del consenso, il drenaggio degli affari sporchi.
Luigi Cesaro, socio di Cosentino nell'ascesa del Pdl campano, è deputato, coordinatore Pdl di Napoli e da un anno presidente della Provincia di Napoli. Politico di ruspante pragmatismo e colorite gaffe (a Pomigliano, solo poco fa, ha confuso l'ad di Fiat, Marchionne, con uno dei Re Magi, chiamandolo Melchiorre), è finito spesso sotto l'ironia dei detrattori, reagendo con una risata. Ha perso il buonumore di fronte alla notizia che si indaga su di lui per i suoi presunti rapporti con la camorra, che coinvolgerebbero anche i facoltosi fratelli, professionisti ed imprenditori in quel di Sant'Antimo, paesone dell'hinterland. Lo accuserebbe il collaboratore di giustizia Luigi Guida, Luigi 'o 'ndrink, manager criminale che si era lasciato alle spalle le faide del rione Sanità a Napoli per diventare il plenipotenziario dei casalesi.
È invece già inviato a processo Mario Landolfi, deputato e vicecoordinatore del Pdl: a settembre affronterà l'udienza preliminare per difendersi dall'accusa di corruzione, aggravata dal condizionamento mafioso, per alcune assunzioni a Mondragone. L'ultima tegola, in ordine cronologico, cade su Vincenzo Nespoli, vicecoordinatore provinciale del Pdl, nonché senatore, sindaco di Afragola e vicecoordinatore nazionale del dipartimento elettorale Pdl. Non andrà agli arresti domiciliari, per lo stop del Parlamento: ma è accusato di concorso in riciclaggio e bancarotta fraudolenta. Sullo sfondo dell'inchiesta, l'orizzonte opaco di una politica dei prestanome, del mercimonio e della vendita di assunzioni.
Il retroscena
Caldoro incontra il sottosegretario
"Fuori dal Pdl chi mi ha diffamato"
di CONCHITA SANNINO
Sabato, uffici deserti. E, come nei più cupi intrighi, è un Palazzo vuoto a far da sfondo al primo duello. A Santa Lucia si fronteggiano Stefano Caldoro, che i traditori volevano trasformare nel nuovo "Marrazzo", e Nicola Cosentino, che ne avrebbe beneficiato. «Sica? Tu me lo hai portato in giunta: tu lo devi far dimettere», sibila Caldoro.
Una prova di forza. Ma anche un braccio di ferro che spinge il governatore ad una strategia a doppio taglio. Con una priorità: non scadere al livello degli altri, i "traditori". È un pigro e silenzioso pomeriggio estivo quello che avvolge Stefano Caldoro, al terzo piano di Santa Lucia. Lui è solo con le sue carte, il posacenere e i due quadri con Madonnine ottocentesche che ha fatto trasferire nello studiolo provvisorio.
«Io voglio tenere un profilo istituzionale. Sono altri che maneggiano il fango, e ciò che appare dalle carte è che sono così maldestri, così inaffidabili e megalomani, che si sarebbe tentati di non prenderli neanche sul serio. Allontanarli certo dai posti di responsabilità, ma non dedicargli neanche un sentimento di riprovazione». Questa è, in premessa, lo stato d´animo del governatore che qualcuno voleva trasformare nel «nuovo Marrazzo». Caldoro si foga con qualche amico venuto a portargli al solidarietà. Non sorride, è teso. Ma molto lucido. «La politica è un mare aperto, ci sono zavorre di ogni tipo, ostacoli, contraccolpi».
All´esterno, dunque, nessuna dichiarazione di fuoco, e neanche una richiesta ufficiale di dimissioni per il proprio assessore infedele, non un accenno di conferenza stampa per esprimere indignazione, smarrimento, pubblica condanna. Ma, nel segreto di quelle stanze che fino a ieri sembravano attraversate solo dai fantasmi del "bassolinismo", e ora si dimostrano infestate di ben più insidiosi nemici interni, Stefano Caldoro, appare lucido, e fermo. E determinatissimo a spingere i nemici alla duplice resa.
Eccola, la contromisura. Estromettere dalla giunta Ernesto Sica, l´uomo della sua giunta indagato per il complotto; e mettere in un angolo Nicola Cosentino, il coordinatore regionale del Pdl, che dall´inchiesta romana emerge come unico, eventuale beneficiato della campagna di diffamazione contro l´allora candidato.
Lo stesso Caldoro, infatti, impeccabile in camicia bianca e cravatta blu, bruciando una sigaretta dietro l´altra e passeggiando nervosamente nella stanza, a tarda sera incontrerà Cosentino sempre in quelle stanze. In un teso faccia a faccia. Caldoro lo riceve e gli chiede, in sintesi, che sia proprio il coordinatore del Pdl a portargli le dimissioni - cioè la "testa" - dell´assessore infedele, colui che al telefono sorrideva all´idea delle presunte "passioni erotiche" con i trans di Caldoro, che avrebbero trasmesso via web in pasto all´elettorato.
«Se non sei tu dentro il complotto, devi chiedergli di farsi da parte - avrebbe chiesto Caldoro - , perché tu me lo hai portato, è una nomina politica. Se non sei in grado, ho già pronto l´ordine di revoca. Ma a quel punto, dove sarebbe la guida del Pdl in Campania?». Fatto sta che, qualche ora dopo questa conversazione, l´introvabile assessore Sica detta alle agenzie la sua «disponibilità a rassegnare le dimissioni».
Caldoro sa che la partita non è finita. Ma appare soprattutto consapevole della sua missione: «Dobbiamo andare avanti, governare, dare risposte ad un paese che vive una crisi drammatica e ad un Mezzogiorno che rischia di pagare un prezzo alto. Dobbiamo essere responsabili ed isolare coloro che non sono degni di stare nelle istituzioni». Sembra guardare fuori di quella stanza, altrove. Alle tensioni del territorio strangolato dalla manovra di lacrime e sangue. «Dovrò disimpegnare un miliardo di euro. Significa che devo togliere tutti questi denari dalle mani di chi già pensa di averle in tasca. A questo aggiungiamo altri malumori, la disperazione di chi non può arrivare a fine mese e le aggressioni criminali sul territorio. Non voglio fare il paladino, ma purtroppo abbiamo il dovere di introdurre il cambiamento. E sarà dura. Eccola, la nostra vera sfida. Altro che complotti e figure opache».
